Come impugnare un avviso di accertamento TARI con l’Avvocato

Introduzione

Ricevere un avviso di accertamento TARI – la tassa sui rifiuti – è un evento critico per ogni contribuente. Questi atti comunali contestano il mancato o insufficiente pagamento della TARI e comportano richieste di somme spesso gravate da sanzioni e interessi. È fondamentale agire tempestivamente e con competenza: ignorare l’accertamento TARI significa rischiare che il debito diventi definitivo, aprendo la strada a cartelle esattoriali, pignoramenti, ipoteche o fermi amministrativi sui beni. Al contrario, impugnare subito l’avviso con i giusti strumenti legali può evitare errori costosi, sospendere gli effetti dell’atto e spesso annullare o ridurre la pretesa tributaria. In questa guida pratica e aggiornata (Gennaio 2026), vedremo come muoversi passo dopo passo per contestare un accertamento TARI, quali sono le difese disponibili e quali soluzioni alternative esistono per definire il debito.

Perché questo tema è urgente? Perché i termini per reagire sono stretti e tassativi. Dalla notifica di un avviso di accertamento TARI decorrono in genere 60 giorni per presentare ricorso alla giustizia tributaria . Trascorso tale termine senza agire, l’atto diventa definitivo e il Comune può procedere alla riscossione forzata. Inoltre, dal 2020 gli avvisi di accertamento TARI sono “esecutivi”: ciò significa che dopo la scadenza dei 60 giorni, l’ente impositore non deve più emettere una cartella di pagamento separata, potendo avviare direttamente le procedure esecutive (previa formale intimazione) . In altre parole, un avviso TARI non impugnato in tempo equivale già a un titolo esecutivo che, trascorsi i termini, può portare in pochi mesi al pignoramento di conti, stipendi o immobili del contribuente moroso . Ecco perché non bisogna mai ignorare un accertamento tributario: occorre valutarlo subito con un professionista, individuare eventuali vizi o errori e predisporre le adeguate contromosse legali.

Quali soluzioni legali tratteremo? Nei paragrafi successivi esamineremo innanzitutto il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento: le leggi che regolano la TARI, i termini di notifica e prescrizione e le ultime sentenze della Corte di Cassazione in materia. Illustreremo poi la procedura passo-passo che si innesca dopo la notifica dell’avviso: dalla verifica dell’atto, alla presentazione del ricorso in Commissione Tributaria (ora Corte di Giustizia Tributaria), fino agli strumenti per ottenere la sospensione dell’atto durante il processo. Approfondiremo le principali strategie difensive e motivi di ricorso: vizi formali (notifica irregolare, difetto di motivazione, errore nei calcoli), vizi sostanziali (prescrizione del tributo, pagamento già effettuato, superficie errata, esenzione spettante, servizio di raccolta inadeguato, ecc.) e faremo luce su come il contribuente possa contestare la legittimità dell’atto impositivo. Dedicheremo spazio anche alle soluzioni “alternative” al contenzioso: ad esempio l’accertamento con adesione (una procedura di definizione bonaria che può ridurre le sanzioni), la mediazione tributaria (obbligatoria per le liti di minor valore fino al 2024, ora abrogata), la conciliazione in giudizio e soprattutto le recenti definizioni agevolate introdotte dal legislatore. Proprio su questo fronte, le novità sono importanti: la Legge di Bilancio 2026 ha dato facoltà ai Comuni di deliberare rottamazioni locali dei tributi, TARI inclusa, consentendo ai contribuenti di regolarizzare gli arretrati con sconti su sanzioni e interessi . Inoltre, esamineremo strumenti più ampi di gestione del debito tributario come i piani del consumatore, le procedure da sovraindebitamento (oggi inserite nel Codice della Crisi d’Impresa) e l’esdebitazione finale: soluzioni utili quando il contribuente si trova in grave difficoltà economica e ha debiti anche oltre la TARI. Infine, per rendere il tutto più concreto, proporremo esempi pratici e simulazioni numeriche: casi reali di contribuenti che hanno impugnato con successo un avviso TARI o che hanno risolto il debito tramite definizioni agevolate e procedure di rientro.

Chi può assisterti in questo percorso? Per affrontare efficacemente un accertamento TARI è consigliabile affidarsi a un avvocato tributarista esperto. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo staff multidisciplinare rappresentano un punto di riferimento in questo settore. L’Avv. Monardo è un cassazionista (abilitato al patrocinio in Cassazione) con oltre un decennio di esperienza in diritto tributario e bancario. Coordina professionisti specializzati su tutto il territorio nazionale ed è in grado di offrire assistenza integrata non solo nel contenzioso tributario ma anche nella tutela del debitore a 360 gradi. Tra le sue qualifiche spiccano quelle di Gestore della crisi da sovraindebitamento (L. 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia, Professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi) e Esperto negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021. In pratica, l’Avv. Monardo può affiancare il contribuente sia nella difesa tecnica contro l’ente impositore (analisi dell’atto, redazione del ricorso, richiesta di sospensione in Commissione Tributaria, discussione della causa) sia nella ricerca di soluzioni transattive o deflative: dalla presentazione di istanze in autotutela e accertamenti con adesione, fino alla negoziazione di piani di rateazione o accordi saldo e stralcio del debito. Inoltre, grazie alle competenze nel diritto della crisi, lo studio Monardo può consigliare e attuare percorsi come il piano del consumatore o l’accordo di ristrutturazione, evitando che un debito tributario comprometta definitivamente la situazione finanziaria del cittadino o dell’impresa. Ogni intervento è altamente personalizzato, perché ogni caso di accertamento ha le sue peculiarità: c’è chi ha ricevuto una richiesta TARI per annualità arretrate mai pagate, chi ha subito un ricalcolo metrico della superficie tassabile, chi non ha presentato la dichiarazione TARI e ora si vede recapitare un importo enorme. L’Avv. Monardo e il suo team sanno individuare le criticità di ogni atto (compresi eventuali profili di nullità) e mettere in campo le strategie legali più efficaci per bloccare sul nascere azioni esecutive, trovare soluzioni vantaggiose (ad esempio la riduzione delle sanzioni o la dilazione del pagamento) e, quando possibile, chiudere la vertenza a condizioni favorevoli per il contribuente.

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Seguono, nelle prossime sezioni, tutti gli aspetti normativi, procedurali e strategici da conoscere per impugnare correttamente un avviso di accertamento TARI.

Contesto normativo e giurisprudenziale: leggi e sentenze in materia di TARI

Prima di entrare nel vivo della procedura di impugnazione, è utile inquadrare brevemente cos’è la TARI e su quali norme si fonda l’attività di accertamento dei Comuni, nonché richiamare alcune recenti pronunce dei giudici che riguardano questa tassa. Questo ci darà i riferimenti necessari per comprendere le tutele del contribuente.

Che cos’è la TARI e perché si riceve un avviso di accertamento

La TARI (Tassa Rifiuti) è il tributo comunale istituito a decorrere dal 2014 (Legge 27 dicembre 2013 n. 147, art. 1, commi 639 e segg.) per finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani. Si tratta di un’imposta di natura patrimoniale dovuta da chiunque possieda o detenga, a qualsiasi titolo, locali o aree scoperte suscettibili di produrre rifiuti in un dato Comune. In pratica la pagano, ad esempio, i proprietari o affittuari di case, negozi, uffici, capannoni, in base alla superficie calpestabile e alla destinazione d’uso dell’immobile, oltre che al numero di occupanti (per le utenze domestiche). I Comuni determinano annualmente la tariffa TARI – composta di solito da una quota fissa e una variabile – in modo da coprire integralmente il costo del servizio rifiuti, secondo criteri fissati da una normativa nazionale (il DPR 158/1999) e dall’Autorità di regolazione ARERA. Il pagamento della TARI avviene di regola in autoliquidazione: il contribuente riceve dal Comune o dal gestore del servizio un avviso bonario (bolletta TARI) con l’importo annuale dovuto, suddiviso in rate. Se tutto va bene e il contribuente versa quanto richiesto, la partita si chiude lì.

L’avviso di accertamento TARI, invece, è un atto ben più “serio” della semplice bolletta. Si riceve un accertamento quando il Comune ritiene che il contribuente non abbia pagato il dovuto oppure abbia omesso dichiarazioni rilevanti ai fini della tassa. I casi tipici sono: mancato pagamento di una o più annualità TARI (ad esempio il contribuente non ha versato entro le scadenze le rate dovute); omessa dichiarazione TARI all’inizio dell’occupazione dell’immobile (obbligatoria in molti Comuni per iscrivere l’utenza, la cui mancanza configura evasione); infedele dichiarazione o dati errati (ad esempio un’azienda dichiara una superficie inferiore al reale, oppure una famiglia non comunica il numero esatto di occupanti, fruendo indebitamente di tariffe ridotte). Ancora, si può ricevere un accertamento in caso di errori del Comune nelle bollette precedenti (es.: errata applicazione di esenzioni o riduzioni, poi revocate). In tutti questi frangenti, l’ente locale emette un atto formale – l’avviso di accertamento – in cui ridetermina l’importo della TARI dovuta, calcolando la differenza non pagata rispetto al dovuto e aggiungendo sanzioni e interessi.

Le sanzioni TARI seguono in parte il regime generale delle sanzioni tributarie amministrative. Per omesso o insufficiente versamento, la sanzione base è tipicamente il 30% delle somme non versate, ai sensi dell’art. 13 D.Lgs. 471/1997 (salva la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso con sanzioni ridotte se il contribuente regolarizza spontaneamente prima dell’accertamento). Per omessa denuncia iniziale, molti regolamenti comunali prevedono invece sanzioni più pesanti, spesso dal 100% fino al 200% del tributo evaso. In ogni caso l’accertamento dettaglia le annualità contestate, il maggiore tributo dovuto, le sanzioni applicate e gli interessi calcolati (di solito con tasso legale o un tasso stabilito dal regolamento comunale) dal momento in cui la somma era esigibile.

Un avviso di accertamento TARI deve contenere per legge una chiara indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo hanno determinato (art. 7 L. 212/2000, Statuto del Contribuente). In pratica, deve spiegare al contribuente perché gli viene richiesta una certa somma: ad esempio “omesso pagamento della TARI anno 2021 per l’utenza sita in via X, superficie Y mq, importo €…”. Se l’accertamento deriva da una variazione della superficie o della tariffa rispetto al dichiarato, la legge impone di indicare la maggiore superficie accertata o la diversa tariffa applicata, senza necessità di allegare ogni dettaglio tecnico purché tali elementi fossero già noti o conoscibili dal contribuente . La Corte di Cassazione ha chiarito che un avviso TARI è sufficientemente motivato se riporta la nuova metratura e richiama documenti già notificati (come una precedente bolletta o delibera tariffaria), anche senza allegare planimetrie o sopralluoghi, a condizione che il contribuente fosse a conoscenza di tali atti . In una recente ordinanza (Cass. n. 15793/2025) riguardante proprio un accertamento TARI basato su un ricalcolo dei metri quadri, la Cassazione ha ritenuto legittimo l’avviso che indicava la maggiore superficie imponibile e faceva riferimento alla bolletta TARI già inviata, ritenendo non necessaria l’allegazione di mappe o dettagli, in quanto l’utenza e i locali erano chiaramente identificati . Questo orientamento conferma che, in materia di tributi locali, si tende a privilegiare la sostanza sulla forma: ciò che conta è che il contribuente capisca da dove nasce la pretesa fiscale, anche se l’atto non riporta ogni numero del calcolo. Ad esempio, l’assenza di alcuni dati catastali dell’immobile non comporta la nullità dell’atto se dalla via e altri elementi l’immobile è comunque individuabile inequivocabilmente . Insomma, un vizio formale minore (come la mancanza della particella catastale) non annulla l’accertamento se l’oggetto della tassazione è chiaro e il contribuente sa di quale locale si tratta . Questo avvertimento è importante: basare la difesa solo su difetti formali potrebbe non bastare, se tali difetti non pregiudicano effettivamente il diritto di difesa del contribuente.

Dal punto di vista normativo, la disciplina generale degli accertamenti dei tributi locali (TARI compresa) è dettata dalla Finanziaria 2007 (Legge 296/2006) all’art. 1 commi 161 e seguenti. Tali norme stabiliscono i termini di decadenza entro cui i Comuni possono accertare e notificare i loro tributi. In particolare, l’art. 1 comma 161 L. 296/2006 prevede che «gli enti locali, relativamente ai tributi di propria competenza, procedono alla rettifica delle dichiarazioni incomplete o infedeli o alla recupero d’imposta omessa o pagata in meno, notificando apposito avviso di accertamento motivato entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il pagamento avrebbero dovuto essere effettuati». Tradotto: per la TARI (come per IMU, TASI, ecc.), il Comune ha 5 anni di tempo per “scovare” eventuali omessi pagamenti o infedeltà e notificare l’accertamento . Ad esempio, un’omissione commessa nel 2021 (dichiarazione o versamento mancante per l’anno d’imposta 2021) potrà essere contestata al massimo entro il 31 dicembre 2026. Se entro quella data non arriva alcun atto, il tributo per il 2021 decade: il Comune perde il potere di accertarlo e il contribuente non dovrà più nulla per quell’anno. Questa regola del “quinto anno” si applica sia ai casi di omesso pagamento (quando c’era da pagare una bolletta) sia di omessa dichiarazione (quando c’era un obbligo dichiarativo). Va notato che in passato, per la vecchia TARSU, il termine era più breve (spesso 31 dicembre del 3° anno successivo), ma la normativa attuale è chiara nel fissare 5 anni per tutti i tributi locali . La Cassazione stessa ha confermato che l’art. 1 c.161 L.296/06 è la norma di riferimento per individuare la decadenza in materia di tassa rifiuti, superando le previgenti disposizioni del D.Lgs. 507/1993 .

Oltre alla decadenza dell’accertamento, occorre considerare la prescrizione del credito tributario. Infatti, una volta notificato e divenuto definitivo l’avviso (o una volta emessa una cartella, nei casi di riscossione successiva), il Comune ha un ulteriore limite temporale per riscuotere coattivamente le somme. Per la TARI e i tributi locali vige la prescrizione quinquennale: trascorsi 5 anni senza che l’ente abbia compiuto atti interruttivi (ingiunzioni, solleciti notificati, pignoramenti, ecc.), il debito si estingue perché considerato obbligazione di carattere periodico . Ad esempio, se un accertamento TARI divenuto definitivo nel 2020 non viene riscosso entro il 2025, il relativo credito si prescrive (salvo interruzioni) . La Corte di Cassazione – Ordinanza n. 31260/2023 – ha ribadito proprio questo: TARI, IMU, ICI essendo tributi locali annuali, soggiacciono alla prescrizione breve di cinque anni ex art. 2948 cod. civ. . Anche le sanzioni amministrative collegate seguono la stessa sorte quinquennale salvo rare eccezioni (ad es. sanzioni irrogate con sentenza passata in giudicato, che possono prescriversi in 10 anni) . È importante distinguere decadenza e prescrizione: la decadenza riguarda il potere di accertare (e opera fino alla notifica dell’atto); la prescrizione invece il potere di riscuotere un importo già accertato . Ciò significa, in pratica, che se un Comune notifica in ritardo un avviso (oltre i 5 anni) l’atto è nullo per decadenza e va impugnato per far valere tale vizio; se invece l’atto è stato emesso in tempo ma poi il Comune “dorme” nella riscossione, sarà da eccepire la prescrizione decorsi 5 anni dall’ultima notifica valida.

