Quando la scelta la scrivono i giudici, non solo la legge
Un imprenditore che si trova con i debiti fuori controllo apre il Codice della crisi e trova tre porte: la composizione negoziata, il concordato preventivo, la liquidazione giudiziale. La legge le descrive, ne indica i presupposti, ne fissa i termini. Ma la legge non dice quasi nulla di ciò che conta davvero al momento della decisione: quanto è “insolvente” un’impresa perché la composizione negoziata le venga negata, quanto deve essere concreta una prospettiva di risanamento perché il tribunale confermi le misure protettive, a quali condizioni un concordato regge l’opposizione del Fisco, quando il percorso negoziale fallito può ancora sfociare in un concordato semplificato invece che nel concorso liquidatorio.
Tutto questo lo hanno scritto i giudici, pronuncia dopo pronuncia, tra il 2024 e il 2026. E lo hanno scritto in modo tutt’altro che scontato: su alcuni punti si è formato un orientamento fermo, su altri i tribunali di merito hanno preso strade divergenti, su altri ancora la Cassazione è intervenuta di recente ribaltando la percezione diffusa tra gli operatori. Chi sceglie lo strumento guardando solo al testo del Codice sceglie con metà delle informazioni: l’altra metà sta nelle decisioni che hanno stabilito come quel testo si applica davvero.
Questa guida ricostruisce quella seconda metà. Ogni decisione è riportata con gli estremi, tradotta nel principio che afferma e poi tradotta una seconda volta in conseguenza pratica: cosa cambia, concretamente, per un’impresa che deve decidere entro poche settimane quale strada prendere.
Lo Studio Monardo lavora esattamente su questo crinale. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo è Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021, cioè uno dei professionisti iscritti per la funzione che la composizione negoziata affida all’esperto indipendente: conosce dall’interno il procedimento di cui qui si discutono i confini giurisprudenziali, il contenuto del test di risanabilità, il peso che l’esperto ha nel parere sulle misure protettive. Ed è avvocato cassazionista, il che sul tema di questa guida non è un dettaglio: gran parte delle decisioni che seguono sono pronunce di legittimità, e la difesa dell’impresa davanti alle scelte del tribunale — sull’apertura della liquidazione giudiziale, sull’omologazione, sul cram down fiscale — arriva in Cassazione con la stessa linea impostata nel primo atto.
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Il quadro normativo, in breve: su cosa si sono pronunciati i giudici
Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019) è in vigore dal 15 luglio 2022 ed è stato modificato in profondità dal decreto correttivo-ter (D.Lgs. 136/2024), efficace dal 28 settembre 2024. Le tre strade di cui parliamo vivono all’interno di questo impianto.
La composizione negoziata (artt. 12 e seguenti CCII) è un percorso stragiudiziale e riservato: l’imprenditore presenta l’istanza sulla piattaforma telematica nazionale, una commissione nomina un esperto indipendente, l’esperto verifica se esistono concrete prospettive di risanamento e conduce le trattative con i creditori. L’imprenditore resta alla guida dell’impresa. Non c’è spossessamento, non c’è un commissario. Su richiesta, il tribunale può confermare misure protettive (artt. 18 e 19 CCII) che bloccano azioni esecutive e cautelari: durano inizialmente fino a 120 giorni e, con proroga, non oltre 240 giorni complessivi. Gli esiti possibili sono elencati all’art. 23: dal contratto con uno o più creditori all’accordo sottoscritto anche dall’esperto, fino all’accesso a uno strumento di regolazione della crisi, compreso il concordato semplificato.
Il concordato preventivo (artt. 84 e seguenti CCII) è invece una procedura giudiziale che coinvolge tutti i creditori. Può essere in continuità — diretta, se l’attività prosegue in capo al debitore, o indiretta, se prosegue in capo a un terzo, ad esempio tramite affitto e cessione d’azienda — oppure liquidatorio. Il concordato liquidatorio richiede un apporto di risorse esterne che incrementi l’attivo disponibile in misura non inferiore al 10% e una soddisfazione dei chirografari non inferiore al 20%. Il concordato in continuità non conosce soglie percentuali, ma richiede che ai creditori sia assicurata un’utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile. In continuità la suddivisione in classi è obbligatoria, il voto avviene per classi e l’art. 112 consente, a certe condizioni, l’omologazione anche con classi dissenzienti (la cosiddetta ristrutturazione trasversale).
Il concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio (art. 25-sexies CCII) è un istituto di chiusura: si può proporre solo se la composizione negoziata si è conclusa senza esito e l’esperto ha attestato nella relazione finale che le trattative si sono svolte secondo correttezza e buona fede. La domanda va presentata entro sessanta giorni dalla comunicazione della relazione finale. Qui i creditori non votano: il tribunale omologa se la proposta non arreca pregiudizio rispetto all’alternativa della liquidazione giudiziale e assicura un’utilità a ciascun creditore.
La liquidazione giudiziale (artt. 121 e seguenti CCII) è l’esito concorsuale: presuppone lo stato di insolvenza e il superamento delle soglie dimensionali dell’art. 2, comma 1, lett. d) CCII. Può essere chiesta dal debitore, da un creditore o dal pubblico ministero. Comporta lo spossessamento, la nomina del curatore, l’apertura del concorso, l’esercizio delle azioni revocatorie e di responsabilità. Per le società non è previsto alcun beneficio di esdebitazione finale: l’esdebitazione riguarda il debitore persona fisica.
Sullo sfondo c’è l’art. 2086, comma 2, del Codice civile, che impone all’imprenditore collettivo assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi. È la norma che, quando le cose finiscono male, fonda le azioni di responsabilità contro amministratori e organi di controllo — e che, indirettamente, rende la scelta dello strumento un atto gestorio sindacabile.
L’orientamento consolidato: i punti su cui i giudici non discutono più
Prima delle zone grigie, conviene fissare i punti fermi. Su quattro questioni la giurisprudenza ha raggiunto un assetto stabile, e chi decide oggi può darle per acquisite.
La continuità aziendale non è un’etichetta che si sceglie
La distinzione tra concordato in continuità e concordato liquidatorio non è formale: cambia le soglie, cambia le regole distributive, cambia il regime del voto. Per questo la qualificazione è stata al centro di un contenzioso intenso, culminato in una pronuncia della Prima Sezione civile.
Con la sentenza n. 348 dell’8 gennaio 2025 la Cassazione ha affermato che accertare il requisito della continuità aziendale presuppone che la pregressa attività d’impresa prosegua effettivamente in capo al debitore e che, se la continuità è solo parziale, essa deve riguardare almeno una porzione significativa del nucleo aziendale — un’articolazione funzionalmente autonoma dell’attività economica già organizzata, che conservi la propria identità e alla quale i beni sottratti alla liquidazione siano realmente strumentali. La stessa decisione ha precisato che l’attività può subire un ridimensionamento quantitativo, ma deve mantenere la propria identità qualitativa: non può essere destrutturata e sostituita con un’impresa diversa da quella precedente.
Il principio, calato nella pratica, significa questo: non basta inserire nel piano una residua attività marginale per beneficiare del regime della continuità e sfuggire alle soglie del concordato liquidatorio. Se il piano dismette l’azienda e conserva solo un frammento non autonomo, il tribunale lo qualificherà come liquidatorio e pretenderà il 10% di apporto esterno e il 20% ai chirografari. Un errore di qualificazione a monte può far cadere l’intera proposta in sede di omologa.
