Costi Non Inerenti Dedotti Dal Reddito D’impresa: Come Difendersi Dal Fisco

Ogni anno migliaia di imprese ricevono avvisi di accertamento in cui l’Agenzia delle Entrate contesta la deducibilità di costi iscritti in contabilità, qualificandoli come “non inerenti” all’attività d’impresa. Il risultato è immediato e pesante: quei costi vengono rimossi dalle poste negative, il reddito imponibile sale, e insieme a lui salgono imposte, interessi e sanzioni — spesso fino al 200% dell’imposta evasa accertata. Eppure molte di queste contestazioni sono fragili sul piano giuridico o, quanto meno, contestabili con argomenti solidi, soprattutto alla luce dell’orientamento evolutivo della Cassazione, che nel 2024 e nel 2025 ha ristretto in modo netto il potere di sindacato dell’Amministrazione finanziaria sulle scelte imprenditoriali.

Questa guida risponde alle domande più frequenti che imprenditori, amministratori e professionisti rivolgono quando si trovano di fronte a una contestazione di questo tipo: cosa si intende esattamente per inerenza, come si articola l’onere della prova, quali costi vengono contestati più spesso, come ci si difende in concreto, e quando conviene ricorrere al giudice piuttosto che cercare un accordo.

Lo Studio Monardo è specializzato esattamente nella materia tributaria e nella difesa dal contenzioso fiscale grazie alla composizione multidisciplinare del suo staff — avvocati e commercialisti che lavorano in modo coordinato — e alla formazione dell’Avv. Giuseppe Angelo Monardo, che come cassazionista può seguire la stessa strategia difensiva dal primo avviso di accertamento fino all’eventuale ricorso in Cassazione, garantendo continuità di linea e coerenza argomentativa in ogni grado di giudizio.


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BLOCCO A — LE BASI


Cos’è esattamente il principio di inerenza e dove lo trovo scritto nella legge?

L’inerenza non ha una definizione esplicita in una singola norma del TUIR: è un principio implicito, ricavato dalla stessa struttura del reddito d’impresa e dai principi costituzionali sulla capacità contributiva.

Molti contribuenti cercano la parola “inerenza” nell’art. 109 TUIR e non la trovano. È normale: il termine non è lì. L’art. 109, comma 5, D.P.R. 917/1986 stabilisce che i componenti negativi sono deducibili se «si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito». Questo è il principio di correlazione costi-ricavi, che è cosa diversa dall’inerenza.

La Cassazione ha chiarito in modo definitivo — con le sentenze n. 450 e n. 3170 del 2018, poi confermate da centinaia di pronunce successive fino alle ordinanze di aprile 2025 — che l’inerenza è un giudizio di natura qualitativa sulla riferibilità del costo all’esercizio dell’impresa: non basta che mancasse un ricavo diretto, basta che la spesa non sia estranea all’attività in senso ampio. I costi relativi a iniziative che si collocano in una prospettiva potenziale e futura di sviluppo dell’impresa sono inerenti, anche se non hanno ancora generato ricavi.

Il fondamento normativo, quindi, è desumibile dal combinato disposto degli artt. 55, 81 e 109 TUIR, letti alla luce dell’art. 53 Costituzione. Le norme ci sono, ma le ha elaborate la giurisprudenza: ecco perché in questa materia conoscere le sentenze è almeno altrettanto importante quanto conoscere la legge.


Quando l’Agenzia delle Entrate può contestare un costo come non inerente?

Quando riesce a dimostrare, con elementi concreti, che quella spesa è estranea all’attività d’impresa esercitata in concreto — non solo in astratto.

L’Amministrazione finanziaria può legittimamente contestare un costo quando emergono elementi sintomatici della sua estraneità all’impresa: la totale assenza di correlazione tra la natura della spesa e l’oggetto sociale realmente esercitato, la manifesta sproporzione economica rispetto al mercato (antieconomicità macroscopica), la genericità assoluta della documentazione che non consente di capire di cosa trattasse la prestazione, o l’utilizzo evidentemente personale di un bene formalmente intestato all’azienda.

Quello che il Fisco non può fare — e che la Cassazione ha ripetutamente censurato — è sindacare la convenienza, l’opportunità o la saggezza delle scelte imprenditoriali. Se un imprenditore decide di sostenere costi di sponsorizzazione in un settore apparentemente distante dal proprio core business, ma funzionale alla sua visibilità, il Fisco non può disconoscere quei costi solo perché li giudica poco utili. La Cassazione ha ribadito che il sindacato dell’Amministrazione non può spingersi al merito delle strategie aziendali.

Questo è un confine preciso: elementi sintomatici di estraneità all’impresa legittimano la contestazione; giudizi di opportunità e convenienza no.


Quali costi vengono contestati più spesso nella pratica?

Nella prassi degli accertamenti, alcune categorie di spese finiscono sotto la lente del Fisco con frequenza significativamente maggiore delle altre.

Le categorie più esposte sono:

  • Spese di rappresentanza: cene, viaggi, eventi, omaggi. Sono sottoposte a limiti quantitativi ex art. 108 TUIR e dal 2025 richiedono anche la tracciabilità del pagamento (L. 207/2024). La Cassazione con la sentenza n. 28724/2024 ha dichiarato non deducibili le spese per un viaggio all’estero a cui avevano partecipato coniugi e figli di rappresentanti aziendali, in assenza di documentazione sulle attività promozionali svolte.
  • Costi infragruppo: compensi tra società collegate, ripartizioni di costi di servizi comuni. Richiedono prova non solo dell’inerenza rispetto all’attività della società che sostiene il costo, ma anche del «reale vantaggio» che ne è derivato (Cass. n. 9132/2025).
  • Consulenze e prestazioni di servizi genericamente descritte: fatture che riportano solo “consulenza generica” o “assistenza varia” senza contratti, report o output identificabili. L’Agenzia contesta spesso questi costi anche quando sono economicamente congrui, perché la genericità documentale non permette di apprezzarne l’inerenza.
  • Costi per beni a uso promiscuo: autovetture, imbarcazioni, immobili che potrebbero avere utilizzo personale. La Cassazione n. 8120/2025 ha chiarito che la mera previsione statutaria dell’attività di noleggio non basta a provare l’inerenza: occorre dimostrare che il bene sia stato effettivamente utilizzato per quella finalità.
  • Spese legali per procedimenti penali degli amministratori: la Cassazione n. 9910/2024 ha ribadito che i costi per la difesa penale degli amministratori non sono deducibili, anche se il reato è collegato all’esercizio delle funzioni.
  • Royalties e canoni per beni intangibili: deducibili solo se si dimostra la funzione strategica nell’attività d’impresa, anche in prospettiva futura (Cass. n. 12588/2025 e n. 1290/2024 su royalties per marchi non utilizzati).

