Ricorso intimazione di pagamento: fac-simile con l’Avvocato

Introduzione

Ricevere un’intimazione di pagamento dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione (ex Equitalia) è un evento da non sottovalutare. Si tratta infatti dell’ultimo avviso formale prima dell’esecuzione forzata: se ignorata, nel giro di pochi giorni l’Agente della Riscossione può attivare pignoramenti di conti correnti, stipendi, pensioni, ipoteche su immobili o fermi amministrativi sui veicoli del debitore. Il rischio di subire queste azioni è concreto e imminente, perché l’intimazione dà al contribuente appena 5 giorni di tempo per pagare quanto dovuto, trascorsi i quali l’Ente è legittimato ad iniziare le procedure esecutive .

Affrontare tempestivamente un’intimazione di pagamento è quindi fondamentale per evitare errori irreparabili. In questa guida spiegheremo perché è importante agire subito, quali sono le soluzioni legali a disposizione del debitore e come procedere passo dopo passo per tutelarsi. Anticiperemo sin dall’inizio le principali strategie difensive: dalla possibilità di impugnare l’intimazione con un ricorso mirato (per sospendere e annullare l’atto), alle alternative come la richiesta di rateizzazione del debito o l’adesione a eventuali rottamazioni/definizioni agevolate, fino alle soluzioni più strutturate come i procedimenti da sovraindebitamento per chi si trova in grave difficoltà economica.

Questo articolo è stato redatto con la consulenza professionale dell’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e del suo staff multidisciplinare di avvocati e commercialisti. L’Avv. Monardo – Cassazionista con ampia esperienza – coordina un team di professionisti esperti a livello nazionale in diritto bancario e tributario. È Gestore della Crisi da Sovraindebitamento (L. 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia, professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi) nonché Esperto Negoziatore della Crisi d’Impresa ai sensi del D.L. 118/2021. Grazie a queste qualifiche, l’Avv. Monardo e il suo staff sono in grado di offrire un supporto completo al contribuente: dall’analisi approfondita dell’atto ricevuto, alla predisposizione di ricorsi e istanze di sospensione, fino alla gestione di trattative, piani di rientro e soluzioni sia giudiziali che stragiudiziali per risolvere il debito.

Come vedremo, esistono varie tutele legali immediate che il debitore può attivare: per esempio, l’Avv. Monardo può assisterti nel presentare un’istanza urgente di sospensione della riscossione, nell’impugnare l’intimazione di pagamento davanti all’autorità competente, oppure nel negoziare con l’Agente della Riscossione un piano di pagamento sostenibile ed evitare così il pignoramento. Ogni situazione richiede una valutazione personalizzata: non esitare a farti affiancare da un professionista, perché muoversi correttamente (e in tempi brevi) fa spesso la differenza tra bloccare l’azione esecutiva o subire conseguenze molto gravi.

📩 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una valutazione legale personalizzata e immediata.

Contesto normativo e giurisprudenziale sull’intimazione di pagamento

Prima di addentrarci nelle procedure pratiche, è importante inquadrare l’intimazione di pagamento nel contesto giuridico italiano, alla luce delle normative vigenti e delle più recenti sentenze. Questo atto trae origine principalmente dalla disciplina della riscossione a mezzo ruolo (riscossione coattiva dei tributi) regolata dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602. In particolare, l’art. 50 del D.P.R. 602/1973 stabilisce una regola fondamentale: se l’esecuzione forzata (es. un pignoramento) non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella di pagamento, il concessionario della riscossione deve prima notificare un avviso contenente l’intimazione ad adempiere entro 5 giorni . In altri termini, l’intimazione di pagamento è obbligatoria quando sia trascorso più di un anno dalla cartella senza che sia stato eseguito alcun atto esecutivo; essa funge da “ultimo sollecito” al debitore prima di procedere con il recupero forzoso. Sempre l’art. 50 prevede che questo avviso perde efficacia trascorso un anno dalla sua notifica . Ciò significa che, se l’Agente della Riscossione non avvia il pignoramento entro un anno dall’intimazione, dovrà notificare una nuova intimazione prima di procedere oltre. Inoltre, qualsiasi pignoramento o misura cautelare avviata dopo lo spirare di quell’anno, sulla base di una cartella notificata da oltre 12 mesi, risulta nullo se non è stata prima inviata un’intimazione valida . Questo meccanismo normativo evidenzia come l’intimazione di pagamento svolga una funzione di garanzia procedurale per il contribuente, ponendo una sorta di “deadline” all’azione esecutiva dell’Erario.

Dal punto di vista della natura giuridica, l’intimazione di pagamento non è un nuovo accertamento del debito, bensì un atto della fase esecutiva. Come affermato dalla giurisprudenza, infatti, “l’intimazione non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo”, ma è semplicemente la manifestazione formale di un’obbligazione tributaria già sorta in via definitiva . In pratica, l’Agente della Riscossione con l’intimazione conferma l’esistenza del credito (già risultante da cartelle esattoriali o avvisi precedenti) e intima il pagamento entro il breve termine di legge. Proprio per questa sua natura “di esecuzione”, tradizionalmente si riteneva che l’intimazione potesse essere impugnata solo per vizi propri, ossia contestandone gli aspetti formali o la legittimità del suo iter, ma non per rimettere in discussione il merito della pretesa tributaria originaria . Ad esempio, se la cartella sottesa presentava un vizio (come un errore di calcolo o un vizio di notifica), tale difetto andava contestato nei termini all’epoca della cartella; una volta giunti all’intimazione senza aver impugnato l’atto precedente, quei vizi “remoti” sarebbero preclusi e il debito considerato definitivo . Questa era la concezione consolidata per lungo tempo: l’intimazione di pagamento veniva considerata un atto autonomamente impugnabile sì, ma limitatamente ai suoi vizi propri, data la sua funzione di atto meramente precettivo (simile, in ambito civile, all’atto di precetto previsto dall’art. 480 c.p.c.).