In continuità, il surplus non è liberamente distribuibile
La Cassazione, con la sentenza n. 22169 del 6 agosto 2024, ha stabilito che nel concordato in continuità il surplus generato dalla prosecuzione dell’attività non è liberamente distribuibile e resta soggetto al divieto di alterazione delle cause legittime di prelazione. Con la sentenza n. 25919 del 2 ottobre 2024 la stessa Sezione ha dichiarato inammissibile la proposta in continuità che non prefiguri un’utilità economicamente valutabile per i creditori chirografari.
In altre parole: la continuità non è un salvacondotto per offrire ai chirografari il nulla travestito da “prospettiva di rilancio”. Serve un’utilità misurabile, e la distribuzione del valore generato dalla prosecuzione deve rispettare l’ordine delle prelazioni nei limiti previsti dal Codice. Le proposte costruite su promesse generiche di continuità vengono respinte.
Lo stato di insolvenza si misura in modo diverso se l’impresa è già in liquidazione
Qui l’orientamento è addirittura risalente e ripetutamente confermato. La Suprema Corte, da ultimo con la pronuncia n. 1434 del 2025, ha ribadito che per la società in stato di liquidazione la valutazione dei presupposti va compiuta con riferimento alla situazione esistente alla data della sentenza di apertura — la cosiddetta insolvenza statica o patrimoniale — ed è diretta unicamente ad accertare se gli elementi attivi del patrimonio consentano l’integrale soddisfacimento dei creditori; nello stesso senso si sono espresse, tra le altre, le decisioni n. 20554/2025, n. 12156/2024 e n. 7087/2023.
Su questa linea si colloca anche Cass., Sez. I civ., 27 novembre 2025, n. 31086, secondo cui, nell’accertare l’insolvenza di una società in liquidazione ai fini dell’apertura della liquidazione giudiziale, è possibile che alle immobilizzazioni materiali e immateriali non venga attribuito alcun valore; la stessa decisione ha ricordato la natura camerale del procedimento di reclamo contro la sentenza di apertura, con inapplicabilità dell’art. 181 c.p.c. e dovere del giudice di decidere anche in caso di inerzia o mancata comparizione delle parti.
La traduzione operativa è netta: se l’impresa è già in liquidazione volontaria, non serve dimostrare che “l’attività può ancora funzionare”. Il confronto è secco tra attivo realizzabile e passivo. Beni immateriali, avviamento, marchi valorizzati in bilancio possono essere azzerati dal giudice, perché in una società che non produce più reddito non hanno mercato. È la ragione per cui molte imprese che entrano tardi in liquidazione volontaria scoprono di non avere più alcuno spazio per un concordato.
Non si arriva alla liquidazione giudiziale solo per iniziativa dei creditori
Cass., Sez. I civ., 4 dicembre 2025, n. 31638 ha precisato le condizioni della legittimazione del pubblico ministero a chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale e ha ammesso che, ai fini del riscontro dello stato di insolvenza, i finanziamenti erogati dai soci possano essere considerati veri e propri debiti della società. Con la decisione n. 30904 del 25 novembre 2025 la Corte ha riconosciuto natura autonoma all’iniziativa del pubblico ministero che segua quella di creditori poi desistiti, affrontando anche il profilo della terzietà del giudice che abbia effettuato la segnalazione alla parte pubblica.
Cosa significa per l’imprenditore: confidare nel fatto che i creditori istanti si accordino e rinuncino è una strategia fragile. Se il procedimento è già arrivato all’attenzione del pubblico ministero, la desistenza dei creditori non chiude la partita. E i finanziamenti soci iscritti come apporti “amichevoli” possono essere riqualificati come debiti, peggiorando il quadro dell’insolvenza invece di migliorarlo.
Prima questione aperta: la composizione negoziata regge anche quando l’impresa è già insolvente o punta a liquidare?
La questione, come se la pone l’imprenditore: “Sono già insolvente e ho un creditore che ha depositato istanza di liquidazione giudiziale. Posso ancora entrare in composizione negoziata e guadagnare tempo? E se la mia idea è vendere tutto ordinatamente invece di risanare, la composizione negoziata è la sede giusta?”
Cosa hanno deciso i giudici
Sul primo profilo, la giurisprudenza ammette che la composizione negoziata sia accessibile anche in presenza di insolvenza, purché reversibile, e anche con ricorsi di creditori pendenti. La Corte d’Appello di Trieste, con la sentenza n. 4 del 29 maggio 2024, ha affermato l’ammissibilità della composizione negoziata anche in pendenza di ricorsi dei creditori e ha ribadito il divieto, posto dall’art. 18, comma 4, CCII, di aprire la liquidazione giudiziale prima che le misure protettive siano state formalmente revocate.
Il rovescio della medaglia è però altrettanto netto. Il Tribunale di Torino, con sentenza n. 1 dell’8 gennaio 2025, ha chiarito che la revoca anticipata delle misure protettive — che il tribunale può disporre ai sensi dell’art. 19, comma 6, CCII quando accerti che le trattative non hanno più alcuna probabilità di successo o che le misure risultano sproporzionate rispetto al sacrificio imposto ai creditori — rimuove immediatamente ogni ostacolo alla dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale e ripristina la facoltà dei creditori di agire esecutivamente.
Sul secondo profilo — composizione negoziata a finalità liquidatoria — il quadro è più mosso. Il Tribunale di Milano, con pronuncia del 6 febbraio 2026, ha ritenuto inammissibile il ricorso alla composizione negoziata quando il risanamento del debito è perseguito attraverso un percorso esclusivamente liquidatorio, affermando che quella procedura deve avere come scopo il riassestamento dell’impresa e che le misure protettive vanno confermate solo in tale ipotesi, mentre la soluzione liquidatoria trova la sua sede nell’accesso al concordato semplificato. Nella giurisprudenza di merito non manca però l’indirizzo opposto: il Tribunale di Mantova ha ritenuto la composizione negoziata compatibile anche con un piano di natura sostanzialmente liquidatoria e con lo stato di liquidazione, purché non comporti l’automatica cessazione dell’attività.
Se c’è contrasto
Il contrasto esiste ed è reale. L’orientamento prevalente, e quello che conviene assumere in via prudenziale, è il primo: la composizione negoziata va costruita e presentata come percorso di risanamento, con un piano che mostri come l’impresa possa tornare in equilibrio, anche attraverso la cessione dell’azienda a un terzo che ne prosegua l’attività. Una domanda che dichiari apertamente l’intento di liquidare e basta rischia il rigetto delle misure protettive, e con esso la perdita dello schermo contro le azioni esecutive nel momento peggiore.
Attenzione a un punto che sfugge spesso: la liquidazione dell’azienda come complesso in funzionamento ceduto a un acquirente che la prosegue non è liquidazione atomistica. È continuità indiretta, ed è uno degli esiti tipici della composizione negoziata. Il discrimine non è “vendo o non vendo”, è “l’attività prosegue in mano a qualcuno o si spegne”.
Cosa significa per te
Se hai già ricevuto un’istanza di liquidazione giudiziale, la composizione negoziata è ancora tecnicamente accessibile, ma il tempo utile si misura in giorni, non in mesi, e il tribunale valuterà la risanabilità con occhio severo. Depositare l’istanza il giorno prima dell’udienza prefallimentare, senza un progetto credibile, è esattamente lo scenario che i giudici hanno imparato a riconoscere e a respingere. Il lavoro va fatto prima: situazione patrimoniale aggiornata, elenco dei creditori, piano di risanamento almeno in bozza, test pratico compilato, individuazione delle risorse esterne se ci sono.