Su chi ricade l’onere di provare che un costo è inerente?

In linea di principio, l’onere è sul contribuente. Ma l’Agenzia deve prima motivare in concreto perché ritiene il costo non inerente.

Questo punto è fondamentale e spesso genera confusione. La regola è chiara: spetta al contribuente dimostrare l’esistenza, la natura, l’ammontare e l’inerenza del costo che intende dedurre. Lo confermano Cass. n. 8984/2024, n. 6114/2024 e n. 30499/2024. Non è sufficiente esibire la fattura: occorre documentare che quella spesa era correlata all’attività d’impresa.

Tuttavia il gioco non è unilaterale. Il Fisco non può limitarsi a affermare in modo generico che un costo «non è inerente»: deve motivare la ripresa indicando gli elementi concreti che portano a quella conclusione, pena l’illegittimità dell’accertamento per difetto di motivazione. Presentati quegli elementi, la palla passa al contribuente per la controprova.

Quando la sproporzione è macroscopica — un canone di locazione enormemente fuori mercato tra parti correlate, come nel caso deciso da Cass. n. 16873/2024 — l’antieconomicità stessa diventa un indizio sufficiente a spostare definitivamente l’onere probatorio sul contribuente.

Un ulteriore elemento di equilibrio viene dall’art. 7, comma 5-bis, D.Lgs. 546/1992 (introdotto dalla riforma del processo tributario, L. 130/2022): la norma ribadisce che il giudice tributario deve valutare le prove fornite dall’Amministrazione in giudizio, a prescindere dalle presunzioni. Questo rafforza la posizione del contribuente che sa documentare bene la propria difesa.


BLOCCO B — LA PROCEDURA


Come si struttura un accertamento sui costi non inerenti: dall’inizio alla fine?

L’accertamento nasce generalmente da un PVC della Guardia di Finanza o da un controllo documentale dell’Agenzia, e segue una sequenza precisa.

FaseAttoTermineOrgano
1Accesso/verifica GdF o controllo a tavolino AEVariabileAdE / GdF
2Processo Verbale di Constatazione (PVC)Conclusa la verificaGdF
3Contraddittorio preventivo (dal 2025 rafforzato)60 giorni dalla PVC o dall’invitoAdE
4Notifica avviso di accertamentoEntro il 31/12 del 5° anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (7° in caso di reati fiscali)AdE
5Termine per impugnare o per accertamento con adesione60 giorni dalla notifica (sospeso in agosto 1-31)Contribuente
6Accertamento con adesioneIstanza entro 60 giorni — sospende i termini per 90 giorniAdE + Contribuente
7Ricorso alla CGT di I grado30 giorni dalla proposizione del ricorso per costituirsi in giudizioCGT I grado
8Appello alla CGT di II grado (ex CTR)60 giorni dalla notifica della sentenzaCGT II grado
9Ricorso per Cassazione60 giorni dalla notifica della sentenza di appelloCorte di Cassazione

La fase del contraddittorio preventivo è stata significativamente potenziata: dal 2025, ai sensi del D.Lgs. 219/2023, l’Agenzia non può emettere l’avviso prima che siano decorsi 60 giorni dall’invito al contraddittorio, salvo casi di urgenza motivata. Se lo fa, l’avviso è nullo — lo ha confermato la Cassazione con l’ordinanza n. 27138/2025.


Come si impugna l’avviso di accertamento che recupera costi non inerenti?

Il ricorso va notificato all’Agenzia delle Entrate e depositato in via telematica nel sistema SIGIT entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso.

Il termine di 60 giorni è perentorio: se scade senza che il contribuente abbia impugnato, l’accertamento diventa definitivo e il debito iscritto a ruolo non è più contestabile. La sospensione feriale opera nel solo mese di agosto (1-31 agosto), quindi un avviso notificato a luglio guadagna quei giorni aggiuntivi.

Il ricorso è il documento tecnico in cui si articolano i motivi di opposizione. In materia di costi non inerenti i motivi tipici sono:

Motivi procedurali — violazione del contraddittorio preventivo; difetto di motivazione dell’avviso; vizi nella notifica; sottoscrizione non valida; tardività dell’accertamento (decadenza dei termini).

Motivi sostanziali — errata applicazione del principio di inerenza; sindacato indebito sulle scelte imprenditoriali; valutazione meramente quantitativa dei costi anziché qualitativa; mancata considerazione della prospettiva futura e potenziale dell’attività; antieconomicità non macroscopica che non può spostare l’onere probatorio.

Motivi sanzionatori — applicazione di sanzioni sproporzionate o erronea qualificazione del comportamento come fraudolento anziché come mera infedeltà; mancata considerazione delle cause di non punibilità.

Contestualmente al ricorso si può chiedere la sospensione dell’esecuzione dell’atto al giudice tributario, per evitare che l’Agenzia iscriva a ruolo le somme e avvii la riscossione coattiva prima della sentenza.


Vale la pena tentare l’accertamento con adesione invece di ricorrere?

Dipende da due variabili: la fondatezza nel merito e l’importo delle sanzioni. Spesso la strategia migliore è presentare istanza di adesione e, se non si trova accordo, ricorrere.

L’accertamento con adesione (D.Lgs. 218/1997) è uno strumento che permette al contribuente di dialogare con l’Ufficio prima del ricorso e di definire bonariamente la controversia. I vantaggi sono:

  • le sanzioni si riducono a 1/3 del minimo previsto dalla legge (invece del 90-200% pieno);
  • il pagamento può essere rateizzato fino a 16 rate trimestrali;
  • la presentazione dell’istanza sospende i termini per impugnare di 90 giorni, guadagnando tempo utile per valutare la posizione.