Novità sui termini: occorre segnalare che gli anni 2020–2021 hanno visto una sospensione straordinaria dei termini di decadenza e prescrizione a causa dell’emergenza COVID-19. In particolare l’art. 67 del D.L. 18/2020 (Cura Italia) ha sospeso dall’8 marzo al 31 maggio 2020 le attività di accertamento, prevedendo una proroga di 85 giorni dei relativi termini . Ciò significa che per gli atti in scadenza tra il 2020 e il 2022 i Comuni hanno beneficiato di 85 giorni in più (circa fino a fine marzo dell’anno successivo al quinto) per notificare gli accertamenti . Ad esempio, un accertamento TARI sul 2015 normalmente decaduto al 31/12/2020 poteva essere notificato entro il 26/3/2021 circa. La conferma è arrivata anche dal Dipartimento Finanze e dalla Fondazione IFEL, che hanno interpretato la sospensione come uno spostamento in avanti di pari periodo . Su questo tema c’è stata qualche diatriba giurisprudenziale, ma la situazione attuale (2026) è che tali proroghe COVID sono one-shot e non incidono più sugli atti futuri. Tuttavia, se vi arriva un accertamento a inizio anno su annualità a cavallo di quei periodi, è bene far verificare ad un esperto anche il computo di queste sospensioni: decadenza e prescrizione restano tra le prime cose da controllare.

Giurisprudenza recente sulla TARI: bollette impugnabili, vizi degli atti e riduzioni

Negli ultimi anni la Corte di Cassazione ha più volte affrontato questioni relative alla TARI, fornendo principi utili per la difesa del contribuente. Ecco alcune sentenze di rilievo:

  • Impugnabilità immediata delle bollette TARI: Con Ordinanza n. 1797 del 20/01/2023, la Cassazione ha stabilito che anche la bolletta TARI (cioè la richiesta di pagamento annuale inviata dal Comune) è un atto impugnabile subito dal contribuente . Pur non essendo un “accertamento” formale, la bolletta contiene una pretesa tributaria “ben individuata” e quindi, in base ai principi generali, il contribuente può proporre ricorso senza attendere un successivo avviso di accertamento . Ciò è rilevante perché molti Comuni sostenevano il contrario (ossia che bisognasse prima non pagare e aspettare l’accertamento); la Cassazione invece tutela il contribuente che vuole contestare subito, ad esempio, il calcolo dell’importo in bolletta o la propria soggettività passiva, evitando di dover forzatamente decadere in mora. Attenzione però: la stessa sentenza evidenzia che, se si impugna la bolletta “facoltativamente”, resta comunque onere del contribuente impugnare anche l’eventuale successivo atto tipico (accertamento o ingiunzione) per evitare la definitività della pretesa . In sostanza, la bolletta si può impugnare per far valere da subito le proprie ragioni, ma se poi arriva l’accertamento vero e proprio, questo va impugnato a sua volta (a meno che il Comune, preso atto del ricorso sulla bolletta, non rinunci all’ulteriore pretesa). Con questa pronuncia, la Cassazione ha riconosciuto un principio di civiltà giuridica: qualsiasi atto dell’ente impositore che porti a conoscenza del contribuente una ben definita pretesa tributaria, completa di motivazione, è impugnabile davanti al giudice tributario . Ciò vale non solo per la TARI ma anche, ad esempio, per comunicazioni di irregolarità dell’Agenzia delle Entrate (i cosiddetti avvisi bonari ex art. 36-bis DPR 600/73) . Dunque il contribuente non è mai costretto a subire inerme una richiesta “informale”: se ritiene infondato l’addebito può reagire immediatamente.
  • Validità dell’avviso senza tutti i dati catastali o dettagli di calcolo: Come anticipato, la Cassazione con Ordinanza n. 15793/2025 ha affrontato il caso di un avviso TARI privo di alcuni estremi (mancavano gli identificativi catastali degli immobili). La Suprema Corte ha respinto la tesi del contribuente che chiedeva l’annullamento per difetto di motivazione, stabilendo che l’assenza di dati catastali completi non rende nullo l’atto se l’immobile è comunque individuabile con certezza attraverso altri elementi come l’indirizzo . Nella vicenda concreta, l’avviso indicava la via e alcuni dati metrici; inoltre il contribuente non negava di essere il detentore di quell’immobile. Dunque nessuna incertezza: l’atto è valido . Questo insegna che, in giudizio, difficilmente si ottiene l’annullamento di un avviso TARI puntando su lacune formali se la sostanza (cioè l’oggetto della tassazione) è chiara. Allo stesso tempo, la sentenza offre un secondo spunto: il contribuente in quel caso lamentava anche la mancata concessione di una riduzione tariffaria per presunti disservizi (es. orari di raccolta scomodi, necessità di portare i rifiuti a un centro di raccolta ecc.). Ebbene, la Cassazione ha chiarito che la riduzione della TARI prevista dalla legge (art. 1 comma 657 L. 147/2013) scatta solo in situazioni ben specifiche e gravi: ovvero quando il servizio, pur istituito, non viene svolto in una parte significativa del territorio comunale . Invece disservizi occasionali o modalità ritenute scomode non danno diritto a riduzioni . La cosiddetta “riduzione tecnica” della tassa è infatti concepita per temperare il tributo in caso di vera e propria mancata erogazione del servizio in zona (esempio: quartiere non servito dalla raccolta), non come rimedio a disagi o inefficienze ordinarie. Anche questo è un orientamento utile: spesso i cittadini pensano di poter non pagare la TARI se, ad esempio, la raccolta è fatta di rado o devono fare la differenziata da soli; in realtà la legge consente riduzioni solo a fronte di zone non servite o casi analoghi, mentre per lamentele sulla qualità del servizio non c’è esonero dal pagamento (eventualmente ci sono altre forme di tutela, ma non la riduzione automatica della tassa).
  • Accertamento “annullato” in autotutela e impugnabilità: Un’altra questione affrontata di recente è se sia possibile impugnare un avviso di accertamento rettificato in autotutela dal Comune. Può accadere infatti che dopo un ricorso o una semplice istanza del contribuente, l’ente decida di ridurre parzialmente l’importo accertato emettendo un provvedimento di autotutela. Secondo la Cassazione (Ord. n. 10947/2024), se la rettifica in autotutela annulla in parte l’originario accertamento (ad esempio togliendo un annualità o riconoscendo un errore di calcolo) e comporta solo una diminuzione della pretesa, tale atto non è autonomamente impugnabile . Ciò perché non incide su un quadro già consolidato: se il primo avviso non era stato impugnato nei termini, quel debito è definitivo; la riduzione ottenuta d’ufficio non apre spiragli per contestare ulteriormente l’atto, non avendo introdotto elementi nuovi sfavorevoli al contribuente . Diverso invece il caso in cui la modifica in autotutela aumenti o introduca nuovi elementi imponibili: ad esempio se il Comune emette un nuovo avviso aggiungendo un immobile prima non considerato, anche se contestualmente riduce qualcosa altrove . In tal caso, limitatamente alla parte “in ampliamento” (nuovo cespite, maggior importo), si tratta sostanzialmente di un nuovo accertamento che deve rispettare i termini di decadenza e che può essere impugnato dal contribuente . Quindi, ricapitolando: se l’ufficio corregge in melius un avviso ormai definitivo, il contribuente non può far ricorso solo perché magari sperava in un annullamento totale; se però la correzione introduce un peggioramento o elemento nuovo, quella parte è attaccabile. La regola è coerente con l’idea che serve un “interesse” ad agire: non si può ricorrere contro un atto che, di per sé, riduce il debito senza crearne di nuovi (mancando un pregiudizio).
  • Firma e notifica dell’avviso: Ci sono state discussioni anche su aspetti formali come la firma del funzionario sull’accertamento e le modalità di notifica. Ad esempio, talvolta i contribuenti eccepiscono che la firma sull’atto non sia autografa ma a stampa o illeggibile. La giurisprudenza tributaria è costante nel ritenere che ciò non inficia la validità se dal contesto dell’atto si individua l’autorità emanante. Una firma “illeggibile” ma accompagnata dal nome a stampa del dirigente e dall’indicazione dell’ufficio emittente è considerata sufficiente, in quanto l’atto proviene chiaramente dall’ente competente . Quanto alla notifica, l’avviso di accertamento TARI segue le regole generali delle notifiche degli atti tributari (anche a mezzo posta con raccomandata AR, o tramite messo notificatore comunale). Se il destinatario è irreperibile, può scattare la compiuta giacenza in posta o l’affissione all’albo. Una notifica nulla o inesistente (es. consegna a indirizzo sbagliato, o a soggetto non legittimato a ricevere) è motivo validissimo di ricorso, ma attenzione: se il contribuente viene comunque a conoscenza dell’atto (es. lo ritira in ritardo) è prudente impugnarlo ugualmente entro 60 giorni da quando ne ha avuto contezza, eccependo in giudizio il vizio di notifica. Spetterà poi al giudice valutare, e in caso di notifica inesistente dichiarare la nullità dell’atto anche oltre i termini.
  • Incidenza di giudizi penali sulla TARI: Per completezza, citiamo una novità normativa del 2024 (D.Lgs. 87/2024) che potrebbe riflettersi anche in ambito TARI, sebbene in modo indiretto. La riforma del processo tributario ha stabilito che le sentenze penali di assoluzione (con formule piene “il fatto non sussiste” o “non commesso dall’imputato”) valgono anche nel processo tributario, se riferite ai medesimi fatti . Questo significa che, ad esempio, qualora un contribuente fosse stato imputato per un reato fiscale collegato anche a omessi versamenti TARI (ipotesi rara, ma pensiamo a un’amministrazione condominiale accusata di distrazione di fondi, ecc.) e venisse assolto penalmente perché il fatto non sussiste, l’accertamento tributario cadrebbe di conseguenza . In sostanza, non si potrebbe in sede tributaria affermare la pretesa se il penale ha escluso il fatto. La Cassazione ha già applicato questo principio in alcune pronunce di Gennaio 2025 (es. Cass. 936/2025) . Pur essendo situazioni particolari, dimostrano l’integrazione crescente tra i due ambiti, a tutela soprattutto del contribuente innocente.

Dopo questo excursus normativo e giurisprudenziale, abbiamo gli strumenti per comprendere meglio cosa fare quando arriva un avviso TARI. Nei prossimi paragrafi vedremo concretamente come reagire dopo la notifica, quali sono i passi procedurali e come costruire una difesa efficace, con l’aiuto del legale, per impugnare l’atto e far valere i nostri diritti.

Procedura passo-passo dopo la notifica dell’accertamento TARI: termini e fasi

In questa sezione spieghiamo cosa accade dopo la notifica di un avviso di accertamento TARI e quali passi compiere per attivare la difesa. Seguire un percorso ordinato è fondamentale: un solo errore (per esempio saltare una scadenza o depositare nel luogo sbagliato) può compromettere tutto. Ecco le fasi principali, dal giorno in cui ricevete l’atto fino alla conclusione del primo grado di giudizio.

1. Verifica immediata dell’atto e calcolo delle scadenze

Appena ricevete un avviso di accertamento TARI, la prima cosa da fare è leggerlo con attenzione e annotare due date chiave: la data di notifica e la scadenza per l’eventuale pagamento/ricorso. La notifica può avvenire a mani (tramite messo comunale o ufficiale giudiziario) oppure per posta raccomandata AR; in ogni caso, la data di notifica è quella in cui vi viene consegnata la busta o il plico (o in cui andate a ritirarlo in posta, in caso di raccomandata non consegnata). Da questa data decorrono i termini di legge.

  • Termine per presentare ricorso: è di 60 giorni dalla notifica . Attenzione: se il 60° giorno cade di sabato o domenica o festivo, la scadenza slitta al primo giorno lavorativo successivo. Inoltre, dal 2026 il computo dei termini processuali tributari non include più il periodo feriale (1-31 agosto) grazie alla riforma del processo tributario; tuttavia, per atti notificati prima, agosto sospendeva il termine. Ad ogni modo, nel dubbio, è prudente considerare 60 giorni “puliti”. Questo è il termine perentorio entro cui depositare il ricorso presso la segreteria della Corte di Giustizia Tributaria (CGT) di primo grado competente, dopo averlo notificato al Comune (vedremo i dettagli più avanti).
  • Termine per pagare volontariamente: spesso sull’avviso è indicato anche un termine (di solito 60 giorni anch’esso) entro cui pagare le somme richieste beneficiando delle sanzioni ridotte ad 1/3. Questa è una facoltà concessa dall’art. 17 D.Lgs. 472/1997: se il contribuente rinuncia al ricorso e paga entro il termine, le sanzioni vengono ridotte automaticamente a un terzo (risparmiando il restante 2/3). È un’opzione da valutare qualora l’atto sia corretto e magari si voglia evitare un contenzioso pagando qualcosa in meno di sanzioni. Ma attenzione: se si paga (anche in parte) e non si ricorre entro 60 giorni, l’atto diventa definitivo e non sarà più impugnabile. Dunque questa strada va percorsa solo se si è convinti di non avere motivi validi di opposizione o se la cifra è modesta.
  • Termine per chiedere accertamento con adesione: un’altra data importante è legata all’eventuale istanza di accertamento con adesione. L’accertamento con adesione (disciplinato dal D.Lgs. 218/1997 esteso facoltativamente ai tributi locali) è un procedimento in cui il contribuente chiede all’ufficio di ridiscutere l’atto, potenzialmente raggiungendo un accordo. Se si intende attivarlo, l’istanza va presentata entro il termine per ricorrere, quindi di norma entro 60 giorni. La presentazione dell’istanza sospende automaticamente il termine per impugnare per 90 giorni (o per 30 giorni in alcuni casi di accertamenti preceduti da “contraddittorio preventivo”) . In pratica, facendo istanza di adesione, si guadagna tempo: i 60 giorni si congelano e ripartiranno dopo i 90 giorni (se nel frattempo non si raggiunge un accordo). Nel paragrafo sulle difese e strategie approfondiremo i pro e contro di questa scelta. Per ora, segnate che entro 60 giorni dovrete decidere se fare ricorso subito o chiedere adesione (per poi eventualmente ricorrere).

Consiglio pratico: appena ricevuto l’atto, contattate immediatamente un professionista di fiducia (avvocato tributarista o commercialista esperto in contenzioso tributario) e fissate un incontro. Portate con voi tutta la documentazione utile: l’avviso ricevuto (busta inclusa, per verificare la notifica), le ricevute di eventuali pagamenti TARI effettuati, le copie di dichiarazioni TARI presentate, le bollette e comunicazioni pregresse, e ogni elemento che possa aiutare a ricostruire la vostra posizione (ad esempio se contestate la metratura, portate planimetrie; se lamentate mancanza di servizio, documentate i disservizi, ecc.). Il professionista effettuerà un check-up iniziale dell’atto: controllerà i termini (decadenza, eventuali sospensioni COVID incluse, come visto sopra), la presenza di tutti i requisiti formali (motivazione, indicazione dell’autorità competente, estremi del responsabile del procedimento, indicazione che l’atto è esecutivo e costituisce titolo per la riscossione, come richiesto dalla L. 160/2019), la correttezza del calcolo, la regolarità della notifica, ecc. Questo esame preliminare serve a individuare i possibili motivi di ricorso e anche a stimare le chance di successo. In base a ciò, e sentite le vostre esigenze (ad es. se preferite evitare un processo lungo, o se la cifra è insostenibile per voi), deciderete con il legale la strategia migliore: ad esempio se conviene ricorrere subito chiedendo anche la sospensione, oppure tentare prima l’adesione, o ancora valutare se il Comune sta per varare qualche condono/rottamazione che potrebbe includere l’atto.

2. Ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria: competenza e contenuto

Se si opta per l’impugnazione, bisogna predisporre e notificare un ricorso tributario nei confronti del Comune che ha emesso l’accertamento. Ecco i punti chiave:

  • Giudice competente: per le controversie su tributi locali il giudice competente è la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado (già Commissione Tributaria Provinciale) nella cui circoscrizione ha sede l’ente impositore. In pratica, contro un avviso TARI del Comune X, il ricorso va presentato alla CGT I grado della provincia di X. Ad esempio, accertamento TARI del Comune di Livorno → giudice competente: Corte Giustizia Tributaria I grado di Livorno (che fa parte della Toscana). Nelle Regioni a statuto speciale ci sono alcune particolarità, ma in generale ci si riferisce alla CGT locale.
  • Notifica del ricorso: prima di depositarlo in Corte, il ricorso deve essere notificato al Comune (all’ente impositore), seguendo le regole del processo tributario. La notifica oggi può avvenire in diversi modi: per posta raccomandata (inviando il ricorso all’ente in busta A/R, la notifica si perfeziona con la ricevuta di ritorno firmata), tramite PEC se il Comune ha un domicilio digitale per il tributario (strumento in via di attivazione con la riforma), o tramite ufficiale giudiziario. Molti contribuenti si affidano all’avvocato anche per questo aspetto tecnico, per essere sicuri che il ricorso venga notificato correttamente e tempestivamente. Nel nostro caso, l’Avv. Monardo e il suo studio curano tutte le notifiche via PEC (quando possibile) o via posta. La notifica deve avvenire entro i 60 giorni (salvo sospensioni per adesione).
  • Contenuto del ricorso: è un atto scritto in cui si indicano: il giudice adito, le parti (il contribuente ricorrente e l’ente resistente), l’atto impugnato (con estremi e data di notifica), i motivi di ricorso in diritto e in fatto (ossia le ragioni per cui l’accertamento è illegittimo o infondato), l’eventuale istanza di sospensione dell’atto e le conclusioni (ciò che si chiede: tipicamente l’annullamento totale o parziale dell’avviso, con vittoria di spese). È fondamentale che il ricorso sia motivato chiaramente: non basta dire “non voglio pagare”, occorre indicare i vizi specifici. Ad esempio, motivi tipici: “violazione di legge – l’atto è stato notificato oltre il termine di decadenza di cui all’art.1 c.161 L.296/06”, oppure “erronea quantificazione – l’ente ha applicato tariffa non conforme alla delibera comunale anno X”, “violazione del diritto di difesa – mancata indicazione degli immobili e carenza di motivazione ex art.7 L.212/2000”, “insussistenza del presupposto – l’utenza non produce rifiuti, o l’immobile era inagibile, dunque non tassabile”, ecc. Di norma, il ricorso viene redatto e firmato dal difensore abilitato (avvocato iscritto all’albo, o commercialista abilitato per le commissioni, se il valore supera €3.000; sotto tale soglia il contribuente potrebbe stare in giudizio personalmente, ma è sconsigliabile in casi complessi). Bisogna allegare copia dell’atto impugnato e dei documenti rilevanti (contratti, ricevute, delibere).
  • Deposito del ricorso presso la CGT: Una volta notificato, il ricorso va depositato (meglio dire iscritto a ruolo) presso la segreteria della Corte di Giustizia Tributaria entro 30 giorni dalla notifica all’ente. Oggi questo avviene per via telematica tramite il Portale della Giustizia Tributaria (SIGIT): l’avvocato carica il ricorso con la prova della notifica (ricevuta PEC o AR) e gli allegati, firmando digitalmente. Il deposito produce l’iscrizione della causa. In questa fase si paga anche il contributo unificato, che per i ricorsi tributari varia in base al valore della lite (ad es. valore fino €3.000 → CU €30; fino a €50.000 → €120; fino a €200.000 → €250; oltre → €500). Il valore della lite è l’importo contestato al netto di interessi (solitamente il tributo più sanzioni). Nel nostro esempio TARI, spesso le liti sono di poche migliaia di euro, quindi il contributo unificato è contenuto, ma va comunque assolto pena l’irreperibilità del ricorso. Dopo il deposito, la palla passa al Comune per la costituzione in giudizio (entro 60 giorni, il Comune depositerà le proprie controdeduzioni difensive, di solito a cura di un funzionario o avvocato comunale).
  • Richiesta di sospensione: Se nell’atto di ricorso avete inserito una richiesta di sospensione cautelare, il giudice tributario fisserà un’udienza (in genere entro 30–45 giorni dalla richiesta) per decidere se sospendere temporaneamente l’esecuzione dell’accertamento in attesa della sentenza . L’istanza di sospensione ex art. 47 D.Lgs. 546/92 (come riformato nel 2023) deve dimostrare due cose: il fumus boni iuris (cioè che il ricorso non è pretestuoso ma ha fondamento, ad esempio allegando provvedimenti o documenti che evidenziano l’errore dell’ufficio) e il periculum in mora (cioè il rischio di danno grave e irreparabile se l’atto non viene sospeso, tipicamente un pregiudizio economico serio: es. un pignoramento imminente, o l’importo talmente elevato da mettere in crisi l’attività). Se il giudice accorda la sospensione, l’ente non potrà procedere alla riscossione coattiva fino alla decisione di merito . Se invece la sospensione è negata, l’ente potrebbe andare avanti con la riscossione nonostante il processo in corso (salvo che il debito sia di importo non iscrivibile a ruolo intero in pendenza di giudizio: per le imposte erariali c’è il limite di 1/3 in pendenza di ricorso , ma per la TARI con l’accertamento esecutivo l’intero importo può essere affidato dopo 60 giorni, e l’esecuzione iniziare dopo altri 30, come visto). In caso di diniego di sospensiva, si può presentare un reclamo in secondo grado (Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado) per tentare di ottenerla lì, ma i tempi spesso rendono questa opzione non risolutiva. Dunque, è importante già in primo grado motivare bene la sospensione e corredarla magari di documenti sullo stato di difficoltà economica (ISEE, bilanci aziendali, etc.) se si sostiene un grave danno.

Ricordate: il ricorso non sospende automaticamente la riscossione . Solo la sospensiva concessa dal giudice (o un provvedimento interno del Comune) può congelare l’azione esecutiva. Quindi, non basta aver presentato ricorso per stare tranquilli: occorre ottenere la sospensione o, in alternativa, pagare almeno un terzo se si vuole evitare nel frattempo iscrizioni a ruolo (la normativa consente infatti all’ente di esigere un importo provvisorio pari a 1/3 quando l’atto è impugnato, analogamente a quanto avviene per le imposte erariali, ma nel contesto degli accertamenti esecutivi comunali questa dinamica è nuova e alcuni enti attendono comunque l’esito del giudizio di primo grado prima di procedere).

3. Svolgimento del giudizio di primo grado e decisione

Dopo la fase introduttiva, inizia il processo tributario vero e proprio. Questo si svolge generalmente in forma scritta, senza lunghe istruttorie orali:

  • Scambio di memorie: Dopo la costituzione del Comune (con il suo “controdeduzioni” dove contesterà i nostri motivi), il contribuente ha facoltà di depositare una memoria integrativa entro 30 giorni prima dell’udienza, per replicare alle difese dell’ente e magari aggiungere nuovi documenti a confutazione. A 20 giorni dall’udienza poi il Comune potrebbe a sua volta replicare con una breve memoria e, 10 giorni prima, il contribuente ancora con memorie di sola presa di posizione su eventuali eccezioni nuove. Queste scansioni servono a garantire un contraddittorio completo. Spesso nei giudizi TARI non c’è bisogno di complesse prove testimoniale o perizie (la materia è documentale: delibere, planimetrie, bollette, regolamenti comunali). Talvolta però si possono disporre CTU (consulenze tecniche) se vi è controversia sulla superficie tassabile (un tecnico nominato dal giudice per misurare i metri quadri, ad esempio). Ciò avviene raramente e in liti di un certo valore.
  • Pubblica udienza o trattazione da remoto: In base alle nuove norme, la trattazione può avvenire anche da remoto tramite videoconferenza, oppure sulla base degli atti (senza comparizione, se entrambe le parti lo chiedono). Spesso, in liti su tributi locali, nessuna delle parti presenzia oralmente e i giudici decidono sul materiale depositato. Se invece c’è udienza e l’avvocato va a discutere, può enfatizzare i punti salienti a voce.
  • Sentenza di primo grado: Al termine, il Collegio giudicante emette la sentenza, che viene depositata in segreteria e notificata alle parti via PEC. I tempi variano da città a città: mediamente per un ricorso TARI si può attendere da 6 mesi a 1-2 anni, a seconda dell’arretrato del tribunale. La sentenza può accogliere totalmente il ricorso (annullando l’atto), accoglierlo parzialmente (annullando in parte la pretesa, ad esempio solo sanzioni, o riducendo l’importo) oppure respingerlo, confermando l’accertamento. In caso di soccombenza del Comune, di norma quest’ultimo viene condannato a rifondere al contribuente le spese di lite (spese legali) quantificate dal giudice secondo parametri medi. In caso opposto, se il ricorrente perde, può essere condannato lui alle spese. Se però la questione era particolarmente incerta o nuova, il giudice può compensare le spese (ognuno le proprie). Attenzione: se il ricorso era temerario o manifestamente infondato, c’è il rischio di una condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c., ma è evenienza rara in materia tributaria.
  • Esecutività e appello: La sentenza della CGT di primo grado è esecutiva. Se annulla l’atto, il Comune dovrà adeguarsi (ed eventualmente rimborsare somme pagate in pendenza di giudizio); se conferma l’atto, il contribuente deve adempiere (salvo appello con eventuale nuova sospensiva in secondo grado). Entrambe le parti hanno diritto di proporre appello alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado (ex Commissione Regionale) entro 60 giorni dalla notifica della sentenza o entro 6 mesi dal deposito se non notificata. L’appello è un nuovo grado di merito in cui si possono rivedere i fatti e il diritto. Non entreremo qui nei dettagli dell’appello, ma basti sapere che, se la causa non si chiude positivamente in primo grado, è possibile proseguirla in secondo e perfino, per sole questioni di legittimità, in Cassazione. Chiaramente, prima di appellare occorre valutare costi e benefici con il proprio legale (nel nostro esempio, l’Avv. Monardo seguirà il cliente anche nei gradi successivi se necessario, cercando magari in appello di conciliare con il Comune, come vedremo più avanti).

Riassumendo la procedura in forma schematica:

  • Giorno 0: Notifica avviso accertamento TARI → da qui 60 giorni per reagire.
  • Entro 60 giorni: scelta tra ricorso o accertamento con adesione (o pagamento ridotto se si accetta).
  • Se ricorso: notifica ricorso al Comune entro 60 gg → deposito in CGT entro 30 gg successivi.
  • Dopo deposito: attesa fissazione udienza (nel frattempo possibile chiedere sospensiva → udienza cautelare entro ~30 gg dalla richiesta).
  • Scambio memorie: fino a 10 gg prima dell’udienza di merito.
  • Udienza e Sentenza di I grado: tempi variabili, decisione notificata via PEC.
  • Dopo sentenza: eventuale appello entro 60 gg.

Questa sequenza può spaventare per tecnicismi, ma con l’assistenza di uno studio legale specializzato diventa gestibile: il contribuente sarà guidato passo passo e potrà concentrarsi sui fatti (fornire documenti e informazioni veritiere), lasciando ai professionisti l’onere degli atti processuali e del rispetto delle scadenze.

Nel prossimo capitolo, passeremo dal contenitore al contenuto: quali argomentazioni e difese possiamo utilizzare per vincere il ricorso? Analizzeremo le strategie legali più efficaci per impugnare l’accertamento TARI, dalle eccezioni formali a quelle di merito, e vedremo anche come comportarsi nel caso si voglia evitare il giudizio puntando a soluzioni transattive.

Difese e strategie legali: come impugnare e contestare l’avviso TARI

Impugnare un avviso di accertamento TARI con successo richiede una combinazione di conoscenza tecnica (delle norme tributarie e delle pronunce giurisprudenziali rilevanti) e di strategia processuale. In questa sezione esamineremo le principali difese che il contribuente (con il suo avvocato) può opporre, suddividendole in due macro-categorie:

  1. Vizi formali e procedurali dell’atto – che possono portare all’annullamento per motivi di legittimità, indipendentemente dal merito della pretesa.
  2. Questioni di merito sostanziale – ossia ragioni per cui il tributo non è dovuto (o lo è in misura minore), legate ai fatti oggetto dell’accertamento.

Inoltre, vedremo come chiedere la sospensione dell’atto, come gestire un’eventuale fase di accertamento con adesione e quali tattiche adottare durante il processo (ad es. la richiesta di consulenze tecniche, la produzione di regolamenti comunali a proprio favore, etc.).

Principali motivi di ricorso “formali”: quando l’atto è nullo o illegittimo

1. Notifica irregolare o tardiva: Come già sottolineato, se l’avviso è stato notificato oltre il termine di decadenza (31 dicembre del quinto anno successivo all’anno d’imposta contestato), esso è nullo. Questo è uno dei motivi più forti di ricorso: il giudice, verificata la data di notifica (fa fede la data di consegna o di ricevimento raccomandata) e l’anno cui si riferisce l’omissione, annullerà l’atto per intervenuta decadenza del potere impositivo . Ad esempio: avviso notificato il 15/02/2026 relativo a “TARI 2020 omessa” → decaduto, doveva essere notificato entro 31/12/2025. Da notare che eventuali proroghe (come l’85 giorni COVID per atti pendenti nel 2020) vanno conteggiate: se l’ufficio rientrava in quella finestra, potrebbe avere un margine in più . Il legale dovrà considerare anche queste eccezioni. – Un altro vizio è la notifica inesistente (es. l’atto non è mai arrivato al destinatario perché consegnato a persona e indirizzo sbagliati): in tal caso però spesso il contribuente nemmeno sa dell’atto finché magari non arriva una cartella. Se emergesse ciò in giudizio (magari perché l’ente porta la relata che risulta viziata), il ricorso verrebbe accolto per nullità della notifica. – Notifiche a mezzo PEC: ad oggi raramente i Comuni notificano accertamenti TARI via PEC ai cittadini, ma se accade bisogna verificare che la PEC utilizzata sia quella risultante dai pubblici elenchi per il contribuente, altrimenti la notifica non è valida.

2. Difetto di motivazione e carenze nell’atto: Un classico motivo di ricorso è sostenere che l’avviso non sia motivato a sufficienza rispetto a quanto richiede la legge (art. 7 L.212/2000, art. 1 c.162 L.296/2006 per variazioni di superficie, ecc.). Ad esempio, se l’atto non spiega su quali elementi si basa il recupero di superficie o l’omessa denuncia, o se non indica gli immobili cui si riferisce. Tuttavia, come visto, la giurisprudenza è piuttosto rigorosa nel valutare la motivazione in concreto: occorre che la carenza sia tale da impedire la difesa del contribuente. Se invece, pur mancando qualche dettaglio, il contribuente è in grado di comprendere la pretesa, il giudice potrebbe ritenere sufficiente la motivazione . Un esempio in cui la motivazione è stata ritenuta insufficiente: un accertamento TARSU emesso anni fa che non conteneva né i nuovi mq accertati né la tariffa applicata, lasciando il contribuente all’oscuro di come si fosse formato l’importo – in quel caso le Commissioni annullavano perché l’atto era un mero conteggio incomprensibile. Oggi, con l’art. 1 c.162 L.296/06, basta indicare “maggiore superficie accertata X mq, tariffa €/mq Y” per soddisfare la norma . Quindi, il consiglio è: valutare sempre se davvero non avete capito qualcosa dell’atto. Se sì, allora la motivazione è carente e potete contestarla. Se no, meglio puntare su altri motivi.