Seconda questione aperta: quanto proteggono davvero le misure protettive?
La questione, come se la pone l’imprenditore: “Se ottengo le misure protettive, i creditori si fermano. Ma si fermano tutti? Si ferma anche la banca che vuole escutere la fideiussione che ho firmato? Si sblocca il DURC? E dopo i 240 giorni cosa succede?”
Cosa hanno deciso i giudici
Il primo chiarimento riguarda il perimetro soggettivo. Il Tribunale di Bologna, Sez. IV civ., con decisione del 22 settembre 2025, ha ammesso che le misure cautelari nella composizione negoziata possano essere dirette a proteggere anche i soci illimitatamente responsabili o il fideiussore, indicando però i presupposti necessari perché ciò avvenga. Il Tribunale di Alessandria si è pronunciato nello stesso senso sull’estensione delle misure protettive al patrimonio dei soci illimitatamente responsabili.
Sulle garanzie bancarie la linea è di equilibrio, non di automatismo. Il Tribunale di Pavia, con provvedimento del 19 dicembre 2025, ha accolto l’istanza del debitore volta a inibire alla banca creditrice l’escussione della garanzia rilasciata dal Mediocredito Centrale. Il Tribunale di Milano, con provvedimento dell’8 febbraio 2025, ha invece precisato che il divieto di escussione può essere concesso solo se non comporta un deterioramento del patrimonio del garante tale da alterare l’equilibrio contrattuale del creditore e da compromettere la parità negoziale, richiamando il principio dell’equilibrio bilaterale della tutela cautelare.
Sul DURC la risposta è stata inizialmente negativa e poi articolata. Il Tribunale di Roma, il 23 settembre 2025, ha dichiarato inammissibile la richiesta di una misura cautelare consistente nell’ordine all’INPS di rilasciare il DURC, osservando che è il debitore a dover attivarsi personalmente per ottenere quel risultato. Il Tribunale di Ivrea, il 25 maggio 2026, è tornato sul punto individuando presupposti e limiti entro i quali misure cautelari finalizzate al rilascio del DURC e del DURF possono invece essere riconosciute.
Sul fronte dei presupposti e della durata, tre decisioni meritano attenzione. Il Tribunale di Ivrea, con provvedimento del 24 dicembre 2025, ha ricordato che il giudice chiamato a confermare le misure protettive deve attenersi ai dettami degli artt. 18 e 19 CCII e riscontrare la ricorrenza del fumus boni iuris e del periculum in mora. Il Tribunale di Massa, il 20 maggio 2026, ha stabilito che la società già beneficiaria di misure protettive per la durata massima di 240 giorni, se chiede nuove misure in sede di concordato con riserva, deve quanto meno avere accennato per grandi linee a un piano o progetto di risanamento aggiornato e non implausibile. Il Tribunale di Milano ha inoltre affrontato i limiti di riconoscibilità di misure cautelari particolari, mentre il Tribunale di Vicenza ha esaminato gli effetti erga omnes delle misure protettive e la loro inconciliabilità con la procedura esecutiva già avviata.
Se c’è contrasto
Un contrasto dichiarato riguarda la proroga delle misure e il contraddittorio con i creditori. Secondo il Tribunale di Mantova, l’istanza di proroga delle misure protettive non impone necessariamente la convocazione dei creditori, stante il diverso tenore del comma 5 dell’art. 19 CCII rispetto ai commi 4 e 6; nello stesso ambito si segnalano il Tribunale di Ferrara, con pronuncia del 9 luglio 2024, che ha ritenuto necessario instaurare il contraddittorio nei confronti dello specifico creditore interessato, e, in senso contrario al primo orientamento, il Tribunale di Salerno con decisione del 14 novembre 2023.
L’assunzione prudenziale è che il contraddittorio vada considerato probabile: l’istanza di proroga va quindi preparata come se i creditori dovessero leggerla e contestarla, con dati aggiornati sull’andamento delle trattative e sul parere dell’esperto.
Cosa significa per te
Le misure protettive sono uno scudo condizionato, non un’armatura. Coprono il patrimonio con cui si esercita l’impresa, possono essere estese ai garanti solo su richiesta motivata e caso per caso, e cadono nel momento in cui il tribunale ritiene che le trattative non porteranno da nessuna parte. Costruire la strategia dando per scontato che la protezione durerà 240 giorni è imprudente: quel termine è un massimo, non una garanzia.
Qui si vede il valore di un’assistenza che conosca il procedimento da entrambi i lati del tavolo. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo è Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021 e coordina uno staff multidisciplinare operante a livello nazionale in diritto bancario e tributario: la richiesta di misure protettive su garanzie bancarie, controgaranzie MCC ed esposizioni erariali è esattamente il punto in cui la competenza concorsuale e quella bancaria devono lavorare insieme, perché il giudice valuta il sacrificio imposto al creditore garantito, non solo l’interesse dell’impresa.
Terza questione aperta: quando il concordato regge il test di convenienza e l’opposizione del Fisco?
La questione, come se la pone l’imprenditore: “Ho un debito fiscale enorme e l’Agenzia delle Entrate non aderirà mai. Il concordato è un vicolo cieco? E se in passato ho sistematicamente omesso i versamenti, il tribunale me lo rinfaccerà?”
Cosa hanno deciso i giudici
La risposta della Cassazione è stata, negli ultimi mesi, sorprendentemente favorevole al debitore — e va conosciuta con precisione, perché ribalta un pregiudizio diffuso.
Con l’ordinanza n. 5866 del 15 marzo 2026 la Prima Sezione civile ha consolidato l’orientamento sul cram-down fiscale dell’art. 88, comma 2-bis, CCII, stabilendo che il voto contrario del creditore pubblico rende irrilevanti le motivazioni del dissenso: il sindacato del giudice è circoscritto alla sola valutazione di convenienza della proposta rispetto all’alternativa liquidatoria. La stessa linea era già emersa nell’ordinanza n. 1033 del 10 gennaio 2024, secondo cui il meccanismo realizza, per una sorta di finzione, il raggiungimento forzoso delle maggioranze anche quando queste non siano state raggiunte per la mancata adesione determinante dell’amministrazione finanziaria, ogni volta che il tribunale ritenga la proposta più conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria; nello stesso senso si è espressa l’ordinanza n. 19981 del 17 luglio 2025.
Il passaggio più recente e più significativo riguarda la condotta fiscale pregressa. Con l’ordinanza n. 10723, depositata il 22 aprile 2026, la Prima Sezione civile è tornata sul perimetro del sindacato giudiziale nell’omologazione forzosa del concordato preventivo liquidatorio, affermando che la sistematica e deliberata violazione degli obblighi tributari, anche se protratta nel tempo e preordinata all’abbattimento dell’esposizione erariale, non costituisce di per sé ostacolo all’omologazione in caso di voto contrario dell’Agenzia delle Entrate, quando ricorra il presupposto della convenienza previsto dall’art. 88, comma 3, CCII. Nel caso deciso, la proposta di una s.r.l. in liquidazione volontaria era sostenuta da finanza esterna per 1.300.000 euro e garantita da beni personali dell’amministratrice, e assicurava ai creditori un soddisfacimento del venti per cento a fronte di un attivo liquidatorio stimato in quasi 90.000 euro contro un passivo di quasi sei milioni; il Tribunale e la Corte d’appello di Bari avevano rigettato l’opposizione valorizzando esclusivamente il test di convenienza.