Il limite principale è che si tratta di un accordo globale: non si può accettare parzialmente alcune riprese e contestarne altre nello stesso atto senza l’accordo dell’Ufficio. Per contestazioni su costi dove si ritiene di avere ragione sul merito, la via del ricorso è spesso più conveniente nel lungo periodo, pur tenendo conto del rischio della sconfitta e delle spese di giudizio.


Cosa si può fare se l’accertamento si basa su presunzioni non qualificate?

Si contesta in radice il metodo accertativo: le presunzioni semplici non bastano da sole per recuperare a tassazione costi regolarmente contabilizzati, quando la contabilità è attendibile.

Un accertamento analitico (art. 39, comma 1, D.P.R. 600/1973), che è quello tipicamente utilizzato per i costi non inerenti, presuppone che le scritture contabili siano tenute regolarmente ma che singole voci siano errate o false. In questo caso l’Ufficio deve dimostrare con elementi certi e precisi che il costo non è deducibile — non gli basta un sospetto o una presunzione vaga.

La Cassazione, con l’ordinanza n. 30382/2025, ha ricordato che persino nell’accertamento analitico-induttivo basato su indagini bancarie, se l’Ufficio ricostruisce maggiori ricavi senza riconoscere i relativi costi, si viola il principio di capacità contributiva: la Corte Costituzionale con la sentenza n. 10/2023 ha censurato questa impostazione, riconoscendo che anche in questi casi si deve tener conto di un’incidenza forfettaria dei costi.


BLOCCO C — I CASI PARTICOLARI


E se l’Agenzia contesta costi infragruppo tra società collegate?

I costi tra parti correlate sono sotto la lente del Fisco con maggiore intensità, ma rimangono deducibili se si riesce a dimostrare sia l’inerenza che il reale vantaggio per la società che li sostiene.

I rapporti infragruppo — ripartizioni di costi di gestione, servizi amministrativi, consulenze rese dalla capogruppo alle società figlie — sono uno dei terreni più fertili per le contestazioni dell’Agenzia. Il rischio reale è che si tratti di operazioni costruite per spostare imponibile verso soggetti con aliquote più vantaggiose, senza un’effettiva prestazione sottostante.

La Cassazione con l’ordinanza n. 5774/2024, relativa a una associazione professionale e a una SAS collegata da legami di parentela tra soci, ha ribadito che il solo risparmio fiscale ottenuto scegliendo la struttura giuridicamente più conveniente non configura abuso del diritto, purché l’operazione sia sorretta da valide ragioni economiche extrafiscali. E con le ordinanze n. 9132/2025 e nn. 9568-9569/2025, la Corte ha specificato che la deducibilità dei costi infragruppo richiede la prova sia dell’inerenza all’attività della società che sostiene il costo, sia del reale vantaggio che ne è derivato.

La documentazione è tutto: contratti dettagliati, report delle prestazioni erogate, comunicazioni interne che attestino l’effettivo svolgimento del servizio, e la congruità del corrispettivo rispetto ai valori di mercato (transfer pricing interno).

Come ci ricorda l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo, coordinatore di uno staff multidisciplinare con avvocati e commercialisti specializzati in diritto bancario e tributario, la difesa in questi casi richiede un lavoro congiunto tra chi conosce la struttura contrattuale e chi sa come si costruisce una difesa processuale: competenze che non si trovano tutte nello stesso professionista.


Vale lo stesso principio per i costi sostenuti nella fase di avvio di una startup o in anni in cui non ci sono ricavi?

Sì, e la Cassazione è stata esplicita e recente su questo punto: l’assenza di ricavi non rende automaticamente indeducibili i costi.

Questo è uno degli errori più gravi che l’Agenzia commette nelle verifiche su imprese giovani o in fase di sviluppo. La logica — «se non hai ricavi, i costi non possono essere inerenti» — è stata sconfessata dalla Cassazione in modo netto con l’ordinanza n. 6426/2025: l’inerenza è un giudizio qualitativo sulla riferibilità del costo all’attività d’impresa, non una correlazione quantitativa con i ricavi dell’anno.

La pronuncia n. 23095/2025 ha poi applicato questo principio a un caso di startup sportiva che sosteneva costi elevati nella fase iniziale per costruire la propria reputazione al fine di attrarre sponsorizzazioni. La Cassazione ha stabilito che quelle spese erano inerenti, perché funzionali a un progetto imprenditoriale coerente e a lungo termine, anche in assenza di ricavi immediati e anche se i costi apparivano elevati nella fase iniziale. L’unico limite è la macroscopica e definitiva incoerenza tra il costo e qualsiasi possibile progetto imprenditoriale razionale.


Cosa succede se il Fisco contesta costi di sponsorizzazione che ritiene non correlati all’attività?

Dipende molto dalla documentazione a supporto. Il quadro normativo e giurisprudenziale è più favorevole di quanto molti credano.

I costi di sponsorizzazione a favore di associazioni sportive dilettantistiche fino a 200.000 euro sono qualificati ex lege come spese di pubblicità (art. 90, L. 289/2002) e beneficiano di una presunzione di deducibilità. La Cassazione, con l’ordinanza n. 32844/2024, ha confermato che l’Agenzia non può disconoscere questi costi solo sulla base dell’assenza di un cartellone pubblicitario “percepibile”, se il contribuente dimostra la correlazione commerciale.

Al di fuori di questo regime speciale, i costi di sponsorizzazione sono deducibili come spese di pubblicità ex art. 108, comma 2, TUIR, a condizione che sussista l’inerenza. La Cassazione n. 6368/2021 ha chiarito che la genericità degli impegni contrattuali dello sponsee può essere un segnale di antieconomicità manifesta, ma non è automaticamente decisiva: occorre valutare il complesso delle circostanze.

La documentazione chiave da preparare: contratto di sponsorizzazione dettagliato con elencazione precisa delle prestazioni; prove di esecuzione delle prestazioni (foto, video, report, pubblicazioni); eventuali relazioni sulla correlazione tra la sponsorizzazione e l’attività commerciale dell’impresa.