3. Errore sull’emittente o sul destinatario: Può capitare che l’accertamento sia emesso da un soggetto incompetente. Ad esempio, alcuni Comuni affidano la gestione della TARI a società partecipate o concessionari: questi però non possono firmare l’avviso di accertamento, che resta atto autoritativo riservato al funzionario comunale designato (di solito il dirigente tributi). Se trovate che l’atto è sottoscritto da “Società Alfa per il Comune di X” senza indicazione del funzionario comunale responsabile, si potrebbe eccepire l’invalidità per difetto di legittimazione attiva. Analogamente, bisogna controllare che l’atto sia rivolto al soggetto giusto: se siete proprietario ma l’immobile è occupato da un inquilino che doveva pagare lui la TARI (ci sono regole precise: la TARI è dovuta dall’occupante, e proprietario solo in solido se contratti brevi), potreste contestare la soggettività passiva: “io proprietario non ero tenuto, l’occupante era Caio, dovevate colpire lui”. Oppure se vi addebitano TARI per un immobile in un altro Comune, evidentemente errore di persona. Questi casi, se documentati, portano all’annullamento perché l’ente ha sbagliato bersaglio.

4. Violazione del contraddittorio (nei casi previsti): Nel sistema dei tributi locali, non vige un obbligo generalizzato di contraddittorio endoprocedimentale (a differenza di alcuni tributi erariali). Tuttavia, con l’entrata in vigore dell’art. 6-bis dello Statuto del contribuente anche per i locali, potrebbero esservi ipotesi in cui prima dell’accertamento si doveva invitare il contribuente a fornire osservazioni (attualmente questo obbligo preventivo riguarda gli accertamenti “a tavolino” complessi, più in ambito imprese/IVA che TARI). Se però emergesse che il Comune era tenuto a un confronto preventivo e non l’ha fatto (per esempio perché il caso rientrava in quelli non esclusi dall’art. 6-bis, come accertamenti fondati su presunzioni e non su dati oggettivi), allora si potrebbe eccepire la nullità dell’atto per mancato contraddittorio endoprocedimentale. È un tema in evoluzione e piuttosto tecnico, che il vostro avvocato valuterà alla luce delle ultimissime normative (il D.Lgs. 218/1997 riformato nel 2024 prevede in quali casi l’adesione sostituisce il contraddittorio e viceversa , ma per tributi locali resta facoltativo in molti casi).

5. Altri vizi formali vari: Ce ne sono molti, citiamo i più frequenti. Errata intestazione o mancata indicazione del responsabile del procedimento: la L.212/2000 richiede di indicare chi è il responsabile del procedimento di emissione (non la firma, proprio il responsabile amministrativo). Se manca, talvolta le Commissioni hanno annullato l’atto per violazione di legge. Mancata indicazione delle modalità e termini di ricorso: per legge l’atto deve dire “potete ricorrere entro 60gg a CGT di X”, se ciò manca potrebbe essere considerata una mera irregolarità sanabile, ma in passato si discusse sulla sua rilevanza. Difetto di firma: se l’avviso proprio non è sottoscritto (nemmeno digitalmente) da alcuno, sarebbe nullo per mancanza di un elemento essenziale. Normalmente c’è sempre una firma, fosse anche digitale, quindi raro. Mancata indicazione che l’atto è esecutivo: dal 2020 gli accertamenti esecutivi devono contenere l’intimazione ad adempiere entro il termine di ricorso e l’avvertimento che, decorso tale termine, l’atto è titolo esecutivo e che l’esecuzione sarà affidata dopo 30 giorni . Se il Comune avesse omesso tali formule di rito, si aprirebbe un dibattito: è un vizio comportante nullità oppure no? Secondo alcuni, l’atto resterebbe valido come accertamento ma privo di esecutività, obbligando l’ente a notificare poi eventualmente una cartella o ingiunzione. Potrebbe essere un argomento per chiedere la sospensione dell’efficacia esecutiva. In mancanza di giurisprudenza specifica, è un tema da maneggiare con cura.

Difese di merito: contestare la pretesa fiscale TARI

Passando ai motivi sostanziali, lo scopo del ricorso tributario è spesso dimostrare che la pretesa del Comune è infondata nel merito, ossia che il contribuente non deve pagare ciò che gli viene chiesto. Ecco i principali filoni di difesa:

1. L’importo non è dovuto o è calcolato male: Questa è la difesa più immediata: mostrare che la somma richiesta è sbagliata. Può declinarsi in varie forme: – Doppio pagamento o errore contabile: a volte il Comune fa accertamenti “a tappeto” e può capitare che la somma fosse invece già stata versata. In tal caso, basta esibire le ricevute di pagamento della TARI per quell’anno, e il giudice annullerà l’atto perché il tributo non era dovuto (o lo era in parte minore). – Errata applicazione tariffe o esenzioni: bisogna controllare la delibera comunale TARI di quell’anno e il regolamento. Se per esempio il Comune ha applicato la tariffa abitazioni a un locale che in realtà rientrava in categorie speciali (magari con tariffa inferiore), o se il contribuente aveva diritto a una riduzione (es. abitazione a uso stagionale, unico occupante anziano, distanza dal cassonetto oltre tot, ecc. come spesso prevedono i regolamenti) che non gli è stata concessa, il ricorso può far valere questo e chiedere la rideterminazione dell’importo. La Cassazione ha ricordato che le agevolazioni per abitazioni non residenti sono facoltà e non obbligo per i Comuni , ma se il regolamento locale le prevede, vanno applicate. – Superficie tassabile errata: è un motivo frequentissimo. Magari il Comune ha preso i dati catastali o un accesso agli atti e sostiene che la superficie imponibile è 120 mq, mentre il contribuente afferma che, tolte le aree esenti (garage, cantine?), o al netto di errori di misurazione, sarebbe 100 mq. Qui conviene allegare planimetrie e, se del caso, chiedere al giudice una verificazione tecnica. Spesso, in fase di adesione o mediazione, si arriva a un compromesso sulla base di misurazioni aggiornate. – Periodo diverso: se contestano annualità per cui c’era esonero (es: locali non utilizzati per tutto l’anno, e il regolamento esentava oltre 6 mesi di inutilizzo purché comunicato – se uno prova di aver comunicato e di non aver prodotto rifiuti, quell’anno non è dovuto). – Errori di classificazione dell’utenza: ad esempio, un contribuente con un piccolo B&B familiare viene tassato come attività alberghiera (tariffe molto più alte) mentre avrebbe dovuto rientrare tra le utenze domestiche o para-domestiche secondo regolamento. Queste questioni regolamentari sono terreno di merito in cui un avvocato esperto di tributario locale può fare la differenza, rintracciando nella normativa comunale appigli per ridurre la tassa.

2. Non sussiste il presupposto imponibile: Si tratta di sostenere che non dovrei proprio pagare la TARI perché non rientro nei soggetti tenuti. Esempi: – Immobili inagibili o inutilizzabili: se l’immobile in quegli anni era di fatto inagibile (crollato, senza utenze, etc.) e magari è stato pure dichiarato tale, la tassa rifiuti non è dovuta (perché non produce rifiuti). Bisogna vedere il regolamento comunale: molti escludono locali privi di utenze e di arredi perché considerati non atti all’uso. Documentando ciò (foto, certificazioni), si può far annullare l’atto per carenza del presupposto. – Immobili non di proprietà né in detenzione: può sembrare banale, ma a volte arriva un accertamento intestato alla persona sbagliata (es. al vecchio proprietario benché l’immobile sia stato venduto anni prima). In tal caso basta il rogito di vendita o l’utenza intestata ad altri per dimostrare che il soggetto passivo era un altro. – Locali senza produzione di rifiuti o già tassati altrove: alcuni regolamenti escludono aree scoperte pertinenziali, o fabbricati collabenti, o doppie tassazioni. Se l’accertamento include aree che per legge/regolamento non sono tassabili (ad esempio, superfici dove si formano rifiuti speciali che l’azienda smaltisce a parte e non tramite il servizio pubblico: questi per legge vanno esclusi dalla TARI nella quota di superficie dove si formano tali rifiuti, purché dimostrato), allora quell’importo è contestabile. Un caso: un’attività industriale che paga lo smaltimento di rifiuti speciali per conto proprio su un’area, può avere esclusione parziale TARI su quell’area.

3. Prescrizione del tributo: Se l’avviso copre annualità molto vecchie e nel frattempo (dopo notifica) sono trascorsi oltre 5 anni senza che il Comune abbia fatto nulla, si può eccepire prescrizione ma questo normalmente si fa dopo che l’atto è definitivo e arriva una cartella. Nel ricorso contro l’accertamento stesso, la prescrizione non si pone (non è ancora maturata, l’atto l’ha interrotta). Ci si può tuttavia premunire in caso di dilazione: se il Comune notifica un accertamento per 5 annualità di cui alcune forse già prescritte prima della notifica (es. TARI 2017 notificata nel 2023: qui no, perché 2017->2022 era il termine; se fatta nel 2023 è tardiva – decadenza, non prescrizione). La prescrizione attiene alla fase di riscossione successiva.

4. Sanzioni non dovute o da annullare per buona fede: Si può chiedere la disapplicazione o riduzione delle sanzioni in caso di non colpevolezza del contribuente. Ad esempio, se l’errore è scusabile, se c’è obiettiva incertezza normativa, o se il contribuente ha seguito indicazioni fuorvianti del Comune stesso. Anche se la Commissione Tributaria raramente annulla le sanzioni per questi motivi, vale la pena proporlo quando ci sono elementi (ad esempio: “il Comune non mi ha inviato le bollette per anni e io credevo erroneamente che non fosse dovuta la tassa, c’è stato un errore scusabile”). In alcuni casi il giudice, pur confermando il tributo, ha annullato o ridotto le sanzioni in virtù di situazioni particolari (specialmente dopo la sentenza della Consulta n. 209/2022 che ha dichiarato incostituzionale l’automatismo sanzionatorio se il contribuente prova la non colpevolezza, anche se ciò è più rilevante per sanzioni fiscali erariali).

5. Il servizio rifiuti non viene svolto o è gravemente carente: Come visto, la legge prevede riduzioni solo per mancato svolgimento su larga scala . Se però ci si trova proprio in una situazione estrema (es. una frazione isolata non servita da raccolta, dove i cittadini devono arrangiarsi), allora nel ricorso va assolutamente inserito questo motivo, perché c’è una norma (art. 1 c.657 L.147/2013) che dà diritto a una riduzione (fino al 20% o più, secondo regolamento) se la raccolta non viene effettuata. Bisognerà dimostrarlo con testimonianze, reclami fatti all’epoca, ecc. Se invece si lamenta solo una scarsa qualità (cassonetti lontani, orari scomodi), il giudice difficilmente riconoscerà qualcosa, come da orientamento Cassazione citato.

6. Motivi eccezionali: Ci potrebbero essere altri motivi peculiari, ad esempio: – Intervenuta auto-annullamento parziale: se dopo il ricorso il Comune stesso annulla in autotutela l’atto per qualche anno (riduzione), il processo potrebbe chiudersi per cessata materia del contendere su quella parte. Oppure se c’è stato un condono fiscale a cui avete aderito per parte del debito (ad es. una rottamazione locale su sanzioni, nel frattempo deliberata) si può far valere nel giudizio. – Errori nei riferimenti normativi: di solito non portano a nullità, ma se l’avviso si fonda su una norma errata (ad es. richiama ancora TARSU quando doveva applicare TARI) si può sottolineare per inquadrare la confusione dell’ente. – Incostituzionalità o questioni Europee: In passato qualcuno ha eccepito che la TARI, calcolata solo sui mq e non sull’effettiva produzione di rifiuti del singolo, violerebbe il principio “chi inquina paga” e la capacità contributiva. La Cassazione ha ritenuto infondata la questione, spiegando che il sistema tariffario basato su criteri medi è ragionevole e conforme alle direttive ambientali . Quindi questo filone difensivo è debole; tuttavia, se mai emergessero nuovi elementi (ad es. Tariffe TARI palesemente sproporzionate, Comuni che incassano più del costo del servizio), si potrebbe tentare qualche contestazione anche su quel fronte, magari citando i pareri della Corte dei Conti su TARI (che però guardano più ai bilanci comunali).

In sostanza, la linea difensiva andrà calibrata sul caso concreto. L’Avv. Monardo e il suo staff analizzano ogni atto per individuare tutti i possibili motivi, ma poi scelgono di valorizzare quelli più incisivi in giudizio. Ad esempio, se c’è decadenza, spesso basta quella per vincere – non serve appesantire il ricorso con mille altre questioni, sebbene in via subordinata si possano inserire. Se invece il punto è discutere i metri quadri o la tariffa, allora il focus sarà sul merito tecnico, magari supportato da documenti (planimetrie, foto dei cassonetti, regolamenti). Una buona strategia spesso include un approccio multi-livello: si eccepisce sia un vizio formale (che se accolto fa cadere tutto) sia, “in via gradata”, l’infondatezza nel merito (così che, se il giudice non se la sente di annullare per il vizio, potrebbe comunque accogliere la tesi di merito riducendo il dovuto). Questa duttilità è importante perché consente di avere più frecce al proprio arco.

L’accertamento con adesione: negoziare con l’ente per ridurre sanzioni e importi

Un capitolo particolare delle strategie difensive è l’accertamento con adesione, strumento definito “deflativo del contenzioso”. Invece di andare subito davanti al giudice, il contribuente può cercare un accordo direttamente con l’ente impositore. Vediamo come funziona in ambito TARI:

  • Come si attiva: Entro i 60 giorni dalla notifica dell’avviso, si presenta al Comune un’istanza di accertamento con adesione, manifestando la volontà di definire in contraddittorio. Da quel momento i termini per ricorrere sono sospesi 90 giorni (o 30 giorni se l’avviso era preceduto da invito, ipotesi non comune per TARI). L’ufficio convocherà il contribuente per un incontro (anche telematico) per discutere dell’atto.
  • Cosa si può ottenere: Nell’adesione, tipicamente il contribuente riconosce una parte del dovuto e l’ente riduce le sanzioni. Per legge, se si perfeziona l’accordo, le sanzioni vengono ridotte a 1/3 di quelle irrogabili (o a 1/6 se l’adesione era avviata su un verbale prima dell’accertamento). Spesso i Comuni concedono il minimo edittale o poco sopra. Ad esempio, in un omesso pagamento TARI con sanzione base 30%, potrebbero ridurla al 10%. In alcuni casi l’ente può anche riconoscere qualche errore o circostanza attenuante e abbassare l’imponibile (ad esempio dimezzare i mq contestati se il contribuente porta documenti). L’esito è formalizzato in un atto di adesione che sostituisce l’accertamento: il contribuente si impegna a pagare l’importo concordato.
  • Vantaggi e svantaggi: Il vantaggio principale è evitare la causa, risparmiando tempo e (talvolta) denaro. Si ottiene uno sconto sulle sanzioni (che in caso di ricorso e sconfitta andrebbero pagate integralmente). Inoltre, si può chiedere contestualmente la rateazione del dovuto. Infatti, perfezionato l’accordo pagando la prima rata entro 20 giorni, il restante importo può essere rateizzato (fino a 8 rate trimestrali se sotto 50 mila €, 16 rate se sopra). Questo diluisce l’esborso. Lo svantaggio è che, aderendo, si rinuncia al ricorso e quindi se anche emergesse dopo un vizio magari non considerato, l’accordo ha chiuso la partita (salvo revoca se il contribuente non paga le rate, nel qual caso però l’atto originale rivive per intero, scenario peggiore di prima!). Bisogna quindi valutare bene: conviene aderire solo se l’ufficio mostra apertura a ridurre sensibilmente la pretesa o se il contribuente preferisce pagare qualcosa in più pur di non fare causa. Nel caso di evidente errore del Comune, meglio ricorrere e puntare all’annullamento totale.
  • Esperienza pratica: Lo Studio Monardo ha seguito varie procedure di adesione con enti locali. La realtà è che non tutti i Comuni sono organizzati per gestire adesioni: alcuni non rispondono nemmeno all’istanza (nel qual caso, scaduti i 90 giorni, si procede col ricorso). Altri convocano ma tendono a confermare tutto, offrendo solo la riduzione sanzioni di legge (che avreste ottenuto anche in caso di pagamento in acquiescenza nei 60 gg, per dire). In altri casi, invece, specie per cifre importanti, c’è margine di trattativa: ad esempio, se il contribuente ha prove solide che la superficie è minore, l’ufficio potrebbe accettare di ridurre l’imponibile per evitare di rischiare di perdere in giudizio. Oppure, se il contribuente versa subito la quota capitale, potrebbero stralciare le sanzioni completamente (è successo in casi in cui c’era di mezzo la buona fede del contribuente e il Comune riconosce l’errore, benché formalmente non potrebbe abbonare tutto, ma c’è sempre la via dell’autotutela motivata).