Tuttavia, sul tema dell’impugnabilità dell’intimazione di pagamento vi è stato per anni un acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale, dovuto a un vuoto normativo: il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (che regola il processo tributario) all’art. 19 elenca tassativamente gli atti impugnabili davanti alle Commissioni Tributarie, ma non menziona espressamente l’intimazione di pagamento. Nell’elenco figurava infatti il vecchio “avviso di mora” (previsto dall’abrogato art. 46 DPR 602/1973), ma dopo la soppressione di tale atto nel 1999 l’art. 19 D.Lgs. 546/92 non è stato aggiornato . Ne è derivato un lungo contrasto interpretativo: l’orientamento più risalente e prudente sosteneva che, non essendo l’intimazione inclusa nell’art. 19, il contribuente avesse solo una facoltà e non un obbligo di impugnarla (in quanto atto non strettamente “impositivo”) . In pratica, secondo questa tesi, si poteva anche scegliere di non impugnare la prima intimazione ricevuta e attendere eventualmente un atto successivo (come un pignoramento) per far valere certe eccezioni – ad esempio l’intervenuta prescrizione del credito – senza incorrere in decadenze. Diversi precedenti della Corte di Cassazione fino a pochi anni fa hanno avallato questa linea più favorevole al contribuente: ad esempio, la Cass. n. 16743/2024 (ordinanza) ha ribadito che l’avviso di intimazione “di per sé non è un atto previsto dall’art. 19 D.Lgs. 546/1992; conseguentemente, l’impugnazione di tale avviso costituisce una facoltà e non un obbligo per l’interessato” . Secondo questa visione, anche impugnando l’ultima intimazione ricevuta si potrebbe far valere la prescrizione maturata sulle cartelle sottostanti, senza dover necessariamente impugnare la primissima intimazione per evitare la “cristallizzazione” del debito . Questa era dunque la tesi “permissiva” in materia: la pretesa erariale non si consoliderebbe definitivamente se non dopo un atto effettivamente impugnabile obbligatoriamente (come una cartella mai impugnata), restando invece le intimazioni atti facoltativamente impugnabili e quindi non decadenziali.

Accanto a tale orientamento se ne è però sviluppato un altro, più rigoroso a favore dell’Erario, che negli ultimi tempi ha preso il sopravvento grazie ad alcune pronunce recentissime della Cassazione. Secondo questa impostazione, l’intimazione di pagamento è sostanzialmente equiparabile all’avviso di mora di un tempo e va considerata tra gli atti impugnabili ex art. 19 D.Lgs. 546/92 (lett. e), con la conseguenza che deve essere impugnata tempestivamente, altrimenti la pretesa tributaria si consolida. In altre parole, la mancata impugnazione di una intimazione entro il termine di legge produrrebbe la “cristallizzazione” del debito: il contribuente perderebbe definitivamente la possibilità di far valere certe eccezioni (come la prescrizione già maturata prima di quella intimazione) perché l’obbligazione diverrebbe definitiva. Questo indirizzo si è fatto strada a partire da alcune sentenze della Suprema Corte – ad esempio Cass. nn. 2616/2015, 26129/2017, 1230/2020 – e ha trovato piena affermazione con due decisioni chiave del 2025. La Cassazione Sez. Trib. sent. n. 6436 dell’11/03/2025 ha espressamente statuito che, in tema di contenzioso tributario, l’intimazione ex art. 50 DPR 602/1973 è assimilabile al vecchio avviso di mora e rientra tra gli atti autonomamente impugnabili ai sensi dell’art. 19, comma 1, lett. e) D.Lgs. 546/92; da ciò discende l’obbligatorietà della sua impugnazione nei termini, non essendo più un atto meramente facoltativo . A seguire, la Cass. Sez. Trib. n. 20476 del 21/07/2025 (Pres. Crucitti, Rel. Crivelli) ha confermato e ulteriormente precisato questo principio, enunciando una regola di diritto destinata a fare scuola . La Corte ha evidenziato che “l’intimazione di pagamento […] costituisce atto rientrante nel novero di quelli tassativamente elencati all’art. 19 d.lgs. 546/1992, dovendo essere ricondotto all’avviso di mora”; pertanto, “ove non impugnato nei termini decadenziali, determina la cristallizzazione della pretesa impositiva, e in particolare preclude al contribuente di eccepire la prescrizione [del credito fiscale] compiutasi anteriormente” alla notifica dell’atto . In sostanza, se non si fa ricorso contro la prima intimazione, non sarà più possibile eccepire che il debito era già prescritto prima di quell’intimazione, né sollevare altre contestazioni relative al titolo a base del ruolo, perché si considera che la pretesa sia divenuta definitiva (analogamente a quanto avviene se non si impugna una cartella nei 60 giorni dalla notifica).