BLOCCO D — LE PAURE FINALI


Quanto posso rischiare in termini di sanzioni se i costi contestati vengono dichiarati non inerenti?

Le sanzioni possono essere molto pesanti, ma esistono strumenti per ridurle significativamente in quasi tutte le fasi della procedura.

Se i costi vengono recuperati a tassazione, la violazione è qualificata come dichiarazione infedele ai sensi dell’art. 4, D.Lgs. 74/2000 e la sanzione amministrativa base è dal 90% al 180% dell’imposta non versata. Se la contestazione attiene a fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, la qualificazione è più grave (dichiarazione fraudolenta, artt. 2-3 D.Lgs. 74/2000) e la sanzione sale fino al 200%.

A queste somme si aggiungono gli interessi di mora sulle maggiori imposte accertate.

La buona notizia è che esistono diversi percorsi di riduzione: il ravvedimento operoso, l’acquiescenza all’avviso (riduzione a 1/3), l’accertamento con adesione (riduzione a 1/3 del minimo), la conciliazione giudiziale (riduzione al 40% in primo grado, al 50% in secondo grado), e infine la definizione agevolata se il legislatore dovesse aprire nuove finestre (come avvenuto con le misure agevolative 2023-2024). La scelta del percorso dipende dalla forza della posizione nel merito: più si è convinti di avere ragione, meno conviene pagare per chiudere.


Rischio anche conseguenze penali?

In alcuni casi sì, ma dipende da soglie precise che non scattano per la semplice contestazione di inerenza.

Il reato di dichiarazione infedele (art. 4, D.Lgs. 74/2000) scatta quando la maggiore imposta evasa supera euro 150.000 per periodo d’imposta e l’imponibile non dichiarato supera il 10% di quello dichiarato o, comunque, supera euro 3.000.000. Al di sotto di queste soglie, la vicenda resta sul piano amministrativo.

Il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture false (art. 2, D.Lgs. 74/2000) è più grave e non ha soglie: si applica se le fatture sono per operazioni oggettivamente inesistenti. La contestazione di semplice non inerenza — dove le fatture sono reali ma la spesa è considerata estranea all’impresa — non configura questo reato.

Non bisogna mai sottovalutare il profilo penale: se si riceve un PVC che parla di operazioni inesistenti o di utilizzo di documenti falsi, è indispensabile coinvolgere un avvocato penalista tributarista sin dalla fase delle indagini preliminari.


Se non ho più la documentazione originale, posso comunque difendermi?

La mancanza di documentazione complica la difesa, ma non la rende impossibile.

L’art. 109 TUIR richiede la prova documentale, e la Cassazione è chiara: senza documenti, il costo non si deduce. Ma “documentazione” non significa solo fattura. La Cassazione n. 30499/2024 ha confermato che si possono usare altri mezzi di prova, purché siano certi e specifici: contratti, corrispondenza email, estratti conto che attestino i pagamenti, dichiarazioni di terzi (oggi ammissibili come prova scritta nel processo tributario dopo la riforma L. 130/2022), rapporti di progetto.

Se la documentazione è andata perduta per cause non imputabili al contribuente (ad esempio: incendio, furto, evento calamitoso), si può invocare la forza maggiore e tentare la ricostruzione per equivalenti. Non è una strada facile, ma esistono precedenti favorevoli in giurisprudenza.

Grassettate bene questa regola: la conservazione dei documenti fiscali per almeno 7 anni dalla dichiarazione è un obbligo, non una buona pratica. Istituire un sistema di archiviazione — anche digitale — è la prima forma di prevenzione.


Ho ricevuto l’avviso di accertamento. Ho davvero solo 60 giorni?

Sì. E quei 60 giorni sono il tempo in cui si gioca tutto: non esistono proroghe salvo la sospensione feriale di agosto (1-31 agosto) e la sospensione di 90 giorni che scatta se si presenta istanza di accertamento con adesione.

Se l’avviso scade senza che il contribuente abbia fatto nulla, diventa definitivo. Da quel momento:

  • il debito è iscritto a ruolo e non è più contestabile nel merito;
  • l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può avviare le procedure esecutive (fermi amministrativi, pignoramenti, ipoteche);
  • si perdono tutte le opportunità di riduzione delle sanzioni.

La prima cosa da fare appena si riceve l’avviso è verificare la data di notifica e calcolare la scadenza, ricordando che agosto non conta (la sospensione feriale 1-31 agosto vale per tutta la durata del mese). La seconda è raccogliere tutta la documentazione disponibile a supporto della deducibilità dei costi contestati. La terza è affidarsi a un professionista specializzato, perché un ricorso mal costruito — tecnicamente corretto ma argomentato male — può perdere anche in presenza di una posizione giuridica favorevole.


“Mi fa vedere un esempio concreto?” — Simulazioni pratiche

Simulazione 1 — Costi di consulenza infragruppo con fatture generiche

Una SRL con ricavi annui di 1.840.000 euro deduce nel 2022 costi per consulenze erogate dalla società capogruppo per 187.000 euro. Le fatture riportano la dicitura «servizi di management e supporto strategico» senza allegati. L’Agenzia notifica avviso di accertamento il 14 marzo 2025 recuperando l’intero costo: IRES sulla maggiore imposta = 187.000 × 24% = 44.880 euro; IRAP sulla medesima base = 187.000 × 3,9% = 7.293 euro; sanzione per dichiarazione infedele al 90% = 40.392 euro + 6.564 euro; interessi di mora al tasso legale su tre anni = circa 4.800 euro. Totale pretesa: circa 103.929 euro.

La società presenta istanza di accertamento con adesione il 12 aprile 2025 (sospendendo i termini di 90 giorni) e produce: il contratto di services agreement del 2021 con elencazione analitica delle attività, la rendicontazione trimestrale dei servizi ricevuti, le email di progetto, e una perizia comparativa che attesta la congruità del corrispettivo rispetto ai valori di mercato. Dopo il contraddittorio, l’Ufficio accetta di ridurre la ripresa a 47.000 euro (le fatture senza rendicontazione), definendo con sanzioni ridotte a 1/3 del minimo: risparmio rispetto alla pretesa originaria: circa 69.000 euro.