In sintesi, l’accertamento con adesione è un’opzione da considerare quando: a) i motivi di ricorso non sono granitici e c’è incertezza sull’esito; b) il contribuente preferisce risolvere presto e limitare i danni; c) il Comune dà segnali di volersi accordare. Non costa nulla provare (a parte sospendere il termine, ma quello è un bene). Se non si raggiunge intesa entro i 90 giorni, l’ufficio deve eventualmente emettere un atto integrativo. In ogni caso, si riattivano 60 giorni di tempo per ricorrere. Dunque l’adesione può anche essere vista come un modo per prendere tempo in situazioni complesse, permettendo al legale di raccogliere documenti e studiare meglio il caso, col beneficio aggiuntivo che qualsiasi dichiarazione fatta in sede di adesione non può essere usata contro in giudizio se poi salta (diversamente dalla conciliazione giudiziale).

Conciliazione in giudizio e mediazione tributaria

Oltre all’adesione prima del ricorso, esistono strumenti di definizione della lite durante o prima del processo:

  • Mediazione/reclamo tributario (fino al 2024): Per le liti di valore fino a €50.000 riguardanti atti notificati prima del 2024, il contribuente era obbligato a presentare un reclamo-mediazione prima del ricorso . In pratica coincidente con il ricorso stesso, ma dove il Comune poteva rispondere con una proposta entro 90 giorni. Dal 2024 questo istituto è stato abrogato (per ricorsi dal 1/9/2024 in poi non serve più) . Quindi, se il vostro avviso è recente, non dovrete fare mediazione obbligatoria; potrete comunque cercare una conciliazione dopo aver depositato il ricorso, ma non è più un passaggio formale necessario. Questo semplifica il procedimento: si può ricorrere subito. Per completezza: se qualcuno ha presentato ricorso nel primo semestre 2024, la norma transitoria era un po’ controversa , ma ormai dal 2025 in poi consideriamo archiviata la mediazione obbligatoria.
  • Conciliazione giudiziale: È sempre possibile, dopo aver instaurato il giudizio, trovare un accordo col Comune per chiudere la lite. La conciliazione può essere totale o parziale e viene formalizzata con un accordo davanti (o inviato) al giudice, il quale la recepisce in una sorta di sentenza di conciliazione. I vantaggi: se concili in primo grado, le sanzioni residue sono ulteriormente ridotte al 40% ; in secondo grado al 50%. Ciò per incentivare a chiudere presto. Inoltre, le parti di solito si accordano sulle spese (spesso ognuno le proprie o il Comune paga una parte delle spese del contribuente, specie se inizialmente aveva torto marcio su qualcosa). La conciliazione può intervenire anche dopo una fase di mediazione fallita o in appello. Se ad esempio in primo grado le cose si mettono male per il Comune (il giudice in udienza anticipa orientamento favorevole al contribuente), non è raro che il funzionario proponga di conciliare riducendo l’importo e chiudendo. L’avvocato del contribuente in quel caso valuterà se conviene accettare quell’offerta o confidare nella vittoria totale: dipende dal rischio e dal costo opportunità di proseguire. Lo Studio Monardo, ad esempio, cerca sempre di ottenere il massimo risultato: se l’ente offre di togliere solo le sanzioni, ma il legale è convinto che l’intero tributo sia non dovuto, allora si rifiuterà di conciliare. Viceversa, se c’è incertezza, una conciliazione che abbassi la pretesa del 70-80% può essere un ottimo esito.
  • Autotutela: Parallelamente al ricorso, nulla vieta di presentare comunque un’istanza di autotutela al Comune, chiedendo l’annullamento dell’atto per evidenti errori (allegando magari le prove). L’autotutela è una richiesta bonaria all’ente di riesaminare e annullare o correggere l’atto. Non sospende termini né è un passo obbligatorio, ma a volte l’ente, visto il ricorso e magari un palese errore, preferisce evitare la causa accogliendo in autotutela. Se ciò accade, il contenzioso si chiude. Non bisogna però affidarsi solo all’autotutela: va fatta in aggiunta al ricorso (mai attendere l’esito di autotutela superando i termini di ricorso, perché l’ente potrebbe non rispondere affatto e intanto i termini scadono facendovi perdere il diritto).

In conclusione su difese e strategie: ogni caso è unico e richiede una combinazione di mosse. L’importante è agire con tempestività (non perdere i termini), raccogliere le prove a proprio favore e affidarsi a professionisti esperti che conoscano sia la normativa nazionale sia i regolamenti comunali e le prassi locali.

Nel prossimo paragrafo allargheremo lo sguardo oltre il singolo accertamento, esplorando gli strumenti alternativi che il contribuente/debitore ha a disposizione per gestire o risolvere il debito TARI una volta sorto, soprattutto se ci si trova in difficoltà economica: dalle nuove rottamazioni locali introdotte nel 2023-2026 ai piani di rateazione straordinari, fino alle procedure concorsuali per sovraindebitati.

Strumenti alternativi per definire il debito: rottamazioni, piani di rientro e soluzioni da sovraindebitamento

Oltre alla strada del contenzioso tributario, il contribuente raggiunto da un accertamento TARI ha a disposizione alcuni strumenti alternativi o complementari per gestire il debito. Questi strumenti possono essere utili quando la contestazione nel merito è debole (quindi la pretesa fiscale è effettivamente dovuta) ma si vuole mitigare l’impatto economico o evitare misure esecutive. In altri casi, servono per chiudere la posizione in modo agevolato, pagando meno del dovuto. Esaminiamo le principali opzioni:

Rottamazione e definizione agevolata dei tributi locali (novità 2023-2026)

Negli ultimi anni il legislatore ha varato diverse misure di definizione agevolata – i cosiddetti “condoni” o “rottamazioni” – che però riguardavano prevalentemente i debiti affidati all’Agente della Riscossione (Agenzia Entrate-Riscossione, ex Equitalia). Ad esempio, la Rottamazione-quater (art. 1 commi 231-252 L. 197/2022) ha permesso di pagare i carichi iscritti a ruolo (cartelle) dal 2000 al 30/6/2022 senza sanzioni né interessi di mora, con possibilità di rate fino al 2027 . Se un accertamento TARI era già confluito in cartella, si poteva includerlo in questa rottamazione nazionale. Tuttavia, l’avviso di accertamento in sé (non ancora a ruolo) non rientrava direttamente.

La vera novità è arrivata con la Delega Fiscale 2023 (L. 111/2023) e i suoi decreti attuativi sul fisco locale tra 2024 e 2025. In particolare, il Governo ha approvato un decreto legislativo (fine 2025) che dà autonomia ai Comuni di prevedere definizioni agevolate proprie dei tributi locali . Questa sorta di “rottamazione locale” consente ai singoli enti di deliberare misure come: – Stralcio totale o parziale di sanzioni e interessi su tributi locali non pagati. – Pagamento rateale incentivato. – In alcuni casi, possibilità di annullamento di crediti di difficile esazione.

La Legge di Bilancio 2026 ha infatti previsto che Comuni, Province e Regioni possano adottare – con proprie delibere entro un certo termine – sanatorie su entrate locali (incluse IMU, TARI, multe ecc.) . Non si tratta di un condono obbligatorio e generalizzato: ogni ente decide se aderire e come. Ad esempio, un Comune potrebbe deliberare che i debiti TARI fino all’anno 2021 possono essere definibili pagando solo il tributo senza sanzioni né interessi (sul modello delle rottamazioni statali) oppure con uno sconto sulle sanzioni. Oppure potrebbero prevedere la definizione agevolata delle controversie pendenti: se avete un ricorso TARI in corso, pagate il 20% e chiudete, per dire (misura simile fu adottata per le liti erariali nel 2023). Altre opzioni includono la sanatoria delle ingiunzioni di pagamento emanate dal Comune.

C’è quindi una sorta di “menù” di possibili definizioni agevolate locali. È cruciale informarsi se il vostro Comune ha deliberato o sta deliberando tali misure. Ad esempio, alcuni Comuni hanno approfittato già della legge di Bilancio 2023 (che consentiva un mini-stralcio interessi su cartelle sotto 1.000€ del 2015-2018 e la possibilità di rottamazioni locali su ingiunzioni) e altri lo faranno con la nuova legge 2026 che amplia il raggio.

Secondo le linee guida, i Comuni potranno eliminare sanzioni e interessi su tributi locali non riscossi per alleggerire i carichi pendenti . Questo ovviamente riguarda soprattutto debiti passati, non tanto l’avviso appena ricevuto. Ma attenzione: se non impugnate l’avviso e questo diventa cartella, potreste poi sperare in una rottamazione futura? È un azzardo. Meglio ragionare così: se è in corso una definizione agevolata e il Comune consente di aderirvi includendo anche atti non definitivi, potrebbe convenire aderire e pagare ridotto invece di fare causa. Ad esempio, ipotizziamo che il Comune deliberi che per gli accertamenti notificati entro il 2025 si può pagare solo il tributo + interessi legali, con sgravio sanzioni. Se avete un avviso con sanzioni 30%, sarebbe un bel risparmio. Però queste scelte vanno coordinate con i termini di ricorso: molte definizioni richiedono domanda entro date precise. Occorre quindi la consulenza del vostro legale per capire se una sanatoria locale è compatibile con la vostra situazione.

Un caso concreto: il Comune di Roma nel 2023 ha permesso la rottamazione delle ingiunzioni (lo strumento di riscossione comunale analogo alla cartella) per i tributi locali fino al 2017, con stralcio sanzioni. Se Tizio non aveva pagato la TARI 2016 e aveva ricevuto ingiunzione, ha potuto definire pagando solo il tributo e interessi. Questo per dire che sul territorio nazionale le iniziative possono variare. Tenersi informati è fondamentale.

Lo Studio Monardo, grazie alla presenza di professionisti attivi a livello nazionale, è sempre aggiornato sulle opportunità normative: ad esempio, se il cliente ha debiti TARI in più comuni, verificherà in ognuno se c’è una definizione agevolata e aiuterà a presentare le istanze relative.

Riassumendo i punti salienti delle rottamazioni locali (alla luce delle norme ad oggi note):

  • Ambito: tributi comunali (IMU, TARI, ICP, canone unico ecc.) e anche multe. Ogni ente può scegliere cosa includere .
  • Beneficio tipico: stralcio delle sanzioni e degli interessi di mora, pagando solo il tributo (ed eventualmente interessi legali base) . Per le multe stradali, solo stralcio interessi perché la sanzione in sé è il “principale” .
  • Atto definibile: in genere i ruoli, ingiunzioni o accertamenti esecutivi già emessi. Alcune delibere hanno ammesso la definizione anche di avvisi accertamento non ancora in riscossione, purché non impugnati o divenuti definitivi . Se è in contenzioso, a volte richiedono la rinuncia al ricorso.
  • Procedura: il contribuente presenta domanda al Comune entro la scadenza indicata (p.es. 30/4/2026). Il Comune verifica il diritto e comunica l’ammontare dovuto scontato. Il perfezionamento avviene col pagamento unico o della prima rata entro la data stabilita .
  • Rateazione: ammessa, di solito fino a 18 o 24 rate mensili per importi alti, ma questo dipende dalle delibere. Il mancato pagamento di una rata fa decadere la sanatoria, rispristinando il debito originario .
  • Effetti: presentare la domanda sospende le azioni esecutive sull’atto . Quindi, se avevate un fermo o pignoramento imminente, questo viene congelato finché siete in regola col piano concordato.
  • Limiti: non è un condono della sorte capitale (in rarissimi casi qualche Comune potrebbe azzerare anche quota di tributo, ma sarebbe insolito e perlopiù per crediti prescritti non riconosciuti come tali). Più che altro è un’occasione per chiudere pendenze con un taglio delle somme aggiuntive e senza spese di riscossione.

Importante: Le definizioni agevolate sono una facoltà del Comune, non un obbligo . Quindi il panorama può essere molto diverso da luogo a luogo. Uno potrebbe lamentare la disparità, ma rientra nell’autonomia finanziaria locale riconosciuta dalla Costituzione e rafforzata dalla riforma fiscale 2025 . Ciò significa che non bisogna dare per scontato che arriverà il condono e salvare chi non paga: alcuni enti potrebbero non fare nulla del genere, puntando invece su riscossione integrale. Altri, in difficoltà di bilancio con residui attivi inesigibili, saranno più propensi a rottamare per incassare almeno il tributo e pulire i bilanci . La Corte dei Conti ha comunque avvertito che le sanatorie devono essere usate con criterio, accompagnate da piani di rientro e non diventare una prassi di “premio agli evasori” .

E se non c’è alcuna rottamazione? Si può comunque valutare con il Comune un piano di rateazione ordinario. La legge prevede che per i debiti tributari, anche locali, si possa chiedere la dilazione: ad esempio, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione concede fino a 72 rate (6 anni) automaticamente sotto €120.000, e fino a 120 rate (10 anni) in casi di grave difficoltà sopra tale soglia . Per i Comuni che riscuotono direttamente, molti regolamenti consentono dilazioni analoghe sulle ingiunzioni. Inoltre, nel 2023 sono stati ampliati i piani di dilazione: per importi fino 120mila € si può chiedere fino a 84 rate dal 2025 , e oltre soglia piani più lunghi fino 120. Questo è rilevante dopo che l’accertamento è definitivo e si deve pagare.