È importante sottolineare che questo nuovo orientamento, pur provenendo da pronunce sezionali della Cassazione (non ancora dalle Sezioni Unite), rappresenta ad oggi la posizione più recente e autorevole. Ciò significa che, allo stato attuale (Gennaio 2026), il contribuente deve muoversi con estrema cautela: ignorare o tardare ad impugnare un’intimazione di pagamento comporta un serio pericolo di perdere ogni tutela. Il dibattito non è del tutto sopito – esistono ancora decisioni di merito e qualche pronuncia di legittimità che continuano a ritenere l’impugnazione dell’intimazione una facoltà e non un onere – ma la tendenza è chiaramente quella di considerare questo atto come impugnabile obbligatoriamente. Del resto, la stessa Agenzia delle Entrate nelle sue circolari ha evidenziato che non reagire a un’intimazione equivale sostanzialmente ad accettare il debito (acquiescenza tacita) . Anche la rivista ufficiale FiscoOggi ha commentato positivamente l’orientamento per cui “l’avviso di intimazione non impugnato rende la pretesa tributaria definitiva”, allineandosi alla giurisprudenza del 2025.

In conclusione, il quadro normativo-giurisprudenziale può essere così riassunto:

  • Cos’è l’intimazione: un atto della riscossione esattoriale disciplinato dall’art. 50 DPR 602/73, che impone il pagamento entro 5 giorni se l’Agente della Riscossione non ha ancora avviato il pignoramento oltre 1 anno dalla cartella . Ha natura di atto precettivo (non è un nuovo accertamento) e perde efficacia dopo 1 anno dalla notifica, se nel frattempo non si procede all’esecuzione .
  • Effetti se omessa: se l’Agente non notifica l’intimazione quando sarebbe dovuta (cioè prova a pignorare dopo oltre un anno dalla cartella senza invio di avviso), l’esecuzione è illegittima e può essere annullata perché l’intimazione è atto presupposto obbligatorio (il pignoramento sarebbe nullo per violazione di legge) .
  • Impugnabilità: l’intimazione è riconosciuta come atto autonomamente impugnabile. Fino a qualche anno fa la sua impugnazione era considerata una facoltà (solo per vizi propri), ma oggi è consigliabile e necessario impugnarla tempestivamente per non subire la “cristallizzazione” del debito . La Cassazione 2025 ha stabilito che l’intimazione non impugnata nei termini preclude al contribuente di far valere anche la prescrizione già maturata . Invece, impugnandola, si possono far valere una serie di motivi (come vedremo nel dettaglio) inclusa la prescrizione.
  • Giurisdizione: la competenza a giudicare sui ricorsi contro intimazioni dipende dalla natura del credito sottostante. Se l’intimazione riguarda tributi (es. imposte, tasse, contributi previdenziali affidati ad Agenzia Entrate Riscossione), la controversia rientra nella giurisdizione tributaria, da proporre avanti alla Commissione Tributaria competente . Restano invece escluse dal giudice tributario le questioni attinenti all’esecuzione in senso stretto: ad esempio, una volta iniziato un pignoramento, i vizi di quest’ultimo si contestano al giudice ordinario. Se l’intimazione concerne sanzioni amministrative (multe stradali, sanzioni del Codice della Strada) o altre entrate non tributarie iscritte a ruolo, allora l’opposizione va proposta davanti al giudice ordinario (Tribunale o Giudice di Pace, a seconda dei casi) seguendo le forme delle opposizioni esecutive previste dal codice di procedura civile . In particolare, per contestare il diritto dell’ente a procedere in tali casi (es. debito già pagato o prescritto), si propone un’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.; per contestare vizi formali dell’intimazione, si può proporre un’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.. Queste distinzioni tecniche verranno chiarite in seguito, ma è importante sapere che il giudice competente varia: ad esempio, un’intimazione relativa a una multa stradale dovrà essere opposta in sede civile (non in Commissione Tributaria), mentre una riferita a cartelle per IRPEF o IVA si impugna in Commissione Tributaria Provinciale. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno peraltro chiarito che “alla giurisdizione tributaria spetta la cognizione sui fatti incidenti sulla pretesa tributaria verificatisi fino alla notificazione della cartella o dell’intimazione”, mentre tutto ciò che accade dopo (pagamenti, prescrizioni successive, vizi del pignoramento) rientra nella giurisdizione del giudice ordinario .
  • Prescrizione e intimazione: l’intimazione di pagamento, pur essendo atto della riscossione, ha efficacia di interruzione della prescrizione del credito sottostante . Ciò significa che la notifica dell’intimazione interrompe i termini di prescrizione del debito esattoriale (come accadeva un tempo con l’avviso di mora), facendo decorrere un nuovo periodo di prescrizione dal giorno della sua notifica. Ad esempio, se un credito tributario ha prescrizione quinquennale e sono trascorsi 4 anni dall’ultima notifica utile, l’intimazione notificata oggi interrompe il termine e ne fa ripartire uno nuovo di cinque anni. Tuttavia – come detto – se la prescrizione era già maturata prima dell’intimazione, tale eccezione va sollevata tempestivamente impugnando l’intimazione stessa; in caso contrario si rischia di perderla, dato l’orientamento sulla cristallizzazione.

In sintesi, il contesto giuridico attuale impone al debitore/contribuente di prestare la massima attenzione alle intimazioni di pagamento: esse segnano il confine tra la fase amministrativa (dove certi vizi possono ancora farsi valere) e la fase esecutiva (dove le possibilità di difesa si restringono). Nel prossimo paragrafo vedremo cosa accade concretamente quando si riceve un’intimazione e quali sono i passi successivi da compiere entro i ristretti termini previsti.