Ma l’apertura ha limiti precisi. Con la sentenza n. 32954 del 17 dicembre 2024 la Corte aveva chiarito che l’accordo di ristrutturazione con transazione fiscale rivolto esclusivamente al creditore erariale non sfugge al sindacato di merito del giudice concorsuale. Il punto di approdo di questo filone è l’ordinanza n. 4365 del 26 febbraio 2026, relativa a una società già in liquidazione volontaria con passivo quasi integralmente tributario, che aveva soddisfatto integralmente ogni altro debito riservando all’erario una minima frazione del credito e a due soli creditori chirografari importi complessivamente irrisori. La stessa ordinanza ha chiarito i confini applicativi del cram down fiscale con riferimento ai piani a contenuto meramente liquidatorio, in una linea confermata anche dal Tribunale di Milano con la pronuncia del 12 febbraio 2026, che ha dichiarato inammissibile una domanda di omologa forzosa per difetto di genuina concorsualità.
Un ultimo tassello, di rilievo processuale immediato: con l’ordinanza n. 5870 del 12 febbraio 2026 la Cassazione ha stabilito che non basta aver manifestato dissenso durante le trattative sulla transazione fiscale per acquisire la qualità di parte nel successivo giudizio, con la conseguenza che l’inerzia dell’Agenzia delle Entrate nella fase di omologazione preclude ogni successiva contestazione.
Se c’è contrasto
Non siamo davanti a un contrasto, ma a una linea che si è progressivamente affinata: la convenienza oggettiva rispetto alla liquidazione giudiziale è il vero banco di prova dell’omologazione forzosa, mentre la “meritevolezza” del debitore non lo è; il limite è l’abuso, cioè la costruzione artificiosa di un contesto concorsuale finto per ottenere uno sconto fiscale senza un reale coinvolgimento del ceto creditorio.
Cosa significa per te
Il debito fiscale rilevante non chiude la porta del concordato: la chiude una proposta che non sia oggettivamente migliore, per i creditori, della liquidazione giudiziale. Questo sposta il lavoro difensivo su un terreno preciso: la costruzione e la documentazione dell’alternativa liquidatoria. Serve una stima seria del realizzo in liquidazione giudiziale — tempi, costi della procedura, abbattimenti sui valori di realizzo, esito prevedibile delle revocatorie — perché è il metro su cui il tribunale misurerà la proposta.
E serve attenzione alla struttura: un piano che paga tutti tranne il Fisco, o che coinvolge due creditori chirografari simbolici, è esattamente ciò che la Cassazione ha definito abusivo.
La pronuncia più recente e rilevante: Cass. n. 20846 del 19 giugno 2026
Se c’è una decisione che oggi conviene conoscere prima di scegliere la strada, è questa. Riguarda il punto di contatto tra le tre porte: cosa accade quando la composizione negoziata e la liquidazione giudiziale corrono in parallelo.
Il contesto
Il caso nasce da una s.r.l. in liquidazione volontaria, destinataria di un ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale promosso dal pubblico ministero, che deposita domanda di accesso alla composizione negoziata con richiesta di misure protettive il giorno prima dell’udienza di comparizione. Il tribunale, esaminata la situazione patrimoniale, rigetta l’istanza di conferma delle misure protettive ritenendo l’insolvenza conclamata e irreversibile, e dichiara contestualmente l’apertura della liquidazione giudiziale.
Segue il reclamo cautelare ex art. 669-terdecies c.p.c. contro la revoca delle misure protettive. Ed è su questo passaggio che interviene la Suprema Corte.
La motivazione, in linguaggio piano
Cass., Sez. I civ., 19 giugno 2026, n. 20846 (Pres. Terrusi, Est. Crolla) ha affermato che l’apertura della liquidazione giudiziale fa venir meno ogni potere del Tribunale, investito del ricorso ex art. 669-terdecies c.p.c., di decidere sulla richiesta di riforma del provvedimento di revoca delle misure protettive collegate alla composizione negoziata, perché l’apertura della procedura liquidatoria elimina in radice ogni esigenza cautelare connessa alla pendenza della composizione negoziata; e ha aggiunto che, se il tribunale avesse comunque accolto il reclamo cautelare, quel provvedimento andrebbe considerato inutiliter datum, cioè privo di qualsiasi effetto.
Il ragionamento è lineare. Le misure protettive sono strumentali alle trattative. Se il concorso è aperto, le trattative non possono proseguire in quella forma e il patrimonio è già sottoposto alla disciplina concorsuale: continuare a discutere di uno scudo per un procedimento che non può andare avanti è un contenzioso senza oggetto.
Cosa cambia rispetto a prima
Cambia moltissimo sul piano della strategia difensiva. Fino a questa pronuncia, una parte degli operatori considerava il reclamo cautelare come una rete di sicurezza: se il tribunale revoca le misure e apre la liquidazione giudiziale, si reclama e si prova a rimettere in piedi la composizione negoziata. La Cassazione ha chiuso quella strada: una volta aperta la liquidazione giudiziale, il fronte cautelare è esaurito e l’unico terreno di battaglia resta l’impugnazione della sentenza di apertura.
Questo va letto insieme al principio della Corte d’Appello di Trieste ricordato sopra — il divieto di aprire la liquidazione giudiziale prima della revoca formale delle misure — e insieme a un’altra pronuncia recente. Con la sentenza n. 241 del 5 gennaio 2026 la Cassazione ha riconosciuto l’autonomia del procedimento per la conferma delle misure protettive ex art. 19 CCII rispetto al procedimento prefallimentare, con piena reclamabilità ex art. 669-terdecies c.p.c.
Il quadro che ne risulta è questo: finché la liquidazione giudiziale non è aperta, il procedimento sulle misure protettive vive di vita propria ed è pienamente reclamabile; nel momento in cui la sentenza di apertura viene pronunciata, quel binario si interrompe definitivamente. La finestra utile per difendere la composizione negoziata è tutta a monte della sentenza di apertura.
In pratica: se sai che un creditore o il pubblico ministero hanno depositato ricorso, il momento per costruire la composizione negoziata è adesso, non alla vigilia dell’udienza. E se le misure protettive vengono revocate, la reazione va concentrata sul procedimento di apertura — con le sue difese di merito sull’insolvenza e sulla sua reversibilità — non su un reclamo cautelare che rischia di diventare inutile mentre lo si discute.
I principi applicati ai casi reali
Le simulazioni che seguono sono esercizi dimostrativi costruiti per mostrare come i principi appena esaminati incidono su situazioni-tipo. Non sono casi seguiti dallo Studio: sono ipotesi di lavoro con dati coerenti, utili a far vedere il meccanismo.
Ipotesi 1 — L’impresa ancora reversibile che arriva in tempo
Società metalmeccanica, ricavi 4.180.000 €, passivo complessivo 2.730.000 € di cui 640.000 € verso l’Erario e 410.000 € verso banche assistite da fideiussione dell’amministratore. Tensione di cassa dovuta a un cliente insolvente per 380.000 €. Portafoglio ordini in essere per 1.900.000 €.