Simulazione 2 — Costi di start-up contestati per assenza di ricavi

Una SRL costituita nel 2021 sostiene nel 2022 costi per 234.600 euro (personale, affitti, consulenze di sviluppo prodotto) e ricavi per soli 18.400 euro. L’Agenzia notifica avviso di accertamento recuperando a tassazione 216.200 euro di costi come «non inerenti in assenza di ricavi proporzionati». La pretesa complessiva (IRES + sanzione al 90%) ammonta a circa 94.800 euro.

Il contribuente ricorre alla CGT di I grado producendo: il business plan presentato agli investitori, la documentazione tecnica del prodotto in sviluppo, i contratti con i clienti in pipeline, e citando espressamente le ordinanze Cass. n. 6426/2025 e n. 23095/2025. Il giudice accoglie il ricorso in modo integrale: l’inerenza qualitativa dei costi di sviluppo è provata dalla coerenza del piano imprenditoriale, indipendentemente dall’assenza di ricavi nell’anno. La pretesa di 94.800 euro viene annullata integralmente. Il contribuente ottiene anche la condanna dell’Agenzia alle spese di lite.


La domanda che nessuno fa ma tutti dovrebbero fare: il Fisco può sindacare l’antieconomicità di una scelta aziendale anche quando la documentazione è in regola?

No — e questa distinzione è forse il punto più importante di tutta la materia.

La Cassazione è chiarissima: il sindacato dell’Agenzia sulle scelte imprenditoriali ha un confine preciso, che si chiama macroscopica antieconomicità.

Quando la contabilità è regolare e la documentazione è presente, l’Agenzia non può disconoscere un costo solo perché lo ritiene “non opportuno”, “eccessivo rispetto ai ricavi” o “non necessario”. Queste sono valutazioni di merito sulle strategie aziendali, e appartengono all’imprenditore, non al Fisco. Lo ha ribadito con forza la Cassazione con le ordinanze nn. 8700, 8704, 8801, 8922, 9132, 9159, 9160/2025 (tutte dell’aprile 2025): l’inerenza si valuta in modo qualitativo, escludendo solo i costi in una «sfera estranea all’esercizio dell’impresa».

L’unica eccezione — e il confine è qui — è la macroscopica antieconomicità: una spesa che, per le sue caratteristiche e proporzioni, è talmente priva di qualsiasi logica imprenditoriale da essere rilevabile a colpo d’occhio (il caso-limite del canone di locazione decine di volte superiore al valore di mercato tra parti correlate). In questo caso il dato quantitativo diventa rilevante, ma solo come indizio sintomatico dell’assenza del requisito qualitativo — non come sostituto di esso.

Capire questa distinzione permette di impostare la difesa in modo molto più efficace: se il Fisco ha recuperato costi documentati solo perché li ritiene “troppi” o “poco utili”, senza dimostrare un’estraneità concreta all’impresa, quella contestazione è attaccabile sul piano dei principi.


“Ma i giudici, cosa dicono?” — Riferimenti giurisprudenziali

Nel 2024 e nel 2025 la Cassazione ha prodotto una giurisprudenza insolitamente ricca e coerente sul principio di inerenza, superando in modo definitivo l’orientamento restrittivo precedente.

1. Cass., Sez. V, ord. n. 6426 del 11 marzo 2025 — Chiarisce che l’inerenza non può essere negata sulla base della sola esiguità o assenza di ricavi: il giudizio è qualitativo e riguarda la correlazione del costo con l’attività d’impresa nel suo complesso, anche in prospettiva futura. Il ricorso dell’Agenzia che pretendeva legare la deducibilità alla produzione di ricavi viene respinto.

2. Cass., Sez. V, ord. n. 8120 del 27 marzo 2025 — Chiarisce che la mera previsione statutaria di un’attività non è sufficiente a provare l’inerenza di un costo: la deducibilità richiede che l’attività sia effettivamente esercitata e il costo funzionale ad essa. Caso relativo all’acquisto di un’imbarcazione con previsione statutaria del noleggio.

3. Cass., Sez. V, ordinanze nn. 8700, 8704, 8801, 8922, 9132, 9159, 9160, 9568, 9569 — aprile 2025 — Corpus giurisprudenziale che consolida il nuovo orientamento: l’inerenza è riferibilità del costo all’attività d’impresa anche solo indirettamente o in prospettiva futura; è sbagliato legare la deducibilità alla correlazione con ricavi specifici; il sindacato dell’Agenzia non può spingersi alla valutazione di opportunità e convenienza delle scelte aziendali.

4. Cass., Sez. V, sent. n. 12588 del 2025 — Seconda pronuncia su royalties per marchi non utilizzati. Ribadisce che il mancato utilizzo attuale non esclude l’inerenza se il contribuente dimostra la funzione strategica del costo nell’ambito delle scelte aziendali (es. mantenere la disponibilità del marchio per future opportunità). Cassa una seconda volta la sentenza d’appello che non aveva rispettato il principio di diritto già enunciato.

5. Cass., Sez. V, ord. n. 1290/2024 — Prima pronuncia sulle royalties per marchi non utilizzati: l’inerenza è giudizio qualitativo che prescinde dall’utilità effettiva del costo; rileva la potenziale connessione strategica con l’attività d’impresa.

6. Cass., Sez. V, ord. n. 5774/2024 — Costi infragruppo tra associazione professionale e SAS collegata. Ribadisce la distinzione tra legittimo risparmio d’imposta (non abuso) e abuso del diritto. Il contribuente deve provare inerenza e ragioni economiche extrafiscali, ma la scelta della struttura più favorevole non è di per sé abusiva.

7. Cass., Sez. V, ord. n. 16873/2024 — Canoni di locazione macroscopicamente fuori mercato tra parti correlate. Conferma che la manifesta sproporzione economica è un indizio sintomatico dell’assenza di inerenza, spostando l’onere della prova sul contribuente.