Sovraindebitamento e crisi da debiti tributari: il piano del consumatore e le altre procedure

Quando il debito TARI (magari sommato ad altri debiti: mutuo, altre tasse, cartelle ecc.) diventa insostenibile, esistono strumenti di soluzione della crisi rivolti a privati e piccole imprese. L’Avv. Monardo, essendo Gestore della crisi da sovraindebitamento, ha particolare competenza in queste procedure. Ecco le principali che possono coinvolgere debiti TARI:

  • Piano del consumatore (ora chiamato Piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore): È una procedura giudiziale prevista dal Codice della Crisi (artt. 67 e segg. D.Lgs. 14/2019) per persone fisiche non fallibili (consumatori, privati) sovraindebitati. Consente di presentare al giudice un piano con cui si propone di pagare in modo sostenibile i propri debiti (magari solo in parte) nell’arco di alcuni anni, mantenendo per sé il necessario per vivere dignitosamente. Questo piano viene elaborato con l’aiuto di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi) e sottoposto al giudice che lo omologa se vede che il debitore meritevole non può pagare di più. Ebbene, la TARI (come gli altri tributi) rientra tra i debiti falcidiabili in un piano del consumatore: l’importante è offrire almeno quanto il Comune otterrebbe in un’alternativa liquidatoria (pignorando beni ecc.) . Se non ci sono beni aggredibili, anche una falcidia importante è possibile. Ad esempio, un pensionato con €50.000 di debiti, di cui 5.000 di TARI arretrate, potrebbe presentare piano pagando solo €20.000 totali ai creditori (in proporzione) e vedersi cancellare il resto. L’ente pubblico spesso non aderisce formalmente (non deve accettare attivamente), ma il giudice può omologare il piano anche senza consenso dell’ente, se rispetta i criteri di legge (convenienza rispetto alla liquidazione).
  • Concordato minore (ex accordo di ristrutturazione debiti per soggetti non fallibili con attività): è simile al piano del consumatore ma per piccoli imprenditori, ditte individuali, professionisti. Prevede un accordo con una percentuale di creditori, ma per i tributi c’è comunque la possibilità di stralcio parziale. L’Amministrazione finanziaria valuta l’adesione in base alla convenienza economica rispetto ad un fallimento . Se col concordato il Comune prende il 30% del suo credito e altrimenti non prenderebbe nulla perché l’azienda chiuderebbe, può aderire. Anche qui serve il lavoro di esperti per predisporre piani sostenibili.
  • Liquidazione controllata del sovraindebitato: Questa è l’ultima spiaggia, l’equivalente di un “piccolo fallimento” per persona sovraindebitata. Si mettono in liquidazione i beni e al termine, se il ricavato non copre tutti i debiti, il debitore persona fisica onesto può ottenere l’esdebitazione, ossia la cancellazione dei debiti residui non pagati. Anche la TARI verrebbe spazzata via da questa esdebitazione finale. È soluzione drastica ma a volte necessaria se ci sono troppi debiti.
  • Salva-casa (esdebitazione del debitore incapiente): Dal 2021 esiste anche una procedura che consente a chi non ha nulla da offrire ai creditori (il così detto “incapiente”) di chiedere comunque la cancellazione dei debiti (max 1 volta) impegnandosi in 4 anni a pagare quel poco che potrà. Anche questa include i debiti tributari e può eliminare cartelle TARI se il giudice accerta la meritevolezza.

Queste procedure non sono da prendere alla leggera e hanno costi e complessità. Però rappresentano una rete di protezione estrema: se un contribuente ha accumulato, poniamo, €20.000 di TARI non pagate su vari anni perché magari era disoccupato e non poteva pagare, e ora non vede via d’uscita perché continuano arrivare atti, può valutare col legale una soluzione concorsuale. L’Avv. Monardo, essendo anche professionista OCC, può assumere il ruolo di gestore in un piano del consumatore presentato dal suo assistito, oppure predisporre lui stesso con la sua squadra la proposta da sottoporre all’OCC esterno, in modo da tutelare al meglio il debitore. Lo scopo è ridurre i debiti ad una somma pagabile (a volte anche vendendo qualche asset, ma salvando l’essenziale, ad es. la prima casa in certi casi rimane protetta).

Va detto che iniziare una procedura concorsuale va valutato solo se il debito complessivo è consistente e se le altre vie (rateazioni, rottamazioni) non bastano. Anche perché comunque un minimo sforzo economico, o la perdita di qualche bene, c’è. Tuttavia, è rassicurante sapere che anche chi è sommerso dai debiti tributari non è destinato per forza a soccombere: le leggi italiane, ispirate a quelle anglosassoni, oggi prevedono il cosiddetto fresh start, una ripartenza liberandosi dai debiti pregressi se si rispettano certe condizioni.

Errori comuni da evitare e consigli pratici per i contribuenti

In questa sezione elenchiamo alcuni errori ricorrenti che i contribuenti commettono quando ricevono un avviso di accertamento TARI, e forniamo consigli pratici per affrontare in modo corretto la situazione.

Errore 1: Ignorare l’atto sperando che “cada in prescrizione” – Come abbiamo ribadito più volte, non reagire a un accertamento TARI è la scelta peggiore. L’atto non sparisce da solo: al contrario, dopo 60 giorni diventa definitivo. Anche se il Comune non agisse subito, il debito rimane pendente e prima o poi (entro 5 anni) verrà iscritto a ruolo o in ingiunzione. Alcuni pensano: “Non ho nulla, cosa mi pignorano? Lascio lì”. A parte che la situazione patrimoniale può cambiare (in futuro potresti avere un lavoro, un conto, un’eredità, e trovarti aggressioni su quelli), è comunque stressante convivere con una potenziale spada di Damocle. Meglio affrontare il problema subito, magari anche solo per prendere tempo legalmente (col ricorso o l’adesione) invece che sperare nell’inerzia altrui. Consiglio: Non cestinate quell’atto. Fate almeno una consulenza per capire se c’è margine di opposizione o definizione agevolata.

Errore 2: Presentare ricorso fai-da-te senza adeguata competenza – La tentazione di risparmiare i soldi dell’avvocato spinge alcuni a fare ricorsi da soli (possibile se il valore è basso) o tramite moduli generici scaricati online. Spesso questi ricorsi improvvisati vengono dichiarati inammissibili per vizi formali o vengono respinti perché mal formulati. Ad esempio, ho visto ricorsi rigettati perché il contribuente non aveva notificato l’atto all’ente o aveva inviato all’indirizzo sbagliato, oppure motivazioni confuse tipo “non voglio pagare perché non ho soldi” (non è un motivo giuridico valido). Consiglio: affidatevi a un esperto. I costi di assistenza legale possono essere in parte recuperati se vincete (con condanna alle spese del Comune). Inoltre, uno studio ben organizzato spesso offre una prima analisi a costo ridotto o perfino gratuita, e può concordare onorari sostenibili (magari dilazionati). Ad esempio, lo Studio Monardo comprende le difficoltà dei clienti e discute caso per caso la migliore formula, potendo anche scalare il compenso sull’eventuale risparmio ottenuto.

Errore 3: Pagare immediatamente senza verificare – All’opposto, alcuni per paura pagano subito tutto quanto richiesto, magari contraendo debiti per farlo, e solo dopo si accorgono che l’accertamento era sbagliato (es. annualità prescritta o calcolo errato). Una volta pagato interamente, fare ricorso diventa inutile (si può al più chiedere rimborso, ma è un’altra battaglia complicata). Consiglio: Prima di pagare, almeno far controllare l’atto da un professionista. Se risulta tutto corretto e non convenientemente impugnabile, si può scegliere di pagare (magari sfruttando la riduzione sanzioni entro 60gg, o chiedendo una rateazione). Ma non abbiate fretta: avete 60 giorni per decidere, usateli per capire se il Comune ha ragione o no.

Errore 4: Confondere avviso bonario e accertamento esecutivo – Talvolta il contribuente riceve una semplice lettera di sollecito dal Comune o dal gestore rifiuti e la scambia per un atto formale impugnabile, oppure viceversa sottovaluta un accertamento pensando sia solo un avviso bonario. Ad esempio, la “bolletta TARI” con importo residuo può essere impugnata (come Cassazione insegna) ma se uno la scambia per un atto vincolante e non dovuto ricorrere, poi quando arriva la cartella è tardi contestare il merito. Di contro, se uno riceve un vero avviso accertamento e pensa “è solo un preavviso”, sbaglia di grosso perché in 60gg diventa definitivo. Consiglio: leggete bene la natura del documento. Se reca “Avviso di accertamento” e riferimenti di legge, prendetelo sul serio. Se è una “Comunicazione bonaria” potete comunque reagire (ricorso facoltativo o istanza al Comune), ma dovete poi vigilare su eventuali atti successivi.

Errore 5: Non comunicare cambiamenti al Comune (e poi subire accertamenti) – Questo è un errore a monte: molti accertamenti nascono da mancata presentazione di dichiarazioni o comunicazioni dovute. Ad esempio, si cambia casa o si cessa un’attività e non si comunica al Comune per la TARI; oppure si riduce la superficie (ristrutturazione) ma non si aggiorna la denuncia. L’ente, vedendo continuità o basandosi su dati catastali, calcola importi non dovuti e notifica avvisi. Il contribuente ovviamente può far valere che in realtà in quei mesi non occupava l’immobile, ma se non l’ha comunicato rischia di doverlo provare in maniera difficile. Consiglio: Prevenire è meglio che curare: quando siete soggetti alla TARI, rispettate gli obblighi dichiarativi e conservate le ricevute di protocollazione. Comunicate prontamente cessazioni, variazioni, situazioni di esenzione (es. inagibilità). Molti Comuni ora permettono dichiarazioni online: pochi minuti possono risparmiarvi anni di contenzioso.

Errore 6: Non considerare piani di dilazione o accordi transattivi – Alcuni contribuenti, pur in difficoltà economica, non chiedono mai una rateazione al Comune o ignorano l’opportunità di definire bonariamente. Magari accumulano due-tre annualità non pagate e aspettano l’accertamento per poi trovarsi a dover racimolare tutto insieme. Consiglio: se prevedete di non riuscire a pagare la TARI di un anno, andate prima in Comune a chiedere una dilazione spontanea o spiegare la situazione. Alcuni Comuni, se interpellati, suggeriscono soluzioni (anche assistenza sociale in casi di indigenza). Certo, non sempre funziona, ma tentare un dialogo può prevenire l’emissione dell’accertamento (che comporta sanzioni). Se invece l’atto è già arrivato, non vergognatevi a prospettare una transazione: “posso pagare il tributo ma chiedo di togliere le sanzioni” – alcuni enti (specie piccoli comuni) se il contribuente mostra buona volontà, accettano di ritirare l’accertamento se viene versato il dovuto entro breve.

Errore 7: Sottovalutare l’importanza della documentazione – Un ricorso vinto spesso si basa su documenti concreti. Molti però arrivano dall’avvocato a mani vuote, con vaghi ricordi. Ad esempio: “Mi contestano 100 mq in più, ma non è vero”, però non portano la planimetria per mostrare i mq effettivi. Oppure “Dice che non ho pagato nel 2019, ma io credo di sì” e non hanno le ricevute (magari pagato in contanti all’ufficio postale senza conservarle). Consiglio: fate un piccolo sforzo di organizzazione: tenete un fascicolo con tutti i bollettini TARI pagati e copie delle dichiarazioni presentate. In caso di smarrimento, sappiate che in genere potete richiedere al Comune o al gestore copia dei versamenti (se pagati tramite F24, si possono recuperare dall’Agenzia delle Entrate). Più prove tangibili date al vostro difensore, più sarà incisivo nel dimostrare ragioni.

Errore 8: Pensare “è solo TARI, poca cosa” – Qualcuno snobba la TARI perché magari l’importo del singolo anno è modesto (es. €200). Ma attenzione: l’accertamento spesso cumula più annualità (possono notificarne fino a 5 insieme). Quindi €200 × 5 = €1000, più sanzioni 30% = €300, interessi, totale anche €1400. Non è più così poco. Inoltre, la TARI è un tributo comunale e i Comuni, negli ultimi tempi, sono diventati più aggressivi nella riscossione, anche perché incentivati (trattenere 100% recuperato ). Dunque non date per scontato che sotto certe soglie lascino correre. È vero che ci sono dei limiti di importo per azioni esecutive (ad esempio, sotto €800 non possono iscrivere fermo auto, sotto €5.000 non ipoteca, e per pignoramenti presso terzi spesso l’ADER non agisce per somme piccole), ma i Comuni hanno altri mezzi tipo il fermo amministrativo sui veicoli anche per poche centinaia di euro. Quindi anche un debito TARI modesto può causarvi grane (fermo auto, blocco rimborsi, ecc.). Consiglio: non sottovalutate alcun debito fiscale. Sempre meglio risolvere o chiarire, anche se piccolo, per evitare accumuli.

Errore 9: Non monitorare il proprio cassetto fiscale locale – Pochi sanno che alcuni Comuni offrono portali online dove vedere la propria situazione tributi locali (pagato/non pagato). Se disponibile, vale la pena registrarsi e controllare periodicamente se risultano morosità. Spesso prima di un accertamento, i Comuni inviano solleciti bonari. Se vi siete persi una bolletta perché magari inviata al vecchio indirizzo, potreste scoprirlo in tempo sul portale e pagare prima dell’accertamento. Consiglio: informatevi se il vostro Comune ha un servizio online (“cassetto tributi” o simili) e usatelo per tenere traccia.

Errore 10: Cedere allo sconforto o all’arroganza – Due atteggiamenti opposti ma entrambi dannosi. Lo sconfortato subisce passivamente e magari non apre nemmeno la posta per paura; l’arrogante invece va in Comune urlando agli impiegati senza però seguire le vie legali corrette. Il risultato in entrambi i casi è che non risolve nulla (anzi, peggiora rapporti e opportunità di soluzione). Consiglio: mantenete un approccio lucido e costruttivo. Se siete arrabbiati perché ritenete ingiusto l’accertamento, incanalate l’energia nel raccogliere elementi per smentirlo e nel far valere i vostri diritti formalmente (ricorso, istanze). Se siete spaventati, sappiate che quasi sempre c’è una soluzione o almeno la possibilità di limitare i danni: parlarne con professionisti vi aiuterà a ridimensionare il problema e a trovare un percorso.

Riassumendo: agire presto, agire informati, agire assistiti. Questo è il mantra per affrontare non solo un accertamento TARI, ma qualunque atto fiscale. E ricordate che anche gli enti impositori possono sbagliare: far valere le proprie ragioni è non solo legittimo, ma doveroso, specie quando ci sono in gioco patrimoni familiari o la sopravvivenza di piccole attività.

Tabella riepilogativa dei termini e strumenti difensivi

Per agevolare la comprensione, riportiamo una tabella riepilogativa con i principali termini da ricordare e gli strumenti a disposizione del contribuente in relazione a un avviso di accertamento TARI:

Evento/CondizioneTermine/ScadenzaRiferimento Normativo
Notifica avviso di accertamento TARIEntro 31 dicembre del 5º anno successivo all’anno di imposta (decadenza) <br>(es: anno 2020 → notifica entro 31/12/2025)L. 296/2006, art. 1 c.161
Ricorso alla Giustizia Tributaria60 giorni dalla notifica dell’avviso <br>(+ 90 gg di sospensione se istanza adesione)D.Lgs. 546/1992, art. 21 ; D.Lgs. 218/1997, art. 6
Pagamento con acquiescenza (sanzioni 1/3)60 giorni dalla notifica dell’avvisoD.Lgs. 472/1997, art. 17 (comma 2)
Istanza accertamento con adesioneEntro 60 giorni dalla notifica (stesso termine del ricorso) <br>(sospende termine ricorso per 90 gg)D.Lgs. 218/1997, art. 6 (come mod. D.Lgs. 13/2024)
Sospensione giudiziale dell’attoRichiedibile nel ricorso (decisione entro ~30 gg) – effetti immediati se concessaD.Lgs. 546/1992, art. 47
Termine di pagamento in caso di rigetto30 giorni dalla notifica della cartella/ingiunzione conseguente <br>(l’accertamento diviene esecutivo trascorsi 60 gg + 30 gg di preavviso)L. 160/2019, art. 1 c.792-793
Prescrizione del credito TARI5 anni dall’ultima notifica valida (atto interruttivo) <br>(es: avviso definitivo non riscosso entro 5 anni)Codice Civile art. 2948 n.4 ; Cass. ord. 31260/2023
Rottamazione locale (se prevista)Variabile – stabilita da delibera comunale (es: domanda entro 30/04/2026) – pagamento di norma in max 12-18 rateDelibera ente locale (in attuazione facoltà L. 197/2022, L. 234/2025)
Piano del consumatore / Concordato minoreDurata piano solitamente 4–5 anni – presentazione istanza al tribunale competente (in pendenza di procedure esecutive, sospende le stesse)Codice della Crisi (D.Lgs. 14/2019), art. 67 ss.
Liquidazione controllata (esdebitazione)Tempistiche variabili (liquidazione beni e esdebitazione finale dopo chiusura) – debiti residui cancellati se condizioni rispettateCodice della Crisi, art. 268 ss.