Istanza di composizione negoziata depositata il 4 marzo, misure protettive richieste contestualmente e confermate dal tribunale il 21 marzo per 120 giorni. Alla luce di Trib. Ivrea 24 dicembre 2025, la conferma passa perché il ricorso documenta fumus (piano di riequilibrio con margini realistici sul portafoglio ordini) e periculum (due pignoramenti presso terzi già notificati sui crediti commerciali).
Sulla fideiussione dell’amministratore viene chiesta una misura cautelare: seguendo Trib. Bologna 22 settembre 2025 e il criterio di Trib. Milano 8 febbraio 2025, la richiesta viene calibrata come inibitoria temporanea all’escussione, motivata dal fatto che il patrimonio del garante è integro e che l’escussione immediata farebbe saltare l’apporto di risorse che il garante stesso si è impegnato a versare.
Esito: accordo con le banche per riscadenzamento e adesione dell’Erario a una transazione fiscale, con chiusura della composizione negoziata mediante contratto idoneo ad assicurare la continuità. Il punto decisivo non è stato il merito dell’impresa, ma il fatto che l’istanza sia arrivata prima che l’insolvenza diventasse irreversibile.
Ipotesi 2 — Il concordato liquidatorio con voto contrario del Fisco
S.r.l. in liquidazione volontaria, attivo liquidabile stimato in 96.300 €, passivo 5.840.000 € di cui 4.970.000 € tributari e contributivi. Un terzo — il socio di maggioranza — mette a disposizione finanza esterna per 1.260.000 €, garantita da un immobile personale.
La proposta di concordato liquidatorio offre ai chirografari il 21%, contro una previsione di realizzo in liquidazione giudiziale che l’attestatore quantifica nell’1,6% al netto dei costi di procedura e in un orizzonte di cinque anni. L’Agenzia delle Entrate vota contro, contestando che la società ha omesso i versamenti IVA in modo sistematico dal 2016.
Alla luce di Cass. n. 10723 del 22 aprile 2026 e di Cass. n. 5866 del 15 marzo 2026, la condotta fiscale pregressa non blocca l’omologazione: il tribunale deve limitarsi al confronto di convenienza. Se, come nell’ipotesi, il 21% batte l’1,6%, il cram down opera.
Se invece il piano offrisse il 21% all’Erario e il 100% a due soli fornitori chirografari per importi simbolici, lasciando fuori il resto del ceto creditorio, si ricadrebbe nello schema censurato da Cass. n. 4365 del 26 febbraio 2026: assenza di genuina concorsualità, domanda inammissibile. La differenza tra omologazione e rigetto, in questa ipotesi, non sta nell’importo offerto ma nell’architettura del piano.
Ipotesi 3 — La composizione negoziata fallita e la finestra dei sessanta giorni
Impresa commerciale con 18 dipendenti, passivo 1.470.000 €. Composizione negoziata avviata il 12 gennaio; l’esperto redige relazione finale negativa, comunicata il 3 luglio, dando atto che le trattative si sono svolte secondo correttezza e buona fede ma che nessun creditore strategico ha aderito.
Da quel momento decorrono i sessanta giorni dell’art. 25-sexies CCII: la domanda di concordato semplificato va depositata entro il 1° settembre. Se l’impresa deposita una domanda con riserva il 28 agosto, contando di produrre piano e proposta molto più avanti, si scontra con l’orientamento del Tribunale di Bologna 19 febbraio 2026, per cui il deposito di piano e proposta deve comunque avvenire entro sessanta giorni dalla comunicazione della relazione finale. La Corte d’Appello di Genova, con decisione del 30 ottobre 2025, ha invece ritenuto non interdipendenti il termine decadenziale dell’art. 25-sexies e quello dell’art. 44: il contrasto esiste ed è vivo.
In via prudenziale, l’unica condotta sicura è lavorare al piano durante la composizione negoziata, non dopo, e depositare domanda completa entro i sessanta giorni. Un piano preparato solo a trattative concluse arriva quasi sempre tardi.
Va poi ricordato, sul piano dei termini, che la sospensione feriale dei termini processuali va dal 1° al 31 agosto: la sua operatività nei procedimenti concorsuali è limitata e va verificata caso per caso, motivo in più per non costruire una strategia sul margine di qualche giorno.
La giurisprudenza in tabella
Segue il riepilogo di tutte le decisioni utilizzate in questa guida. La tabella serve a due cose: avere sotto mano gli estremi da citare negli atti e vedere in un colpo d’occhio dove l’orientamento è fermo e dove invece è ancora in movimento. Le pronunce di legittimità sono indicate per numero e data di deposito; quelle di merito per ufficio e data della pronuncia.
| Pronuncia | Questione decisa | Principio in una riga | Rilevanza pratica |
|---|---|---|---|
| Cass. Sez. I, 19 giugno 2026, n. 20846 | Rapporto tra apertura della liquidazione giudiziale e misure protettive della composizione negoziata | L’apertura del concorso azzera ogni potere decisorio sul reclamo cautelare; l’eventuale accoglimento è privo di effetti | Dopo la sentenza di apertura la difesa va spostata sull’impugnazione, non sul cautelare |
| Cass. Sez. I, 22 aprile 2026, n. 10723 | Cram down fiscale e condotta tributaria del debitore | La violazione sistematica degli obblighi fiscali non impedisce di per sé l’omologazione se la proposta è conveniente | Il passato fiscale non preclude il concordato: conta il confronto con la liquidazione |
| Cass. Sez. I, 15 marzo 2026, n. 5866 | Sindacato del giudice sul dissenso del creditore pubblico | Le ragioni del voto contrario sono irrilevanti; il giudizio è solo di convenienza | Inutile discutere le motivazioni dell’Agenzia: va documentata l’alternativa liquidatoria |
| Cass. Sez. I, 16 marzo 2026, n. 5918 | Transazione fiscale negli accordi di ristrutturazione, regime anteriore al correttivo | Ricostruzione della disciplina applicabile ratione temporis | Rileva per i procedimenti avviati prima del 28 settembre 2024 |
| Cass. Sez. I, 26 febbraio 2026, n. 4365 | Limiti del cram down nei piani meramente liquidatori | L’omologazione forzosa presuppone un contesto concorsuale autentico, non un accordo con il solo Fisco | Un piano che coinvolge creditori simbolici è abusivo e inammissibile |
| Cass. Sez. I, 12 febbraio 2026, n. 5870 | Legittimazione dell’Erario nel giudizio di omologazione | Il dissenso in trattativa non attribuisce di per sé la qualità di parte nel giudizio | L’inerzia dell’Agenzia in omologa preclude le contestazioni successive |
| Cass. Sez. I, 16 gennaio 2026, n. 881 | Reclamo contro l’omologazione del concordato semplificato | Né l’ausiliario né il commissario liquidatore sono litisconsorti necessari passivi | Il reclamo va notificato correttamente, senza chiamate superflue |
| Cass. Sez. I, 12 gennaio 2026, n. 620 | Impugnabilità del vaglio di ritualità ex art. 25-sexies, comma 3 | Inammissibile il ricorso straordinario contro la decisione d’appello sull’inammissibilità in limine | La partita del concordato semplificato si gioca tutta nei primi due gradi |