8. Cass., Sez. V, sent. n. 28724/2024 — Spese di rappresentanza per viaggio all’estero con partecipazione di coniugi e figli di amministratori. Non deducibili in assenza di documentazione sulle attività promozionali svolte durante il viaggio. Il contribuente non aveva fornito prove concrete.

9. Cass., Sez. V, ord. n. 9910 del 11 aprile 2024 — Spese legali per la difesa penale di amministratori in procedimenti penali. Non deducibili perché la difesa penale non è correlata a un’attività potenzialmente idonea a produrre utili per la società.

10. Cass., Sez. V, ord. n. 8984/2024 — Ribadisce che l’onere della prova dell’inerenza (esistenza, natura, ammontare, destinazione) spetta al contribuente, con obbligo di documentazione precisa e non generica.

11. Cass., Sez. V, ord. n. 30499/2024 — Costi per operazioni oggettivamente inesistenti: l’onere probatorio ricade interamente sul contribuente; senza documenti validi e specifici il costo rimane indeducibile anche quando si sostiene che la merce sia stata acquistata in modo irregolare.

12. Cass., Sez. V, ord. n. 23095 dell’11 agosto 2025 — Costi iniziali di una startup sportiva: le spese elevate nella fase di avvio non costituiscono automaticamente segnale di incongruità o antieconomicità, se funzionali a un progetto imprenditoriale coerente (in quel caso, costruzione della reputazione per attrarre sponsorizzazioni). Principio applicabile a tutte le imprese in fase di sviluppo.

13. Corte Cost., sent. n. 10/2023 — Pur non essendo della Cassazione, questa pronuncia ha avuto effetti immediati sulla giurisprudenza tributaria: ha stabilito che nei casi di accertamento analitico-induttivo non si possono azzerare i costi dell’impresa senza riconoscere almeno un’incidenza forfettaria, pena la violazione del principio di capacità contributiva. La Cassazione n. 30382/2025 l’ha recepita in modo esplicito.


“E voi, concretamente, cosa fate?” — Cosa può fare lo Studio Monardo per difendere l’impresa

Quando un’impresa riceve un avviso di accertamento che recupera costi per mancanza di inerenza, lo Studio Monardo interviene su più livelli operativi, con azioni concrete e misurabili.

1. Analisi documentale immediata dell’avviso e del PVC. Verifichiamo la data di notifica, calcoliamo i termini esatti per impugnare o per presentare istanza di adesione, individuiamo le riprese contestate e confrontiamo ciascuna voce con la documentazione contabile disponibile. L’obiettivo è avere un quadro chiaro entro le prime 48-72 ore.

2. Classificazione delle riprese per solidità difensiva. Non tutti i costi recuperati dal Fisco sono ugualmente difendibili. Separiamo quelli dove la posizione è forte (costi documentati, correlati ad attività effettive, contestati solo per valutazioni di opportunità) da quelli dove la documentazione è carente o dove la ripresa è più fondata. Questo determina la strategia: ricorso pieno, adesione parziale, o accordo.

3. Costruzione del dossier probatorio. Raccogliamo, sistematizziamo e organizziamo tutta la documentazione utile: contratti, ordini di acquisto, report di prestazione, corrispondenza email, estratti conto, perizie comparabili di mercato, business plan, verbali di CDA, dichiarazioni scritte di terzi (ora utilizzabili come prove nel processo tributario). Ogni costo contestato ha bisogno di una storia documentale completa.

4. Interlocuzione con l’Agenzia nel contraddittorio preventivo. Se i termini lo consentono, partecipiamo al contraddittorio producendo la documentazione e i chiarimenti necessari prima che l’avviso diventi definitivo. In molti casi questa fase — se gestita bene — riduce significativamente l’entità della contestazione.

5. Redazione e deposito del ricorso alla CGT di I grado. Costruiamo il ricorso articolando con precisione i motivi procedurali (vizi dell’atto, violazione del contraddittorio, decadenza dei termini) e i motivi sostanziali (errata applicazione del principio di inerenza, sindacato indebito sulle scelte aziendali, valutazione quantitativa anziché qualitativa). Citiamo la giurisprudenza più recente e più favorevole.

6. Istanza di sospensione dell’esecuzione. Se l’importo è significativo, chiediamo contestualmente al giudice la sospensione dell’esecuzione dell’avviso, per evitare che l’Agenzia avvii la riscossione coattiva (pignoramenti, fermi, ipoteche) prima della sentenza.

7. Gestione della fase di mediazione e conciliazione giudiziale. Se nel corso del processo emergono margini di accordo, valutiamo la conciliazione giudiziale (che riduce le sanzioni al 40% in primo grado) come alternativa strategica alla prosecuzione fino alla sentenza.

8. Appello alla CGT di II grado e ricorso per Cassazione. In caso di sconfitta in primo grado o di pronuncia parzialmente favorevole che non soddisfa, impugniamo la sentenza costruendo un motivo di appello su misura per i punti rimasti aperti. Come cassazionista, l’Avv. Monardo può seguire lo stesso caso fino all’ultimo grado, garantendo continuità della linea difensiva e coerenza degli argomenti.

9. Coordinamento dello staff avvocati e commercialisti. Le contestazioni su costi non inerenti hanno sempre un doppio profilo: fiscale-contabile e giuridico-processuale. Lo studio coordina avvocati tributaristi e commercialisti che lavorano insieme sullo stesso caso, evitando le incoerenze che spesso nascono quando i due professionisti non si parlano.

10. Prevenzione per il futuro. A contestazione risolta, forniamo indicazioni concrete su come strutturare la documentazione dei costi aziendali per ridurre il rischio di future contestazioni: contratti standard adeguati, sistemi di rendicontazione, procedure di conservazione documentale, e verifica periodica della coerenza tra costi dedotti e attività effettivamente svolta.


L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo è avvocato cassazionista; coordinatore di uno staff multidisciplinare operante a livello nazionale in diritto bancario e tributario; Gestore della crisi da sovraindebitamento (L. 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia; professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi); Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021.