Legenda: decadenza = termine per emettere l’accertamento; prescrizione = termine per riscuotere il credito; sospensione = congelamento temporaneo degli effetti esecutivi; rottamazione locale = definizione agevolata tributi locali con sconto sanzioni/interessi; piano consumatore/concordato = procedure concorsuali per sovraindebitati.

Questa tabella serve come promemoria: per ogni fase abbiamo indicato i riferimenti essenziali. Naturalmente ogni voce avrebbe ulteriori dettagli (ad esempio la sospensione COVID di 85 giorni si applica ai termini di decadenza sopra menzionati , oppure la mediazione tributaria è stata abrogata a regime dal 2024 , ecc.), ma per semplicità abbiamo riportato le situazioni ordinarie.

Domande frequenti (FAQ) su accertamenti TARI e difesa del contribuente

Di seguito una serie di domande comuni che i contribuenti si pongono riguardo agli avvisi di accertamento TARI, con risposte chiare e concise:

1. Che cos’è un avviso di accertamento TARI?
È un atto formale con cui il Comune contesta al contribuente il mancato o insufficiente pagamento della tassa rifiuti (TARI) per uno o più anni, richiedendo le relative somme dovute più sanzioni e interessi. In pratica, è un “conto” arretrato che l’ente esige, di solito dopo aver riscontrato irregolarità (es. versamenti non effettuati, omessa dichiarazione, errori di calcolo a sfavore del Comune) . Ha valore di atto impositivo e, dal 2020, anche di atto esecutivo (dopo 60 giorni diventa titolo per avviare la riscossione coattiva) .

2. Qual è la differenza tra la bolletta TARI e un avviso di accertamento?
La bolletta TARI (detta anche avviso di pagamento o bollettino) è la richiesta ordinaria che il Comune invia annualmente per pagare la tassa dovuta di quell’anno (spesso suddivisa in rate). L’avviso di accertamento invece arriva in caso di mancato pagamento o inadempienze e contiene una pretesa per tributi arretrati, già scaduti, con sanzioni. Giuridicamente, la bolletta è un atto “amministrativo” che presuppone un adempimento spontaneo; l’accertamento è un atto “impositivo” che accerta un’omissione e ha forza coattiva. Da notare però: la Cassazione ha stabilito che anche la semplice bolletta TARI può essere impugnata dal contribuente se contiene una pretesa ben definita , senza dover aspettare un accertamento formale.

3. Quanto tempo ho per impugnare un avviso di accertamento TARI?
Hai 60 giorni dalla data di notifica dell’avviso per presentare ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado . Se decidi di avviare l’accertamento con adesione (procedura di confronto col Comune), presenti l’istanza entro gli stessi 60 giorni e così il termine per ricorrere si sospende per 90 giorni . In pratica, l’adesione ti dà più tempo (60 + 90 giorni) per eventualmente poi fare ricorso se non ti accordi. Trascorsi i 60 giorni senza ricorso (né adesione), l’atto diventa definitivo e non più impugnabile.

4. Devo pagare l’importo contestato entro 60 giorni?
Entro 60 giorni hai due opzioni: pagare (tutto o chiedendo rateazione) oppure ricorrere. Se paghi entro tale termine senza ricorrere, la legge prevede la riduzione delle sanzioni a 1/3 (questa riduzione spesso è già calcolata nel bollettino allegato all’accertamento, indicando l’importo “ridotto” se paghi nei 60 gg). Se invece presenti ricorso, non sei tenuto a pagare nell’immediato l’importo contestato – la riscossione resta sospesa solo parzialmente (il Comune potrebbe comunque iscrivere a ruolo un terzo delle somme, ma con la sospensiva puoi bloccare anche quello) . In sintesi: non è obbligatorio pagare entro 60 giorni se intendi fare ricorso; però, se non ricorri, devi pagare entro quel termine per evitare successive azioni esecutive.

5. Cosa succede se non faccio nulla dopo aver ricevuto l’accertamento?
Trascorsi 60 giorni senza ricorso né pagamento, l’avviso diventa definitivo. Ciò significa che il debito è ormai certo, liquido ed esigibile. Il Comune, a quel punto, può attivare la riscossione coattiva senza ulteriori avvisi di merito. In pratica: – Se l’accertamento ha natura esecutiva (emesso dopo 2020), decorsi 60 giorni può essere affidato all’agente della riscossione e dopo ulteriori 30 giorni questi può iniziare pignoramenti, fermi, ipoteche . In totale quindi 90 giorni dalla notifica iniziale. – Se l’accertamento è antecedente o non esecutivo, il Comune emetterà una cartella esattoriale o un’ingiunzione fiscale per riscuotere (comunque un atto esecutivo). Anche senza cartella, alcuni comuni procedono con ingiunzioni ex RD 639/1910 che valgono come precetto. – Non avrai più possibilità di discutere nel merito il tributo: anche se era sbagliato, diventando definitivo non impugnato, fa stato. Potrai solo, semmai, contestare vizi degli atti successivi (es. notifica errata della cartella) ma non la sostanza del debito.

In sostanza, se non fai nulla rischi azioni esecutive sul tuo patrimonio e perdi qualunque chance di far valere ragioni contro l’addebito.

6. Posso ottenere la sospensione dell’atto e bloccare i pagamenti in attesa della sentenza?
Sì. Puoi chiedere al giudice tributario la sospensione cautelare dell’esecutività dell’atto (art. 47 D.Lgs. 546/92) contestualmente al ricorso . Devi dimostrare che: a) il ricorso ha fumus (probabilità di successo), b) il pagamento/procedura esecutiva immediata ti causerebbe un danno grave e irreparabile (periculum). Se il giudice concede la sospensione, l’ente non potrà procedere a riscuotere fino alla decisione di merito . Spesso la sospensiva viene decisa in 1-2 mesi. In alternativa, il Comune stesso a volte sospende in autotutela la riscossione (specie se riconosce che il ricorso non è pretestuoso) fino a sentenza. È comunque prudente ottenere un provvedimento del giudice. Nota: la sospensione può essere totale o parziale (il giudice potrebbe sospendere per esempio solo le sanzioni, o subordinare la sospensione a una garanzia fideiussoria).

7. Devo farmi assistere per forza da un avvocato per fare ricorso?
Per controversie dal valore oltre €3.000, sì, è obbligatoria l’assistenza tecnica (avvocato o commercialista abilitato) in commissione tributaria. Per importi inferiori potresti stare in giudizio da solo. Tuttavia, anche se l’importo è piccolo, è fortemente consigliato avere un professionista: il processo tributario ha regole particolari e l’ente sarà comunque assistito da un funzionario esperto. Un errore formale potrebbe farti perdere la causa a prescindere dal merito. L’avvocato tributarista conosce i meccanismi e può far valere al meglio i tuoi diritti. Inoltre, se vinci, puoi ottenere il rimborso delle spese legali dal Comune condannato.

8. Quanto costa impugnare un avviso TARI?
I costi variano in base al valore della lite e alla complessità. Ci sono il contributo unificato (es. €30 per liti fino a €2.582, €120 fino a €52.000, e via salendo) e le eventuali spese per copie, notifiche (comunque modeste). La voce principale è l’onorario del professionista. Molti avvocati propongono pacchetti a costo accessibile se la causa è semplice; inoltre, come detto, se vinci le spese possono essere poste a carico del Comune. Ad esempio, per una lite da €1.000, il giudice potrebbe liquidare €600 di spese legali a tuo favore, quindi di fatto il costo sarebbe compensato. Lo Studio Monardo è trasparente sui costi: dopo aver esaminato il caso, fornirà un preventivo e spiegherà al cliente i benefici attesi rapportati alle spese, in modo da decidere consapevolmente.

9. L’avviso TARI può essere definito senza andare in causa (accordo col Comune)?
Sì, come discusso, c’è la possibilità dell’accertamento con adesione prima del ricorso: incontri l’ufficio, discuti e, se trovate un accordo, paghi con sanzioni ridotte a 1/3 . Oppure, se hai già presentato ricorso, potete fare una conciliazione in udienza, di solito con sanzioni ridotte al 40% . In alcuni casi il Comune, constatati errori palesi, può anche annullare in autotutela l’atto (integralmente o parzialmente) senza bisogno di arrivare in giudizio. Quindi, sì, si può trattare: conviene farlo con l’aiuto di un legale che sappia fin dove spingersi nella negoziazione. Tieni presente che l’adesione va richiesta entro 60 gg e sospende termini; la conciliazione può avvenire anche più tardi, su iniziativa tua o del Comune.

10. Posso rateizzare l’importo richiesto dall’accertamento?
Sì. Se decidi di pagare (o dopo aver eventualmente perso la causa), puoi chiedere un piano di rateazione. Con l’accertamento esecutivo, di solito il Comune affida il debito ad Agenzia Entrate Riscossione, e con questa puoi ottenere rate fino a 72-120 mesi in base all’importo e alla tua situazione . Se invece il Comune riscuote tramite ingiunzione, molti regolamenti prevedono rate (ad es. su importi >€100, fino a 36-48 mesi, etc.). Durante l’adesione, se fatta, la rateazione è già insita (max 8 rate trimestrali sotto €50k). Importante: una volta concessa la dilazione, decade se non paghi due rate anche non consecutive; quindi va mantenuta. Spesso conviene attivare la rateazione subito dopo la notifica per evitare misure cautelari nel frattempo.

11. Se vinco il ricorso, ho diritto al rimborso di quanto eventualmente già pagato?
Certamente. Se avevi versato qualcosa (magari perché pendeva solo su parte delle somme, o avevi pagato e poi ricorso su sanzioni), in caso di sentenza favorevole il Comune deve restituirti le somme non dovute, oltre interessi legali. Dovrai presentare un’istanza di rimborso all’ente allegando la sentenza passata in giudicato. In genere i rimborsi avvengono nel giro di alcuni mesi. Inoltre, come detto, avrai diritto alle spese di giudizio liquidate dal giudice (che il Comune ti verserà sempre come parte del rimborso, o scalerà da altri debiti se ne hai).

12. Cosa succede se perdo il ricorso in primo grado?
Se il tuo ricorso viene respinto, l’avviso viene confermato. A quel punto, il debito va pagato (salvo tu decida di appellare in secondo grado). Puoi proporre appello entro 60 giorni dalla notifica della sentenza. L’appello non sospende automaticamente la riscossione: devi chiedere un’altra sospensiva in secondo grado. Se invece accetti l’esito, dovrai pagare quanto dovuto (magari chiedendo rateazione). Attenzione che la sentenza può condannarti a pagare anche le spese di giudizio del Comune (qualche centinaio di euro in genere). Valuta con il tuo avvocato le chance in appello: se sono scarse, può convenire cercare un accordo col Comune per evitare ulteriori spese.

13. Se ritengo l’atto illegittimo per una legge ingiusta, posso fare causa in altre sedi? (es. giudice ordinario, TAR, Corte Costituzionale)
Le controversie su tributi spettano esclusivamente al giudice tributario (CGT). Non puoi adire il giudice civile o amministrativo per contestare l’imposta (il TAR ad esempio non ha giurisdizione sulle cartelle TARI). La Corte Costituzionale può essere investita solo indirettamente, se nel corso del processo tributario sollevi una questione di costituzionalità su una norma (sarà il giudice tributario eventualmente a rimandarla alla Consulta). Ad esempio, anni fa si sollevò questione di legittimità su addizionali TARSU, ma fu respinta. Nel 2025, la Cassazione ha respinto questioni sul metodo normalizzato TARI giudicandolo costituzionalmente legittimo . Quindi, in concreto, la tua difesa deve articolarsi nel processo tributario stesso.

14. La TARI cade in prescrizione dopo 5 anni anche se c’è un accertamento?
Sì, la prescrizione quinquennale vale per il tributo in sé. Se hai un avviso definitivo e il Comune non riesce a riscuoterlo entro 5 anni, quel credito si prescrive . Tuttavia, ogni atto interruttivo (ingiunzione, intimazione di pagamento, pignoramento) fa decorrere un nuovo termine di 5 anni da capo. Quindi, di fatto, finché il Comune ogni tanto compie atti, la prescrizione non matura. Solo la prolungata inerzia dell’ente potrebbe portare allo scadere dei 5 anni senza alcun sollecito: a quel punto potresti eccepire la prescrizione per far annullare una cartella tardiva. Ma ripeto: puntare a farla franca con la prescrizione è rischioso, perché gli enti hanno sistemi ormai per emettere solleciti in tempo. Meglio risolvere prima.

15. Sono nullatenente/disoccupato: possono davvero farmi qualcosa per la TARI non pagata?
Se non hai redditi ufficiali né beni intestati, nell’immediato le azioni esecutive risulteranno infruttuose (possono notificare atti ma non trovando da aggredire, si fermeranno). Questo però non annulla il debito: rimane lì, aumentato di interessi. Inoltre, il Comune potrebbe adottare misure come il fermo amministrativo di un veicolo anche se di modesto valore, giusto a scopo di pressione. Il consiglio per chi è in queste condizioni non è di ignorare pensando “non prendono nulla”, ma semmai di valutare le procedure da sovraindebitamento. Con un piano del consumatore potresti far cancellare i debiti in eccesso e ripartire pulito. Inoltre, la tua situazione potrebbe cambiare (es. trovi lavoro: il quinto dello stipendio pignorabile c’è; oppure un domani erediti una casa: il Comune metterà ipoteca se ci sono debiti). Quindi, meglio affrontare legalmente il problema ora, magari approfittando di definizioni agevolate o presentandoti al Comune per una soluzione di saldo e stralcio. Spesso dimostrare buona fede (sono in difficoltà, pago quel poco che posso) evita conseguenze peggiori.

16. L’Avvocato Monardo può assistermi anche se non sono della sua città?
Sì. Lo Studio Monardo opera su tutto il territorio nazionale avvalendosi di una rete di corrispondenti e delle moderne tecnologie (PEC, udienze da remoto). L’Avv. Monardo, in qualità di cassazionista, può patrocinare innanzi a qualsiasi Corte di Giustizia Tributaria in Italia. Dunque, indipendentemente da dove ti trovi (es. Nord Italia, Centro, Sud o Isole), puoi contattare lo studio e ricevere consulenza e assistenza. Molte pratiche si gestiscono da remoto e, se serve presenza fisica, lo studio coordinerà professionisti locali di fiducia. La TARI e le procedure tributarie seguono norme nazionali, con varianti comunali di cui uno studio specializzato come quello dell’Avv. Monardo è già a conoscenza o in grado di reperire rapidamente (regolamenti comunali, delibere). Quindi la distanza non è un ostacolo: quello che conta è scegliere professionisti competenti nel settore specifico.