| Cass. Sez. I, 9 gennaio 2026, n. 482 | Estensione della procedura a società di fatto e soci illimitatamente responsabili | Conta l’attività realmente svolta, non la sua indicazione formale | Il rischio si estende ai soci oltre lo schermo societario apparente |
| Cass. Sez. I, 5 gennaio 2026, n. 241 | Autonomia del procedimento ex art. 19 rispetto al prefallimentare | Il procedimento sulle misure protettive è autonomo e pienamente reclamabile | Finché il concorso non è aperto, il fronte cautelare è percorribile |
| Cass. Sez. I, 22 dicembre 2025, n. 33590 | Insolvenza della società estinta con poste attive residue | Venuto meno l’organo liquidatorio, si applica il criterio dell’insolvenza dinamica | La cancellazione non mette al riparo dall’accertamento dell’insolvenza |
| Cass. Sez. I, 4 dicembre 2025, n. 31638 | Iniziativa del PM e finanziamenti soci | I finanziamenti dei soci possono essere considerati debiti della società | Gli apporti soci non formalizzati peggiorano il quadro dell’insolvenza |
| Cass. Sez. I, 4 dicembre 2025, n. 31727 | Competenza territoriale per l’apertura | Il criterio della sede legale cede di fronte alla sede effettiva | Lo spostamento formale della sede non sposta il tribunale competente |
| Cass. Sez. I, 4 dicembre 2025, n. 31641 | Controllo del tribunale sull’accesso al concordato semplificato | Il vaglio di ammissibilità è effettivo e non meramente formale | Non basta che la composizione negoziata sia fallita: servono i presupposti |
| Cass. Sez. I, 28 novembre 2025, n. 31176 | Ricorribilità della conferma d’appello sull’inammissibilità della proposta | Non è ricorribile per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost. | L’inammissibilità va contrastata subito, in primo grado e in reclamo |
| Cass. Sez. I, 27 novembre 2025, n. 31086 | Insolvenza della società in liquidazione e natura camerale del reclamo | Alle immobilizzazioni può non essere attribuito alcun valore; il giudice decide anche in caso di inerzia delle parti | In liquidazione volontaria l’attivo si misura a valori di realizzo, non di bilancio |
| Cass. Sez. I, 25 novembre 2025, n. 30904 | Iniziativa del PM successiva a quella dei creditori desistiti | L’iniziativa pubblica ha natura autonoma | La desistenza dei creditori non chiude il procedimento |
| Cass. Sez. I, 25 novembre 2025, n. 30903 | Domanda di liquidazione giudiziale proposta dall’amministratore | Non si applica l’art. 120-bis CCII: non serve il verbale notarile | La domanda del debitore ha requisiti formali più leggeri di quella di accesso agli strumenti |
| Cass. Sez. I, 17 luglio 2025, n. 19981 | Natura e funzione del cram down fiscale | Conferma il meccanismo di raggiungimento forzoso delle maggioranze | Rafforza la linea della convenienza come unico parametro |
| Cass. Sez. I, 8 gennaio 2025, n. 348 | Nozione di continuità aziendale nel concordato misto | La continuità richiede la prosecuzione di un’articolazione funzionalmente autonoma che conservi identità | Determina la qualificazione del concordato e quindi le soglie applicabili |
| Cass. Sez. I, 2025, n. 1434 | Criterio di accertamento dell’insolvenza della società in liquidazione | Vale il criterio statico-patrimoniale alla data della sentenza di apertura | Confronto secco attivo/passivo, senza prospettive reddituali |
| Cass. Sez. I, 2025, n. 1859 | Pagamento di crediti anteriori e ritenute fiscali nel concordato in continuità | Occorre l’attestazione di essenzialità e l’autorizzazione del tribunale ex art. 100 CCII | I pagamenti “necessari” vanno autorizzati, non decisi unilateralmente |
| Cass. Sez. I, 17 dicembre 2024, n. 32954 | Accordo di ristrutturazione rivolto al solo Erario | Resta soggetto al sindacato di merito del giudice concorsuale | Nessuna scorciatoia fiscale fuori dal contesto concorsuale |
| Cass. Sez. I, 2 ottobre 2024, n. 25919 | Utilità per i chirografari nel concordato in continuità | Inammissibile la proposta priva di utilità economicamente valutabile | La continuità non giustifica offerte azzerate |
| Cass. Sez. I, 6 agosto 2024, n. 22169 | Distribuzione del surplus di continuità | Il surplus non è liberamente distribuibile e rispetta le cause di prelazione | Vincola la costruzione del piano distributivo |
| Cass. Sez. I, 10 gennaio 2024, n. 1033 | Meccanismo dell’omologazione forzosa | Raggiungimento forzoso delle maggioranze in presenza di convenienza | Precedente fondativo dell’orientamento attuale |
| Cass. Sez. I, n. 36365/2021 | Obbligo di adeguati assetti ex art. 2086, comma 2, c.c. | L’imprenditore deve organizzare i mezzi di produzione in funzione della continuità aziendale | Fonda le azioni di responsabilità per crisi non rilevata in tempo |
| Corte d’Appello di Trieste, sent. n. 4 del 29 maggio 2024 | Composizione negoziata in pendenza di ricorsi dei creditori | Ammissibile; vietato aprire la liquidazione giudiziale prima della revoca formale delle misure | Ordine delle mosse processuali da far valere subito |
| Corte d’Appello di Genova, 30 ottobre 2025 | Concordato semplificato con riserva | Termine dell’art. 25-sexies e termine dell’art. 44 non interdipendenti | Orientamento più favorevole al debitore, ma non pacifico |
| Corte d’Appello di Milano, Sez. IV, 3 luglio 2025 | Disciplina intertemporale del correttivo sul concordato semplificato | Alle domande depositate prima del 28 settembre 2024 non si applica il testo riformato | Rileva per le procedure più risalenti ancora pendenti |
| Tribunale di Bologna, 19 febbraio 2026 | Natura del termine per il concordato semplificato | Termine decadenziale: piano e proposta entro sessanta giorni dalla relazione finale | Impone di lavorare al piano durante la composizione negoziata |
| Tribunale di Milano, 6 febbraio 2026 | Composizione negoziata con finalità esclusivamente liquidatoria | Inammissibile: la procedura deve mirare al riassestamento dell’impresa | La liquidazione pura va incanalata nel concordato semplificato |
| Tribunale di Milano, 12 febbraio 2026 | Omologa forzosa e concorsualità genuina | Inammissibile la domanda priva di reale coinvolgimento del ceto creditorio | Conferma in sede di merito la linea di Cass. 4365/2026 |
| Tribunale di Milano, 21 maggio 2026 | Accordo transattivo con il Fisco nella composizione negoziata | Verifica del tribunale e necessaria indipendenza dell’attestatore | L’attestatore va scelto con cura anche in sede negoziale |
| Tribunale di Napoli, 29 maggio 2026 | Seconda domanda di accesso e contratti scaduti | Non sono protette le posizioni relative a contratti già scaduti | Le misure non recuperano rapporti già chiusi |
| Tribunale di Ivrea, 25 maggio 2026 | Misure cautelari per DURC e DURF | Riconoscibili entro presupposti e limiti definiti | Apre uno spiraglio rispetto all’orientamento più rigoroso |
| Tribunale di Massa, 20 maggio 2026 | Nuove misure dopo i 240 giorni | Serve almeno un progetto di risanamento aggiornato e non implausibile | Il passaggio al concordato con riserva non è automatico |