In materia tributaria e di difesa dal contenzioso fiscale, la qualità di cassazionista è particolarmente rilevante: significa poter costruire una strategia difensiva unitaria dall’avviso di accertamento fino al ricorso in Cassazione, con la stessa mano, gli stessi argomenti e la stessa conoscenza del fascicolo — senza dispersioni né contraddizioni tra i diversi gradi di giudizio. In una materia dove la giurisprudenza evolve velocemente e dove le ordinanze più recenti della Cassazione possono ribaltare anni di prassi amministrativa, seguire il caso fino all’ultimo grado fa spesso la differenza tra vincere e perdere.


Tre messaggi chiave che emergono da questa guida

Prima cosa: il principio di inerenza è molto meno restrittivo di quanto l’Agenzia delle Entrate tenda a far credere. La Cassazione del 2024-2025 ha spostato il pendolo in modo significativo dalla parte del contribuente, limitando il potere di sindacato del Fisco alle sole situazioni di effettiva estraneità del costo all’impresa o di macroscopica antieconomicità.

Seconda cosa: la documentazione è tutto, ma “documentazione” non significa solo fattura. Contratti dettagliati, report di prestazione, corrispondenza, perizie di mercato, business plan — ogni elemento che racconta la storia economica di un costo diventa argomento difensivo nel contenzioso.

Terza cosa: il tempo è la variabile più critica. Sessanta giorni per impugnare sembrano tanti e passano velocissimi. Chi aspetta di capire “se vale la pena” spesso arriva alla scadenza senza aver fatto nulla, e a quel punto non esiste più nessuna difesa possibile.

Lo Studio Monardo, con il coordinamento dell’Avv. Giuseppe Angelo Monardo come cassazionista e con il suo staff multidisciplinare di avvocati e commercialisti specializzati in diritto tributario a livello nazionale, è il punto di riferimento per chi vuole affrontare una contestazione del Fisco su costi non inerenti con una strategia solida, costruita sui dati reali del caso e sulle pronunce più aggiornate della Cassazione — non su argomenti generici che non reggono al vaglio del giudice tributario.

📩 Non aspettare che i 60 giorni per impugnare diventino 30 o 10: ogni giorno che passa è tempo utile per costruire la difesa. Tutti i riferimenti per contattare lo Studio Monardo e fissare una consulenza sono in fondo a questa pagina.


Approfondimento — Il quadro normativo di riferimento aggiornato

Comprendere le norme che regolano la deducibilità dei costi è il punto di partenza per qualsiasi difesa. Senza questa base, ogni argomento rimane nel vuoto.

L’art. 109 TUIR e i suoi cinque requisiti

L’art. 109, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) è il cuore della disciplina della deducibilità dei componenti negativi del reddito d’impresa. La norma stabilisce cinque requisiti che il costo deve possedere per essere deducibile:

1. Effettività: il costo deve essere stato realmente sostenuto. Non si deducono costi presunti o stimati.

2. Certezza dell’esistenza: il costo deve esistere giuridicamente, cioè deve esserci un’obbligazione sorta a carico dell’impresa.

3. Determinatezza o determinabilità dell’ammontare: la somma deve essere conoscibile con precisione o quantomeno determinabile in modo obiettivo.

4. Competenza temporale: il costo deve essere imputato all’esercizio in cui matura economicamente, non a quello in cui viene pagato (principio di competenza ex art. 109, commi 1 e 2 TUIR).

5. Inerenza: il costo deve essere correlato all’esercizio dell’attività d’impresa. Questo è il requisito più controverso e quello su cui si concentra la quasi totalità del contenzioso.

L’inerenza è l’unico dei cinque requisiti che non ha una definizione espressa nel TUIR. Tutti gli altri sono ricostruibili direttamente dal testo normativo. L’inerenza, come chiarito dalla Cassazione a partire dalle ordinanze n. 450 e n. 3170 del 2018, è un principio “inespresso” che si ricava dalla stessa nozione di reddito d’impresa e dal principio costituzionale di capacità contributiva ex art. 53 Cost.

Le categorie di costi con discipline specifiche

Alcune categorie di costi hanno regole proprie che si sovrappongono al principio generale di inerenza:

Spese di rappresentanza (art. 108, comma 2, TUIR): deducibili nel limite dell’1,5% dei ricavi fino a 10 milioni di euro; dell’0,6% tra 10 e 50 milioni; dello 0,4% oltre 50 milioni. Dal 2025 (L. 207/2024) è obbligatoria la tracciabilità del pagamento.

Spese per vitto e alloggio: deducibili al 75% nei limiti della deducibilità propria del contribuente; ulteriori limitazioni per i professionisti.

Ammortamenti: deducibili nei limiti dei coefficienti tabellari fissati dal D.M. 31 dicembre 1988.

Interessi passivi: deducibili nei limiti del 30% del ROL (risultato operativo lordo) ex art. 96 TUIR.

Perdite su crediti: deducibili alle condizioni previste dall’art. 101 TUIR (elementi certi e precisi o procedure concorsuali).

Quando l’Agenzia contesta l’inerenza di costi che rientrano in queste categorie speciali, occorre costruire una doppia difesa: prima si dimostra che il costo rispetta la disciplina specifica (ad es. i limiti quantitativi delle spese di rappresentanza); poi si argomenta l’inerenza generale al senso della corrispondenza del costo all’attività svolta.

La riforma del processo tributario (L. 130/2022)

La legge n. 130 del 31 agosto 2022 ha introdotto importanti novità nel processo tributario, alcune delle quali rilevanti anche per le contestazioni su costi non inerenti:

Prova testimoniale scritta: l’art. 7, comma 4, D.Lgs. 546/1992, nella versione riformata, ammette la prova testimoniale in forma scritta. Questo significa che un fornitore può attestare per iscritto la natura e l’effettivo svolgimento delle prestazioni rese, con valore probatorio nel giudizio tributario — uno strumento prima molto più limitato.

Art. 7, comma 5-bis: stabilisce che il giudice deve valutare la prova portata dall’Amministrazione in giudizio, in modo da non addossare al contribuente un onere probatorio sproporzionato. Questa norma ha aperto un confronto dottrinale e giurisprudenziale sull’effettiva portata innovativa rispetto alla regola generale dell’art. 2697 c.c. (che pone l’onere su chi eccepisce); la Cassazione, nelle ordinanze n. 9159 e n. 9160/2025, ha chiarito che la nuova norma non squalifica le presunzioni semplici, ma impone una valutazione più rigorosa da parte del giudice.