Procedura passo-passo dopo la notifica: cosa succede e quali sono i termini

Vediamo ora, in termini pratici, cosa accade dopo la notifica di un’intimazione di pagamento e quali sono i diritti e gli obblighi del contribuente in questa fase. Immaginiamo il caso tipico: il contribuente riceve, tramite raccomandata o PEC, un documento intitolato “Intimazione di pagamento” da Agenzia delle Entrate-Riscossione. Sul frontespizio dell’atto saranno indicati i riferimenti delle cartelle esattoriali cui l’intimazione si riferisce (spesso l’intimazione riepiloga più cartelle “pendenti” non pagate) e l’importo totale dovuto aggiornato ad quella data (comprensivo di imposte, sanzioni, interessi di mora e aggio). Inoltre, l’atto contiene l’ingiunzione a pagare entro 5 giorni dalla ricezione, con l’avvertenza che, in mancanza, si procederà ad esecuzione forzata . Di solito viene anche nominato il Responsabile del procedimento ai sensi di legge (la cui mancata indicazione costituirebbe un vizio, come vedremo).

Appena notificata l’intimazione, inizia a decorrere il termine perentorio di 5 giorni fissato dall’art. 50 DPR 602/73: entro questo termine il debitore può (e deve) attivarsi. Fondamentalmente, entro i 5 giorni si hanno quattro possibilità principali:

  1. Pagare integralmente il dovuto – È l’opzione di chi intende saldare tutte le somme richieste, evitando l’esecuzione. Il pagamento va effettuato seguendo le modalità indicate (bollettini allegati, pagoPA, ecc.). Se si paga tutto entro i 5 giorni, l’intimazione si estingue e non seguiranno pignoramenti. In caso di pagamento anche solo parziale, attenzione: l’Agenzia potrebbe comunque procedere per la parte restante non saldata.
  2. Chiedere una rateizzazione – Il contribuente che non riesce a pagare in un’unica soluzione può presentare entro pochi giorni una domanda di rateizzazione all’Agente della Riscossione. Fortunatamente, la legge consente la rateizzazione del debito anche dopo l’intimazione: basta che il carico non sia già in fase di pignoramento effettivo. Le soglie attuali prevedono che, per importi fino a €120.000, la rateazione sia concessa a semplice richiesta (fino a un massimo di 72 rate, cioè 6 anni) senza necessità di documentare la situazione economica; per debiti oltre €120.000 occorre allegare l’ISEE o documenti che attestino la temporanea difficoltà economica . Presentando l’istanza di rateizzo, si blocca l’esecuzione: l’Agenzia delle Entrate-Riscossione non può procedere al pignoramento finché valuta la richiesta e, se la accoglie, finché il piano di rate è rispettato. È importante inoltrare la domanda prima che inizino le azioni esecutive (idealmente entro i 5 giorni o poco oltre, comunicando magari l’avvenuta richiesta), così da evitare che scatti un pignoramento per tardiva attivazione. Nella sezione successiva approfondiremo i dettagli della rateizzazione.
  3. Presentare un’istanza di sospensione legale – Questa è una tutela prevista dalla Legge 228/2012 (art.1, commi 537-543) per i contribuenti che ritengono il debito non dovuto per alcune ragioni tassative (ad esempio: prescrizione già maturata, pagamento già effettuato in passato, sgravio o annullamento dell’ente creditore, sentenza favorevole che ha annullato quel debito, oppure errore di persona/omonimia, etc.). Se si ricade in una di queste ipotesi, entro 60 giorni dalla notifica dell’intimazione (o comunque del primo atto della riscossione) si può inviare all’Agente della Riscossione un’istanza di sospensione della riscossione. Questa istanza – da inviare preferibilmente via PEC per avere data certa – deve contenere la documentazione che prova la causa di non debenza (es: copia del pagamento effettuato, copia della sentenza di annullamento, ecc.). Ader (Agenzia Entrate-Riscossione) è tenuta a sospendere immediatamente ogni attività di riscossione appena riceve tale richiesta . In pratica, l’effetto stand-by è immediato e dura finché l’ente creditore (es. l’Agenzia delle Entrate per le imposte, il Comune per una multa, l’INPS per contributi, ecc.) non verifica i documenti e comunica se il debito va annullato o confermato. Se entro 220 giorni l’ente creditore non risponde, la legge prevede l’annullamento automatico del debito sospeso (anche se in pratica è raro; di solito l’ente risponde). Se la richiesta viene respinta (cioè l’ente dice che il debito è comunque dovuto), il contribuente ne viene informato: a quel punto l’esecuzione può riprendere, ma il contribuente ha comunque conservato il diritto di fare ricorso all’autorità giudiziaria. Dunque l’istanza di sospensione è uno strumento utile per guadagnare tempo e fermare subito le azioni esecutive, nelle situazioni in cui si dispone di elementi validi per sostenere l’illegittimità del debito. È bene però prepararla con attenzione (magari con l’aiuto di un legale) e usarla solo quando ci sono effettivi motivi tra quelli ammessi dalla legge.
  4. Impugnare l’intimazione con ricorso – Questa è la vera e propria azione giudiziaria di opposizione, da intraprendere se si ravvisano motivi di illegittimità nell’intimazione o nel debito in essa contenuto. Il ricorso si propone all’autorità competente (Commissione Tributaria o giudice civile, a seconda del tipo di credito, come spiegato prima) entro un certo termine perentorio (generalmente 60 giorni dalla notifica per il ricorso in Commissione Tributaria; termini diversi possono applicarsi per le opposizioni in sede civile, spesso molto brevi se il procedimento esecutivo è già partito). L’obiettivo del ricorso è ottenere l’annullamento dell’intimazione e, di conseguenza, impedire all’Agente della Riscossione di procedere oltre. Nel ricorso si possono chiedere anche provvedimenti cautelari di sospensione, cioè che il giudice sospenda l’efficacia dell’intimazione in attesa della decisione finale, così da evitare pignoramenti nel frattempo. La proposizione del ricorso non blocca automaticamente l’esecuzione (a differenza dell’istanza di sospensione legge 228/2012 di cui sopra); per questo è importante richiedere espressamente la sospensione al giudice e, parallelamente, valutare se ci sono margini per concordare una sospensione con l’Agente della Riscossione (talvolta, se vedono un ricorso fondato, possono temporeggiare in attesa dell’esito, ma non è garantito). I dettagli su come fare ricorso li vedremo più avanti nella sezione dedicata, comprese le strategie processuali per ottenere una sospensione rapida.