| Tribunale di Lecce, 29 maggio 2026 | Continuità indiretta con affitto d’azienda | La protezione si estende ai beni aziendali usati dall’affittuaria | Rilevante per le operazioni di affitto-ponte |
| Tribunale di Lecce, 16 aprile 2026 | Fumus e indisponibilità del creditore strategico | L’indisponibilità di un creditore decisivo impedisce la concessione delle misure | Prima si sondano i creditori chiave, poi si chiede lo scudo |
| Tribunale di Ivrea, 24 dicembre 2025 | Conferma delle misure protettive | Occorre riscontrare fumus boni iuris e periculum in mora | Il ricorso va costruito su entrambi i requisiti |
| Tribunale di Pavia, 19 dicembre 2025 | Inibitoria all’escussione della garanzia MCC | Accoglibile la misura cautelare richiesta dal debitore | Tutela concreta sul fronte delle controgaranzie pubbliche |
| Tribunale di Catania, 15 dicembre 2025 | Presupposti espositivi delle istanze di misure | Il ricorrente deve aver individuato ed esporre le valutazioni sottostanti | Niente istanze generiche |
| Tribunale di Milano, 26 novembre 2025 | Accesso al concordato semplificato dopo esito negativo | Presupposti perché la domanda sia ammissibile | Il collegamento con la relazione finale dev’essere puntuale |
| Tribunale di Bologna, 22 settembre 2025 | Misure cautelari a favore di soci illimitatamente responsabili e fideiussori | Ammissibili entro presupposti determinati | Strada per proteggere il garante durante le trattative |
| Tribunale di Roma, 23 settembre 2025 | Ordine all’INPS di rilasciare il DURC | Inammissibile: il debitore deve attivarsi personalmente | Il DURC non si ottiene per via cautelare diretta |
| Tribunale di Cuneo, 15 luglio 2025 | Verifiche in sede di omologazione del concordato semplificato | Perimetro dei controlli del tribunale | Guida la redazione della proposta |
| Tribunale di Piacenza, 3 luglio 2025 | Comparazione con la liquidazione giudiziale nel semplificato | Verifica di fattibilità giuridica ed economica e confronto con l’alternativa | Il test di convenienza va documentato anche qui |
| Tribunale di Ravenna, 7 luglio 2025 | Insolvenza e crediti litigiosi | La possibilità di recuperare crediti contestati può escludere l’insolvenza | Difesa concreta contro l’istanza del creditore |
| Tribunale di Milano, 8 febbraio 2025 | Divieto di escussione delle garanzie | Concedibile solo se non deteriora il patrimonio del garante né altera l’equilibrio contrattuale | Criterio di bilanciamento da anticipare nel ricorso |
| Tribunale di Torino, sent. n. 1 dell’8 gennaio 2025 | Revoca anticipata delle misure protettive | La revoca rimuove ogni ostacolo all’apertura della liquidazione giudiziale | La caduta dello scudo apre immediatamente il concorso |
| Tribunale di Ferrara, 9 luglio 2024 | Proroga delle misure e contraddittorio | Necessario il contraddittorio con il creditore specificamente interessato | Orientamento da assumere in via prudenziale |
| Tribunale di Salerno, 14 novembre 2023 | Proroga delle misure e contraddittorio | Orientamento contrario sul punto | Segnala un contrasto ancora aperto |
| Tribunale di Bari, 23 gennaio 2026 | Responsabilità per violazione dell’obbligo di adeguati assetti | Gli assetti sono parametro di accountability sostanziale, non formale | Chi ritarda la scelta dello strumento espone gli amministratori |
La sintesi operativa
Dall’insieme delle pronunce esaminate si possono estrarre alcuni principi pratici. Sono le regole che, nella scelta tra composizione negoziata, concordato e liquidazione, fanno la differenza tra una strategia che regge e una che si sgretola alla prima udienza.
- Il fattore tempo pesa più del merito dell’impresa. Cass. 20846/2026 e Trib. Torino 8 gennaio 2025 raccontano la stessa storia da due angolature: quando il concorso si apre, le opzioni negoziali si chiudono e non tornano indietro.
- La composizione negoziata va presentata come percorso di risanamento, mai come liquidazione mascherata. Trib. Milano 6 febbraio 2026 è esplicito: per la liquidazione esiste il concordato semplificato.
- Le misure protettive si ottengono documentando fumus e periculum, non affermandoli. Trib. Ivrea 24 dicembre 2025 e Trib. Catania 15 dicembre 2025 respingono le istanze generiche.
- Prima di chiedere lo scudo, si sonda il creditore decisivo. Se è irrimediabilmente contrario, Trib. Lecce 16 aprile 2026 insegna che le misure non arriveranno.
- La protezione dei garanti non è automatica ma è ottenibile. Trib. Bologna 22 settembre 2025 e Trib. Pavia 19 dicembre 2025 la concedono; Trib. Milano 8 febbraio 2025 fissa il limite del bilanciamento.
- La qualificazione del concordato come “in continuità” va verificata con i criteri di Cass. 348/2025, perché da essa dipendono soglie del 10% e del 20% e regole distributive.
- Nel concordato in continuità l’utilità ai chirografari dev’essere economicamente valutabile (Cass. 25919/2024) e il surplus rispetta le prelazioni (Cass. 22169/2024).
- Il debito fiscale non è un ostacolo insormontabile. Cass. 10723/2026 e 5866/2026 riducono il giudizio alla convenienza; il passato fiscale del debitore non è parametro di ammissione.
- Ma l’omologazione forzosa esige concorsualità autentica. Cass. 4365/2026 e Trib. Milano 12 febbraio 2026 colpiscono i piani costruiti solo per il Fisco.
- L’alternativa liquidatoria va stimata e documentata sempre, perché è il metro di ogni giudizio di convenienza, nel concordato ordinario come nel semplificato (Trib. Piacenza 3 luglio 2025).
- In caso di liquidazione volontaria, l’attivo si misura a valori di realizzo. Cass. 31086/2025 e Cass. 1434/2025 chiudono la porta alle valorizzazioni di bilancio.
- La cancellazione dal registro delle imprese non protegge (Cass. 33590/2025), né protegge lo schermo societario apparente (Cass. 482/2026).
- Nel concordato semplificato il termine dei sessanta giorni va trattato come decadenziale (Trib. Bologna 19 febbraio 2026), anche se esiste un orientamento più permissivo.
- Il ritardo nella scelta dello strumento è una condotta gestoria valutabile, alla luce dell’art. 2086, comma 2, c.c. e della linea inaugurata da Cass. 36365/2021.
Le domande sul “quindi in pratica?”
Ho ricevuto un decreto ingiuntivo e due precetti: è troppo tardi per la composizione negoziata? No, non di per sé. La Corte d’Appello di Trieste, con la sentenza n. 4 del 29 maggio 2024, ha ammesso l’accesso anche in pendenza di ricorsi dei creditori. Ciò che conta è che l’insolvenza, se c’è, sia ancora reversibile e che il piano lo dimostri. Il vero limite lo segnala Cass. 20846/2026: se nel frattempo viene aperta la liquidazione giudiziale, la partita negoziale si chiude.
Se entro in composizione negoziata perdo il controllo dell’azienda? No. L’imprenditore conserva la gestione ordinaria e straordinaria dell’impresa, con i doveri di informazione e correttezza previsti dall’art. 21 CCII e con il ruolo dell’esperto che agevola le trattative senza sostituirsi alla direzione. È la differenza strutturale rispetto alla liquidazione giudiziale, dove lo spossessamento è pieno e subentra il curatore.