Abolizione del filtro di mediazione obbligatoria: dal gennaio 2024 il reclamo-mediazione obbligatorio per le controversie fino a 50.000 euro è stato abolito. Il ricorso può ora essere depositato direttamente alla CGT di I grado senza attendere i 90 giorni di mediazione, anche se il contribuente può sempre scegliere di avviare un dialogo informale con l’Ufficio prima del giudizio.


Approfondimento — Come si costruisce la prova dell’inerenza in pratica

La differenza tra vincere e perdere una causa su costi non inerenti si gioca molto nella qualità della documentazione prodotta. Non è sufficiente avere ragione in astratto: occorre essere in grado di dimostrarlo con documenti specifici, pertinenti e organizzati.

La documentazione primaria

La documentazione primaria è quella che prova l’esistenza e la natura del costo:

  • Fattura: deve contenere la descrizione specifica della prestazione o del bene acquistato. Fatture con descrizioni generiche come «consulenza» o «servizi vari» senza ulteriori specificazioni sono vulnerabili alla contestazione, anche quando la prestazione è stata reale.
  • Contratto: il documento fondamentale per le prestazioni continuative. Deve descrivere in modo puntuale l’oggetto della prestazione, le modalità di svolgimento, il corrispettivo e le modalità di pagamento.
  • Estratto conto bancario: prova il pagamento effettivo, indispensabile per soddisfare il requisito di effettività del costo.
  • Ricevuta o distinta di pagamento per i pagamenti in contante, dove ancora consentiti.

La documentazione secondaria — quella che fa la differenza

La documentazione secondaria non prova che il costo esiste, ma prova che era correlato all’attività d’impresa:

  • Report di prestazione: per le consulenze, un documento redatto dal consulente che descrive le attività svolte, le ore impiegate, i deliverable prodotti. Anche una serie di email o verbali di riunione possono svolgere questa funzione.
  • Corrispondenza email: le email di progetto tracciano l’effettivo svolgimento delle attività in tempo reale, senza rischio di essere costruite a posteriori.
  • Verbali di CDA: se l’acquisto di un bene o il conferimento di un incarico è stato deliberato dal consiglio di amministrazione, il verbale della delibera è un elemento di documentazione prezioso.
  • Perizia comparativa di mercato: per provare la congruità economica del corrispettivo rispetto ai valori di mercato, particolarmente utile nei rapporti infragruppo e nei contratti tra parti correlate.
  • Business plan e piani strategici: per dimostrare che un costo si inserisce in un progetto imprenditoriale coerente, anche in assenza di ricavi immediati.
  • Documentazione dell’utilizzo del bene: per beni materiali come autovetture, immobili, imbarcazioni, è utile conservare i fogli di marcia, i contratti di noleggio a clienti, le registrazioni degli accessi, o qualsiasi elemento che documenti l’utilizzo aziendale e non personale.

La difesa da costruire prima ancora di ricevere l’avviso

Il principio è semplice ma spesso ignorato: la documentazione che servirà in un eventuale contenzioso va costruita nel momento in cui si sostiene il costo, non quando arriva l’avviso di accertamento. Ricreare retrospettivamente la prova dell’inerenza è molto più difficile e spesso non convince il giudice.

Un sistema minimale di prevenzione: per ogni costo significativo (oltre 5.000-10.000 euro), conservare un “fascicolo di inerenza” con la fattura, il contratto, le email chiave e un breve memo che spieghi in termini semplici perché quella spesa era utile all’attività. Pochi minuti al momento del sostenimento del costo possono valere ore di lavoro difensivo tre o quattro anni dopo, quando l’Agenzia bussa alla porta.


Approfondimento — I vizi procedurali dell’avviso di accertamento

Oltre alla difesa nel merito sull’inerenza dei costi, una parte importante della strategia difensiva riguarda i profili formali e procedurali dell’avviso di accertamento. Un atto viziato nella forma è annullabile indipendentemente dalla fondatezza nel merito della contestazione.

Vizi di notifica

La notifica dell’avviso di accertamento deve rispettare le regole previste dall’art. 60, D.P.R. 600/1973. Un errore nella notifica — indirizzo errato, mancata consegna a persona abilitata, notifica in forma non valida — può rendere il termine per impugnare non ancora decorso, ampliando il tempo a disposizione del contribuente, o addirittura rendere l’atto inesistente se la notifica è radicalmente nulla.

Violazione del contraddittorio preventivo

Dal 2025, il D.Lgs. 219/2023 ha generalizzato l’obbligo di contraddittorio preventivo per gli atti impositivi. L’Agenzia deve invitare il contribuente a fornire chiarimenti prima di emettere l’avviso, e deve attendere almeno 60 giorni dalla comunicazione dell’invito prima di procedere (salvo urgenza motivata). Se l’avviso viene emesso prima di questo termine, è nullo — come chiarito da Cass. n. 27138/2025.

Difetto di motivazione

L’art. 42, D.P.R. 600/1973 impone che l’avviso di accertamento sia motivato. Nel caso di costi non inerenti, la motivazione deve indicare quali specifici costi vengono recuperati, perché il Fisco li considera non inerenti, e quali elementi concreti fondano questa valutazione. Un avviso che si limiti a dire che «i costi non sono inerenti ai sensi dell’art. 109 TUIR» senza ulteriori specificazioni è motivato in modo insufficiente e può essere annullato per questo solo vizio.

Decadenza dei termini per l’accertamento

L’Agenzia può accertare le imposte sui redditi entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione (art. 43, D.P.R. 600/1973). Per i periodi in cui non è stata presentata la dichiarazione il termine è di sette anni. In presenza di reati tributari il termine raddoppia, ma solo se la notizia di reato è stata trasmessa alla Procura entro i termini ordinari.

Se l’avviso di accertamento viene notificato oltre questi termini, è nullo per decadenza. Il giudice tributario può e deve rilevare la decadenza d’ufficio, anche se il contribuente non la eccepisce espressamente nel ricorso.

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