Oltre a queste quattro strade principali, il contribuente deve anche compiere alcune verifiche preliminari fondamentali non appena riceve l’intimazione:

  • Controllare la data di notifica dell’intimazione e se l’atto è regolare: se è arrivata via PEC, assicurarsi che il messaggio provenga da un indirizzo PEC ufficiale di Agenzia Entrate-Riscossione e che il file allegato PDF sia integro e riferito al destinatario giusto. Se è arrivata per posta, vedere la relata di notifica (di solito sul retro) e annotare la data di consegna o giacenza. Questi elementi serviranno a calcolare i termini (ad esempio, i 5 giorni decorrono dalla data di ricezione). Se si rileva qualche irregolarità palese nella notifica (es. consegnata a indirizzo errato, o a persona non autorizzata, ecc.), annotarla perché potrebbe costituire un motivo di opposizione.
  • Leggere attentamente quali cartelle o atti vengono intimati: l’intimazione dovrebbe elencare i numeri delle cartelle esattoriali o degli avvisi esecutivi a cui si riferisce, con le relative date e importi. È essenziale confrontare questi dati con la propria documentazione fiscale: si era a conoscenza di quelle cartelle? Erano state ricevute a suo tempo? Sono oggetto magari di contenziosi in corso o di dilazioni già concordate? Spesso l’intimazione include debiti “dimenticati” di molti anni addietro: verificarne la provenienza è cruciale. Se, ad esempio, nell’elenco figura una cartella che non è mai stata notificata in passato, questa circostanza fornisce un solido motivo di ricorso (la cartella non notificata non può produrre effetti e l’intimazione non la può sanare, come vedremo).
  • Verificare se sono già decorsi termini di prescrizione: in base alla natura dei tributi o sanzioni, cambiano i termini di prescrizione (5 anni per imposte locali e contributi previdenziali, 10 anni per alcuni tributi erariali come IRPEF e IVA, 5 anni per multe stradali dopo la cartella, ecc.). Occorre vedere quanti anni sono trascorsi dall’ultima notifica valida (es. la notifica della cartella o di un precedente sollecito). Se risultano passati più anni del termine di legge senza atti interruttivi, il debito potrebbe essere prescritto. Ad esempio, se un’intimazione del 2026 richiama una cartella del 2015 e nel frattempo non c’è stata alcuna comunicazione, con ogni probabilità la pretesa è prescritta (molte cartelle esattoriali, specie antecedenti al 2018, cadono in prescrizione quinquennale se non rinnovate da atti). La prescrizione maturata è uno dei motivi principali su cui basare un ricorso, ma deve essere fatta valere: non opera in automatico. Anzi, come abbiamo spiegato, la Cassazione oggi ritiene che se non eccepisci la prescrizione nel ricorso contro l’intimazione, poi tu decada dalla possibilità di farlo . Quindi individuare subito eventuali prescrizioni è vitale per decidere di impugnare.
  • Controllare se il debitore ha in corso procedure di definizione agevolata o concorsuali: ad esempio, se si è presentata domanda di rottamazione delle cartelle (definizione agevolata) e i debiti dell’intimazione rientrano tra quelli rottamati, l’intimazione non dovrebbe nemmeno arrivare (poiché la rottamazione sospende la riscossione). In tal caso, segnalare subito all’Agente l’errore e allegare la ricevuta di domanda di rottamazione o la comunicazione di adesione. Oppure, se il soggetto è una società che ha avviato una composizione negoziata della crisi d’impresa o un concordato, l’intimazione potrebbe violare le moratorie previste in tali procedure. Anche un consumatore che ha depositato un piano del consumatore ex L.3/2012 o una liquidazione controllata potrebbe eccepire l’intimazione come atto incompatibile. In sintesi, bisogna valutare se esistono cause sopravvenute di sospensione della riscossione già attive.

Riassumiamo in una tabella i principali termini e azioni dopo la notifica di un’intimazione di pagamento:

Cosa succede dopo l’intimazioneTermineAzione richiesta al debitoreConseguenze
Pagamento spontaneo dell’importo intimato5 giorni (dalla notifica)Pagare integralmente quanto dovuto (online, F24, bollettini etc.)Estinzione del debito intimato; nessuna esecuzione forzata (se pagato tutto). Se pagamento parziale, l’Agenzia può agire sul residuo.
Richiesta di rateizzazioneEntro pochi giorni (prima che inizino i pignoramenti) – meglio entro 5 giorni o immediatamente dopoPresentare istanza di rateazione ad Agenzia Riscossione (PEC, sportello o portale online) indicando il piano desideratoLa presentazione sospende le azioni esecutive. Se concessa, il debito si paga a rate mensili; decadono azioni esecutive finché si paga regolarmente.
Istanza di sospensione legale (L.228/2012)60 giorni (dalla notifica dell’intimazione o primo atto)Inviare dichiarazione e documenti all’Agente riscossore via PEC/posta, attestando il motivo di illegittimità (prescrizione, pagamento già effettuato, annullamento, ecc.)Sospensione immediata della riscossione. L’ente creditore deve rispondere entro 220 giorni: se dà esito positivo, il debito è annullato; se rigetta, l’esecuzione può riprendere (il contribuente può comunque fare ricorso in tribunale).
Ricorso (impugnazione giudiziale)60 giorni (Commissione Tributaria) oppure termini specifici per opposizioni civili (es. ~20 giorni se pignoramento avviato)Deposito del ricorso presso la Commissione Tributaria provinciale competente (per tributi) oppure atto di citazione/ricorso in Tribunale (per crediti non tributari), con notifica all’enteNon sospende automaticamente la riscossione. Se si ottiene una sospensione cautelare, l’esecuzione è congelata fino alla decisione. Se accolto, l’intimazione è annullata; se respinto, il debito dovrà essere pagato (salvo appello).

(Nota: i 5 giorni per pagare decorrono dalla data di notifica, conteggiati includendo solo giorni lavorativi? In realtà la legge parla di giorni “entro cinque giorni”, generalmente si intende giorni di calendario, ma se il quinto giorno cade festivo si estende al primo lavorativo successivo. In ogni caso, conviene agire prima possibile senza aspettare l’ultimo momento).

Dalla tabella emerge chiaramente una cosa: il tempo è poco. Anche se alcune azioni (ricorso, sospensione legale) hanno termini più lunghi di 5 giorni, è nei primi giorni che si gioca la partita decisiva per evitare il pignoramento. Al sesto giorno dalla notifica, infatti, l’Agente della Riscossione è legalmente autorizzato a iscrivere ipoteca sugli immobili, disporre il fermo amministrativo sui veicoli, oppure avviare un pignoramento – ad esempio inviando alle banche l’ordine di blocco del conto (pignoramento presso terzi ex art. 72-bis DPR 602/73) o notificando un atto di pignoramento dello stipendio. Queste azioni possono partire senza ulteriore preavviso al debitore (l’intimazione è già il preavviso), e spesso accadono in tempi rapidissimi. È frequente che, allo scadere del termine, l’Agente controlli se il pagamento è arrivato; se non risulta, nel giro di pochi giorni attivi in automatico le procedure cautelari/esecutive. Pertanto, appena ricevuta l’intimazione bisogna attivarsi: anche solo avviare la pratica di rateizzo o inviare l’istanza di sospensione entro i 5-10 giorni può fare la differenza, perché l’Agenzia, sapendo di una richiesta formale in corso, in genere sospende in attesa di esito (soprattutto se si è anticipata via PEC).

Nei paragrafi successivi vedremo nel dettaglio come impostare un ricorso contro l’intimazione (passo fondamentale per chi contesta il debito) e quali difese e strategie legali mettere in campo. Inoltre, tratteremo delle alternative al ricorso – come la definizione agevolata o le procedure da sovraindebitamento – e forniremo consigli pratici su cosa fare e cosa non fare in queste circostanze.

Difese e strategie legali del debitore: come impugnare l’intimazione e bloccare la riscossione

Dal punto di vista del debitore, l’arrivo di un’intimazione di pagamento apre due fronti di azione: da un lato la difesa “attiva” tramite ricorso (se ci sono motivi validi per contestare l’atto o il debito), dall’altro le strategie “alternative” per risolvere o ridurre il debito (rateizzazioni, accordi, procedure di sollievo debitorio). In questa sezione esamineremo entrambe le prospettive, tenendo sempre come focus la posizione del contribuente che vuole proteggersi da azioni esecutive e trovare una soluzione sostenibile.

Impugnare l’intimazione di pagamento: come fare ricorso e su quali motivi

Presentare ricorso contro un’intimazione di pagamento significa, in sostanza, portare la questione davanti a un giudice affinché valuti la legittimità dell’atto e del credito in esso indicato. Il ricorso è lo strumento principale per ottenere l’annullamento dell’intimazione (e, indirettamente, per contestare i debiti sottostanti se ne ricorrono i presupposti) e sospendere le procedure esecutive minacciate.

Ecco un percorso passo-passo su come procedere:

  1. Identificare il giudice competente: come già spiegato, se l’intimazione riguarda tributi (es. imposte erariali, tributi locali, contributi previdenziali iscritti a ruolo), la competenza è della Commissione Tributaria Provinciale territorialmente competente (di solito quella del proprio domicilio fiscale o della sede dell’ente creditore). Se invece concerne sanzioni amministrative o altre entrate non tributarie (come multe stradali, sanzioni prefettizie, crediti di diritto civile affidati alla riscossione), la controversia ricade sotto la giurisdizione dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria. In pratica, per contestare queste ultime, occorre avviare un’opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi innanzi al Tribunale civile (competente per valore, solitamente Tribunale se importo > €5000, altrimenti Giudice di Pace se < €5000 e trattasi di sanzione amministrativa). La distinzione è tecnica: un avvocato saprà qual è l’azione esatta (es. art. 615 c.p.c. se si vuole far dichiarare che il credito non può essere eseguito, art. 617 c.p.c. se si lamenta un vizio formale dell’atto). Qui useremo genericamente il termine “ricorso” anche per queste opposizioni, per semplicità.
  2. Calcolare il termine di impugnazione: per i ricorsi tributari, il termine è di 60 giorni dalla data di notifica dell’intimazione (non contando il giorno iniziale). Attenzione: se l’ultimo giorno cade di sabato, domenica o festivo, slitta al primo giorno feriale successivo. È fondamentale rispettare questo termine decadenziale – trascorso il quale il ricorso non è più ammesso. Per le opposizioni in sede civile, i termini possono variare: se l’intimazione viene opposta prima che inizi l’esecuzione, tecnicamente si tratterebbe di un’opposizione “preventiva” ex art. 615 c.p.c. per la quale non c’è un termine rigidissimo (potrebbe essere fatta anche dopo i 60 giorni, purché prima del pignoramento). Tuttavia, è altamente consigliato non tardare, anzi agire entro 20-30 giorni al massimo, poiché appena scadono i 5 giorni l’Agente potrebbe aver già avviato il pignoramento e a quel punto occorre fare un’opposizione successiva (art. 615 co.2 c.p.c. o 617 c.p.c.) che ha termini brevissimi (20 giorni dalla notifica dell’atto esecutivo). Quindi, in pratica, anche per non tributari conviene muoversi entro 30 giorni dall’intimazione.
  3. Redigere l’atto di ricorso: il ricorso deve essere un atto scritto, motivato in fatto e in diritto, che espone i motivi per cui si ritiene illegittima l’intimazione. Conviene affidarne la stesura a un avvocato esperto, dato che occorre citare le norme e magari precedenti giurisprudenziali. I motivi di ricorso più frequenti (detti anche “motivi di impugnazione”) contro un’intimazione di pagamento includono:
  4. Vizi di notifica degli atti presupposti: ad esempio, la cartella di pagamento sottesa non è stata mai notificata regolarmente. In tal caso, l’intimazione manca del suo presupposto valido e va annullata . Questo è uno dei motivi più forti: la Cassazione ha più volte confermato che la mancata notifica della cartella non può essere sanata dall’intimazione successiva . Se provi che la cartella non ti è mai arrivata (né a te né a familiari, né per PEC), l’intimazione cade.
  5. Prescrizione del credito: come detto, se tra la data di notifica della cartella (o di altro atto interruttivo) e la notifica dell’intimazione sono trascorsi più anni del termine di prescrizione previsto per quel tipo di credito, allora il diritto di riscuotere si è estinto. Esempio: cartella per imposta IRPEF 2016 (prescrizione 10 anni) notificata nel 2016, poi nessun atto fino all’intimazione del 2026 = prescrizione decennale compiuta, quindi il debito è non più esigibile. Attenzione: vanno considerate sospensioni straordinarie (es. sospensioni Covid 2020) o eventuali atti come solleciti/estratti di ruolo che potrebbero aver interrotto la prescrizione. In ogni caso, l’eccezione di prescrizione va formulata chiaramente nel ricorso. Se il giudice la accoglie, annulla il debito per intervenuta prescrizione.
  6. Decadenza: simile alla prescrizione ma di natura diversa – riguarda i termini entro cui l’ente doveva formare e notificare la cartella originaria. Se l’ente impositore (Agenzia Entrate, Comune, ecc.) ha emesso la cartella fuori tempo (oltre i termini di legge dal momento in cui l’imposta è dovuta o l’accertamento è definitivo), la cartella era già nulla in origine. Queste eccezioni, se applicabili, possono essere riproposte contro l’intimazione (di riflesso sulla cartella). Ad esempio: cartella per imposta 2015 notificata nel 2020 quando la decadenza era il 2019 – il contribuente può sempre far valere che la cartella era decaduta.
  7. Vizi formali dell’intimazione stessa (vizi propri): rientrano qui una serie di irregolarità dell’atto in sé. Alcuni esempi: mancata indicazione del responsabile del procedimento (obbligatoria per legge 212/2000), mancanza degli estremi identificativi delle cartelle a cui si riferisce (deve essere chiaro quali atti si intimano, altrimenti l’atto è indeterminato), notifica eseguita in modo errato (es. a un indirizzo non valido, oppure via PEC con allegato non conforme), l’intimazione è stata emessa da un Agente della Riscossione territorialmente incompetente (in genere ogni provincia ha il suo; se un concessionario di altra zona emette l’atto, è viziato ). Ancora, potrebbe essere contestato che l’intimazione sia stata notificata prima che fosse trascorso un anno dalla cartella (anche se questo è improbabile, perché in tal caso l’atto sarebbe prematuro e nullo). Tutti questi vizi formali, seppur “tecnici”, possono portare all’annullamento dell’intimazione per difetto di forma o violazione di legge.
  8. Errore sul destinatario o sul contenuto del debito: a volte l’intimazione può includere importi non dovuti perché ad esempio il contribuente ha già pagato una parte (ma l’Agente non ne ha tenuto conto), oppure perché è stata ottenuta una sgravio dall’ente impositore ma non recepito. Questi errori materiali vanno segnalati: si chiede l’annullamento parziale dell’intimazione per la parte non dovuta.
  9. Cartella già impugnata o sospesa: se una delle cartelle indicate è oggetto di un ricorso pendente (e magari la Commissione ha sospeso quella cartella), allora l’intimazione su quella cartella non dovrebbe essere emessa. Si può eccepire che l’intimazione è illegittima perché include partite sospese giudizialmente.
  10. Violazione del diritto di difesa: un motivo generico ma utile se, ad esempio, la motivazione dell’intimazione è del tutto assente o criptica. L’intimazione in realtà non richiede una motivazione estesa, dato che non è un atto impositivo nuovo. Ma se fosse carente degli elementi essenziali (importi, riferimenti, avvertenze di legge) si può dedurre che viola lo Statuto del Contribuente (legge 212/2000) per difetto di chiarezza.