Il Fisco può bloccare da solo il mio concordato? Non se la proposta è più conveniente della liquidazione giudiziale. Cass. 5866 del 15 marzo 2026 ha stabilito che le ragioni del dissenso del creditore pubblico sono irrilevanti e che il sindacato del giudice riguarda la sola convenienza; Cass. 10723 del 22 aprile 2026 ha aggiunto che nemmeno una storia di violazioni fiscali sistematiche impedisce l’omologazione. Il limite è l’abuso, colpito da Cass. 4365 del 26 febbraio 2026.
Le misure protettive coprono anche la fideiussione che ho firmato come amministratore? Non automaticamente, ma la richiesta è proponibile. Il Tribunale di Bologna, il 22 settembre 2025, ha ammesso misure cautelari a protezione di soci illimitatamente responsabili e fideiussori, e il Tribunale di Pavia, il 19 dicembre 2025, ha inibito l’escussione di una controgaranzia MCC. Il Tribunale di Milano, l’8 febbraio 2025, ha però chiarito che l’inibitoria non può deteriorare la posizione del creditore garantito oltre il ragionevole.
Se la composizione negoziata fallisce, resta solo il fallimento? No. Resta il concordato semplificato dell’art. 25-sexies CCII, che non prevede il voto dei creditori e si fonda sul confronto con l’alternativa liquidatoria. Ma la finestra è stretta: sessanta giorni dalla comunicazione della relazione finale dell’esperto, trattati come termine decadenziale dal Tribunale di Bologna il 19 febbraio 2026. E l’accesso non è automatico: Cass. 31641 del 4 dicembre 2025 ha ribadito che il tribunale esercita un controllo effettivo.
Conviene chiedere io stesso la liquidazione giudiziale? In alcuni casi sì, ed è una decisione che va valutata senza tabù: ferma l’accumulo di interessi e sanzioni, interrompe l’aggravamento del dissesto e riduce l’esposizione degli amministratori sul piano della responsabilità. Cass. 30903 del 25 novembre 2025 ha chiarito che la domanda dell’amministratore non richiede la forma del verbale notarile prevista dall’art. 120-bis CCII per l’accesso agli strumenti di regolazione. Resta il fatto che per le società non è previsto alcun beneficio di esdebitazione finale.
Cosa può fare lo Studio Monardo
Gli orientamenti appena esaminati non si applicano da soli: vanno calati sul fascicolo, sui numeri, sui creditori concreti di quella impresa. Ecco cosa facciamo, in concreto.
- Ricostruiamo la posizione debitoria reale, riclassificando il passivo per natura e grado di privilegio e verificando quali crediti siano contestabili, prescritti o mal quantificati, perché il primo modo di ridurre l’esposizione è contestare ciò che non è dovuto.
- Applichiamo il test di Cass. 348/2025 al progetto dell’impresa per stabilire se il piano sia qualificabile come continuità o come liquidazione, prima che sia il tribunale a farlo in sede di omologa.
- Stimiamo e documentiamo l’alternativa liquidatoria — realizzo dell’attivo, costi e tempi della procedura, esito prevedibile delle revocatorie — costruendo il confronto di convenienza su cui si regge ogni omologazione, compreso il cram down fiscale.
- Redigiamo il ricorso per misure protettive articolando fumus e periculum secondo i criteri di Trib. Ivrea 24 dicembre 2025, e valutiamo caso per caso le misure cautelari a tutela di garanti, fideiussori e controgaranzie pubbliche.
- Gestiamo il rapporto con l’esperto nominato e con i creditori strategici, sondando le disponibilità prima del deposito delle istanze, perché l’indisponibilità di un creditore decisivo può far cadere la protezione.
- Impostiamo la transazione fiscale e contributiva e, in caso di mancata adesione, prepariamo l’omologazione forzosa sul terreno che la Cassazione ha indicato come decisivo: la convenienza oggettiva rispetto alla liquidazione giudiziale.
- Presidiamo il termine dei sessanta giorni per il concordato semplificato, lavorando a piano e proposta durante la composizione negoziata e non dopo la relazione finale dell’esperto.
- Difendiamo l’impresa nel procedimento di apertura della liquidazione giudiziale, contestando presupposto oggettivo, soglie dimensionali e competenza territoriale, e verifichiamo la reclamabilità dei provvedimenti secondo il regime chiarito da Cass. 241/2026 e Cass. 20846/2026.
- Valutiamo con l’organo amministrativo l’esposizione da art. 2086, comma 2, c.c., perché il ritardo nella scelta dello strumento è oggi una condotta gestoria sindacabile e la protezione dell’impresa passa anche dalla protezione di chi la amministra.
- Portiamo la linea difensiva fino all’ultimo grado, curando personalmente il ricorso per cassazione quando la decisione del tribunale o della corte d’appello merita di essere contestata.
L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo è avvocato cassazionista; coordinatore di uno staff multidisciplinare operante a livello nazionale in diritto bancario e tributario; Gestore della crisi da sovraindebitamento (L. 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia; professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi); Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021.
Su una materia costruita dalla giurisprudenza come questa, l’abilitazione al patrocinio in Cassazione pesa in modo particolare: gli orientamenti che abbiamo esaminato — dalla nozione di continuità al perimetro del cram down fiscale, fino ai rapporti tra composizione negoziata e apertura del concorso — sono stati scritti in sede di legittimità, e le stesse questioni si difendono davanti alla Suprema Corte con la linea impostata nel primo atto, senza passaggi di consegne a un difensore diverso a metà percorso. E l’abilitazione di Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021 significa conoscere la composizione negoziata dal lato di chi è chiamato a condurla: il contenuto del test di risanabilità, il peso del parere dell’esperto sulle misure protettive, ciò che rende una relazione finale utilizzabile per il concordato semplificato.
Lo staff è multidisciplinare per necessità, non per etichetta: avvocati e commercialisti lavorano insieme sullo stesso fascicolo, perché il confronto di convenienza con la liquidazione giudiziale è un lavoro contabile prima che giuridico, e la transazione fiscale richiede simultaneamente la lettura tributaria del debito e quella concorsuale del piano.
In chiusura
Scegliere tra composizione negoziata, concordato e liquidazione non è scegliere tra una soluzione buona e due cattive. È stabilire quale strumento, in quel momento e con quei numeri, offre ai creditori più di quanto offrirebbe il concorso — perché è esattamente su quel confronto che i giudici misurano tutto: l’ammissibilità, le misure protettive, l’omologazione, il cram down. Le decisioni raccolte in questa guida dicono una cosa sola, ripetuta in molte forme: chi arriva con numeri documentati e un progetto credibile trova porte aperte anche in situazioni molto compromesse; chi arriva tardi e senza piano trova la sola porta che si apre da sé.
Lo Studio Monardo affronta questa materia con le due abilitazioni che la governano dall’interno: l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo è Esperto Negoziatore della crisi d’impresa ai sensi del D.L. 118/2021, e conosce quindi dal lato dell’esperto il percorso che qui si è descritto dal lato dell’impresa; ed è avvocato cassazionista, il che consente di sostenere la stessa linea difensiva dal primo ricorso fino al giudizio di legittimità, dove questa materia viene continuamente ridefinita. Accanto, lo staff multidisciplinare di avvocati e commercialisti che costruisce i numeri su cui la strategia si regge. Non promettiamo esiti: analizziamo la situazione, verifichiamo quali strade sono ancora percorribili e costruiamo la difesa più solida possibile con gli strumenti che la legge e la giurisprudenza rendono disponibili.
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