17. In caso di debiti TARI molto alti, posso pensare di fare un piano di sovraindebitamento per ridurli?
Sì, come discusso, se i debiti tributari (inclusa TARI) sono oltre le tue capacità e magari hai anche altri debiti (mutui, finanziamenti, cartelle varie), puoi valutare le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento (piano del consumatore, concordato minore, ecc.). In tali procedure, potrai proporre di pagare solo una parte di quanto dovuto e in più anni, e ottenere l’esdebitazione del residuo . Ad esempio, se devi €10.000 di TARI e €50.000 di altri debiti, ma realisticamente puoi restituire solo €20.000 in 5 anni, un piano potrebbe prevedere che su €60.000 di debito totale paghi €20.000 (il 33%) e il resto venga cancellato. L’Avv. Monardo, essendo gestore della crisi e negoziatore, può seguirti in questo percorso presentando la pratica al tribunale competente. È l’ultima spiaggia, ma offre un fresh start a chi è oppresso dai debiti.

Queste FAQ coprono molte situazioni tipiche. Se hai ulteriori dubbi non esitati a contattare direttamente lo Studio per una consulenza personalizzata.

Esempio pratico: impugnazione di un avviso TARI – il caso del Sig. Rossi

Per comprendere meglio l’applicazione concreta di tutti questi concetti, proponiamo un esempio pratico, ispirato a un caso reale seguito dallo Studio.

Scenario: Il Sig. Rossi è un piccolo imprenditore che nel 2021 gestiva un’attività di ristorazione in un locale di 150 mq. A causa della pandemia, l’attività è andata in crisi e nel 2022 Rossi ha chiuso il ristorante e cessato la locazione. Purtroppo, travolto dai problemi economici, non ha pagato la TARI 2020 e 2021 relativa a quel locale (importi piuttosto alti data la metratura). Inoltre, non ha presentato la dichiarazione di cessazione al Comune quando ha chiuso l’attività a metà 2022.

Notifica dell’avviso: A marzo 2025 il Sig. Rossi riceve un “Avviso di Accertamento TARI” dal Comune Alfa: gli vengono richiesti €4.500 così suddivisi – €3.000 di TARI omessa (annualità 2020-2021), €900 di sanzioni (30%), €200 di interessi e €400 tra spese varie. Nell’atto si legge che per l’anno 2021 è considerata dovuta l’intera annualità tassando 150 mq come utenza non domestica (ristorante). Rossi rimane sorpreso perché dal luglio 2021 al dicembre 2021 il locale era praticamente inutilizzato causa restrizioni, e da gennaio 2022 è stato liberato.

Analisi con l’avvocato: Il Sig. Rossi si rivolge tempestivamente all’Avv. Monardo. Dall’analisi emergono alcuni punti difensivi: – Decadenza: L’accertamento copre 2020 e 2021, notificato nel 2025: è entro i termini (2020 -> entro 2025, ok; 2021 -> entro 2026, in realtà anticipato, quindi ok). Niente decadenza. – Metratura e periodo: Rossi informa che a fine giugno 2021 ha chiuso e svuotato il locale. Non avendo comunicato cessazione, il Comune l’ha tassato tutto l’anno 2021. Possibile motivo: chiedere almeno l’abbattimento della quota secondo regolamento se locale non utilizzato negli ultimi 5 mesi. – Riduzione per sospensione servizio: Durante lockdown inizio 2021, il servizio rifiuti per le utenze non domestiche era stato a richiesta, e comunque il ristorante produceva pochissimo. Il regolamento comunale prevede riduzione del 20% per attività costrette a chiudere oltre 6 mesi/anno per disposizioni autorità. Potrebbe applicarsi per il 2021 (bisogna vedere delibera COVID). – Sanzioni: Rossi ha effettivamente omesso i pagamenti. Nessun errore del Comune qui, ma vista la situazione emergenziale, si può invocare l’esimente della forza maggiore/circostanza eccezionale per chiedere annullamento o riduzione sanzioni.

L’Avv. Monardo spiega a Rossi due opzioni: A) presentare un’istanza di accertamento con adesione per negoziare col Comune; B) fare direttamente ricorso sottolineando i punti sopra. Si decide per l’adesione, tentando di chiudere bonariamente, dato che il Sig. Rossi ora ha riavviato un’attività e preferisce evitare lunghe cause.

Accertamento con adesione: Viene inviata l’istanza. Il Comune convoca in maggio 2025. L’Avv. Monardo partecipa con Rossi all’incontro (oggi spesso telematico). Si porta: – Prova che il locale è stato riconsegnato al proprietario il 31/12/2021 (contratto risolto, verbale consegna chiavi). – Documenti sul lockdown e sull’ordinanza comunale che garantiva riduzione TARI 2021 del 25% alle categorie chiuse per COVID. – Bilanci che mostrano che l’attività nel 2021 era in perdita, per evidenziare la non colpevolezza nell’omesso pagamento (mancanza liquidità).

Proposta di adesione: L’Avv. Monardo propone al funzionario: riconosciamo il tributo 2020 e metà 2021, ma riduciamo: – Quota 2021 al 50% (poiché metà anno locale inutilizzato) e applichiamo la riduzione COVID 25% su quella quota. – Sanzioni: chiede il minimo (che per omesso pagamento è 30% ma riducibile a 15% causa forza maggiore).

Dopo trattativa, il Comune – che aveva abbastanza elementi per capire di non avere solo un “furbetto” di fronte ma un contribuente in buona fede colpito da eventi straordinari – accetta in parte: – Anno 2020: da €1500 tributo confermato per intero. – Anno 2021: tributo ridotto del 40% (tenendo conto dei mesi di inattività e rid. COVID). – Sanzioni: applicate solo sul tributo rideterminato, ridotte a 1/3 come da adesione (quindi ~10% invece di 30%). – Interessi: confermati quelli legali fino a oggi (poco incide).

Alla fine, l’atto di adesione quantifica circa €2.200 tutto compreso (invece di €4.500 iniziali). Al Sig. Rossi viene concesso di pagare in 8 rate trimestrali da ~€275 l’una. Firmato l’accordo, Rossi paga la prima rata e l’adesione è perfezionata.

Risultato: il debito TARI del Sig. Rossi è stato ridotto di oltre il 50% e potrà pagarlo comodamente in due anni. Ha evitato la causa e soprattutto di dover corrispondere subito €4.500, cifra per lui insostenibile in quel momento. In più, nessuna iscrizione a ruolo né rischio pignoramenti perché l’adesione sospende qualsiasi azione (purché paghi le rate).

Considerazioni: Senza assistenza legale probabilmente il Sig. Rossi non sarebbe riuscito a evidenziare tutte le possibili riduzioni e magari il Comune gli avrebbe concesso solo la rateazione dell’intero importo. Con la giusta strategia, invece, ha usufruito delle agevolazioni normative (riduzioni COVID, ecc.) e di un trattamento sanzionatorio di favore. Questo caso mostra come un approccio collaborativo ma fermo sui propri diritti possa portare a un esito vantaggioso.

Se, in alternativa, il Comune fosse stato intransigente, l’Avv. Monardo era pronto a procedere con il ricorso enfatizzando proprio quei punti: inutilizzo parziale = tassa non dovuta per quel periodo, eccesso di potere nel non applicare la riduzione emergenziale, ecc. Probabilmente una Commissione tributaria avrebbe potuto accogliere in buona parte tali doglianze. Ma il negoziato ha evitato i tempi lunghi del processo.

Nota finale: dopo aver definito l’adesione, l’Avv. Monardo ha suggerito al Sig. Rossi anche un check-up dei suoi altri debiti. Dalla verifica è emerso che aveva qualche cartella esattoriale (INPS, IVA) arretrata. Si è quindi valutato di includere anche quelle in una rottamazione-quater che era aperta, così da ridurre ulteriormente il peso complessivo dei debiti. Questo per sottolineare come un buon professionista guarda la posizione del cliente a 360 gradi, per offrire una soluzione duratura e non tamponare solo il singolo atto.

Negli esempi come questo, potete vedere all’opera i vari strumenti: adesione, rottamazione, eccezioni normative – tutto volto a tutelare il contribuente evitando conseguenze irreparabili e, quando possibile, trovando compromessi equi con l’Amministrazione. Ora, dopo aver esplorato dettagliatamente l’argomento, possiamo tirare le somme.

Conclusione

Affrontare un avviso di accertamento TARI può sembrare un compito gravoso, ma come abbiamo visto esistono numerosi strumenti legali per difendersi efficacemente e persino trasformare una situazione critica in un’occasione di regolarizzazione sostenibile. In questa guida abbiamo analizzato il quadro normativo di riferimento, delineato la procedura passo-passo da seguire dopo la notifica e illustrato le varie strategie – dal ricorso in Commissione Tributaria alle soluzioni deflative come adesione e conciliazione, fino alle più ampie procedure di sovraindebitamento – che un contribuente può adottare per contestare o gestire un debito TARI.

I punti chiave da ricordare sono: l’importanza dei tempi (60 giorni di termine ricorso da non perdere), la possibilità di ottenere una tutela immediata (sospensione dell’atto per bloccare pignoramenti e fermi), e la necessità di una difesa tecnica ben costruita, fondata su vizi procedurali o su ragioni di merito solide. Abbiamo visto che non di rado gli accertamenti presentano errori – magari notificati oltre i termini, o calcolati su basi inesatte – e in questi casi le commissioni tributarie sono pronte ad annullarli se adeguatamente investite della questione . Anche quando il tributo risulta dovuto, il contribuente non è senza speranza: grazie a normative recenti, può sfruttare definizioni agevolate (ad es. rottamazioni locali) , può negoziare dilazioni più lunghe e tassi agevolati , e nei casi più difficili può persino ricorrere alle procedure di fresh start per ridurre in modo significativo il carico debitorio complessivo .

Il filo conduttore è uno: agire tempestivamente e con competenza. Ogni giorno perso può significare precludersi un’opzione difensiva o subire iniziative dell’ente impositore. D’altro canto, un’azione affrettata o fai-da-te, priva della necessaria conoscenza giuridica, rischia di non centrare l’obiettivo. Per questo motivo, coinvolgere fin dall’inizio un professionista esperto in diritto tributario locale è decisivo. Un avvocato specializzato sa come far valere la giurisprudenza più aggiornata – ad esempio le ultime sentenze di Cassazione che rafforzano l’impugnabilità degli atti atipici o chiariscono i confini della motivazione sufficiente – e conosce i meccanismi procedurali per mettere in sicurezza il contribuente (ricorsi, sospensive, ecc.). In particolare, l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo, con la sua esperienza ultradecennale e le qualifiche nel settore della crisi da sovraindebitamento, è in grado di offrire una tutela a 360 gradi: dalla difesa in giudizio per ottenere l’annullamento dell’atto o la drastica riduzione del dovuto, fino all’assistenza nelle trattative con l’ente impositore e all’elaborazione di piani di rientro personalizzati. Non va dimenticato che dietro a un tributo non pagato spesso ci sono situazioni di disagio economico: lo Studio Monardo ha proprio l’approccio di partire dal punto di vista del debitore, studiandone la situazione a tutto tondo e individuando soluzioni pragmatiche e concrete, siano esse giudiziali o stragiudiziali.

Agire per tempo con un professionista al fianco permette non solo di contestare efficacemente un avviso ingiusto, ma anche di bloccare sul nascere eventuali azioni esecutive aggressive. Un ricorso ben impostato, magari corredato da un’istanza di sospensione accolta, può evitare al contribuente il trauma di un pignoramento sul conto o di un’ipoteca sulla casa . Allo stesso modo, l’avvocato può interloquire con gli uffici tributi per trovare soluzioni come la sospensione in autotutela (ad esempio se c’è un’istanza pendente o una prossima rottamazione) , oppure concordare pagamenti rateali che congelino provvisoriamente misure come fermi amministrativi. Si tratta di strategie salvagente che, se attuate tempestivamente, offrono respiro al contribuente e guadagnano il tempo necessario per risolvere la situazione in modo strutturale.

In definitiva, impugnare un avviso di accertamento TARI non è solo un atto di difesa, ma un’operazione che – se condotta con professionalità – può riportare il contribuente in bonis e metterlo al riparo da futuri problemi con il fisco locale. Ricordiamo che i Comuni, oggi più che mai, puntano a intensificare la riscossione (anche con norme nuove che velocizzano le esecuzioni ), quindi fare finta di nulla è estremamente pericoloso. Al contrario, una gestione proattiva del problema, con l’assistenza di esperti, può spesso trasformare quello che sembrava un vicolo cieco in un percorso di soluzione sostenibile.

Se ti trovi alle prese con un accertamento TARI – o più in generale con debiti tributari che ti preoccupano – non aspettare oltre. Attraverso il supporto legale adeguato puoi far valere i tuoi diritti, evitare di pagare più del dovuto e soprattutto riconquistare la serenità, sapendo di aver messo la situazione nelle mani giuste.

📞 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una consulenza personalizzata: lui e il suo staff di avvocati e commercialisti sapranno valutare la tua situazione nel dettaglio e difenderti con strategie legali concrete e tempestive, aiutandoti a bloccare sul nascere azioni esecutive (pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi) e a risolvere il debito con gli strumenti più efficaci previsti dall’ordinamento. La tempestività è fondamentale: ogni giorno può fare la differenza, quindi non esitare – ottenere assistenza legale oggi significa proteggere il tuo domani.

Fonti normative e giurisprudenziali citate:

  • Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, Ordinanza n. 1797/2023 (impugnabilità immediata delle bollette TARI) .
  • Corte di Cassazione, Sez. V, Ordinanza n. 15793/2025 (motivazione avvisi TARI, dati catastali e riduzioni servizio) .
  • Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, Ordinanza n. 10947/2024 (accertamento in autotutela riduttivo non impugnabile) .
  • Corte di Cassazione, Sez. Unite, sent. n. 8500/2021 e successive (principio generale impugnabilità atti tributari “atipici”) .
  • Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, Ordinanza n. 31260/2023 (prescrizione quinquennale tributi locali e sanzioni) .
  • Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, Ordinanza n. 17234/2023 (decadenza vs prescrizione, imposte erariali) .
  • Corte di Giustizia Tributaria II grado Campania, Sent. n. 3678/2022 (caso avviso TARI Ischia, confermato da Cass. 32675/2025) .
  • Corte Costituzionale, sent. n. 98/2014 (mediazione tributaria illegittima se preclude accesso a giustizia) .
  • D.Lgs. 31/12/1992 n. 546, art. 19 (atti impugnabili), art. 21 (60 gg ricorso), art. 47 (sospensione) .
  • L. 27/12/2006 n. 296, art. 1 commi 161-162 (termini accertamento tributi locali e motivazione) .
  • L. 27/12/2013 n. 147, commi 639-658 (istituzione TARI e riduzioni per mancato servizio) .
  • L. 24/12/2019 n. 160, art. 1 commi 784-814 (accertamento esecutivo enti locali) .
  • D.L. 18/2020 (Cura Italia), art. 67-68 (sospensione termini COVID, proroga 85 gg) ; Risoluz. MEF n. 6/DF/2020 .
  • D.Lgs. 218/1997 e D.Lgs. 13/2024 (accertamento con adesione riformato) .
  • D.Lgs. 149/2022 e D.Lgs. 220/2023 (riforma giustizia tributaria: abrogazione mediazione dal 2024) .

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