Nel redigere il ricorso, tutti i motivi opportuni vanno articolati in maniera chiara, numerati, e supportati possibilmente da riferimenti normativi o sentenze. Ad esempio, per il vizio di notifica della cartella potremmo citare Cass. n. 11708/2011 (che afferma l’insostituibilità della cartella con l’intimazione) ; per la prescrizione, citare Cass. SS.UU. 23397/2016 sulla natura prescrizionale dei termini di riscossione; per la mancata indicazione del responsabile, citare la L. 212/2000 art.7 comma 2. L’Avv. Monardo e il suo staff, in particolare, hanno grande esperienza nel selezionare i migliori precedenti giurisprudenziali a sostegno di ciascun motivo di ricorso, presentando argomentazioni robuste e aggiornate.

  1. Presentare il ricorso e chiedere la sospensione: una volta scritto, il ricorso tributario va depositato (telematicamente o presso la segreteria della Commissione Tributaria) e notificato all’Agenzia delle Entrate-Riscossione (e eventualmente all’ente creditore originario se tributo locale). Nel ricorso si può inserire una richiesta di sospensione dell’esecuzione (ex art. 47 D.Lgs. 546/92 per le commissioni tributarie), motivando il periculum (cioè il danno grave e irreparabile che subirebbe il contribuente se nel frattempo l’Agente procedesse a pignoramento). La Commissione di solito fissa l’udienza di sospensione entro 30-60 giorni. Durante questo periodo, purtroppo, l’Agente potrebbe procedere con le azioni esecutive, a meno che decida spontaneamente di attendere la decisione sulla sospensiva. È quindi consigliato, subito dopo aver notificato il ricorso, di inviare un’istanza all’Agenzia chiedendo una sospensione in autotutela fino all’udienza (allegando copia del ricorso e del decreto di fissazione). Molte volte, in presenza di un ricorso ben fondato, l’Agente sospende temporaneamente (lo fa anche perché, se poi il ricorso viene accolto, i pignoramenti fatti sarebbero dichiarati nulli con possibile responsabilità). In parallelo, se sono già partiti atti esecutivi (es. un pignoramento sul conto), si può agire in sede civile d’urgenza con ricorso art. 700 c.p.c. o opposizione specifica per sospendere quella singola esecuzione.

Per le opposizioni davanti al Tribunale civile, la procedura è diversa: di solito si notifica un atto di citazione in opposizione all’esecuzione contro l’ente, chiedendo anche qui in via d’urgenza la sospensione ex art. 615 co.2 c.p.c. (se l’esecuzione non è iniziata) oppure ex art. 624 c.p.c. (se un pignoramento è già notificato). Il giudice dell’esecuzione può fissare un’udienza molto ravvicinata e, se ricorrono i presupposti, sospendere l’esecuzione. Anche qui avere un legale esperto è cruciale, perché i tempi sono strettissimi e bisogna muoversi con precisione.

  1. Iter e conclusione: una volta ottenuta eventualmente la sospensione, si seguirà l’iter del giudizio fino alla sentenza. In Commissione Tributaria i tempi possono essere di alcuni mesi o più di un anno per la decisione di merito. Se il ricorso viene accolto, l’intimazione di pagamento viene annullata (totalmente o parzialmente, a seconda dei motivi). Ciò significa che l’Agente della Riscossione non potrà procedere a esecuzione sulla base di quell’atto annullato. Spesso, l’annullamento dell’intimazione implica anche che i debiti sottostanti vengano travolti (ad es. se il motivo è la prescrizione o la mancata notifica della cartella, l’ente non potrà riproporre la riscossione se la ragione è definitiva). Se invece il ricorso viene respinto, l’intimazione rimane valida e l’Agente riprenderà (o continuerà) le azioni esecutive. In caso di esito sfavorevole c’è comunque la possibilità di fare appello (in Commissione Tributaria Regionale o in Corte d’Appello per le cause ordinarie) entro 60 giorni. L’appello, però, non sospende gli effetti della sentenza di primo grado salvo diversa pronuncia, quindi conviene valutare soluzioni transattive se possibile.

Fac-simile di ricorso: molti ci chiedono un esempio concreto di come impostare un ricorso contro intimazione. Di seguito forniamo uno schema semplificato (puramente indicativo) di un ricorso in Commissione Tributaria avverso un’intimazione, da cui prendere spunto:

Esempio di schema di ricorso:

  • Ricorrente: Sig. Mario Rossi, C.F…, residente in…, elettivamente domiciliato in…, rappresentato e difeso dall’Avv… (dati avvocato con procura), contro Resistente: Agenzia delle Entrate-Riscossione, in persona del legale rappresentante pro tempore, sede in…
  • Oggetto: ricorso ex art. 19 D.Lgs. 546/92 avverso Intimazione di pagamento n. … notificata il … relativa a cartelle esattoriali n. … (elenco).
  • Fatti: Descrivere la successione degli eventi: emissione delle cartelle, eventuale mancata notifica, ricezione dell’intimazione in data … via PEC o A/R, importo intimato, etc.
  • Motivi di ricorso: (1) Violazione di legge – Omessa notifica delle cartelle presupposte: l’intimazione è illegittima poiché la cartella X n… non risulta mai notificata al ricorrente (si allega estratto di ruolo/ricerche in cui appare non notificata). Riferimenti normativi: art. 26 DPR 602/73; giurisprudenza: Cass. … (2) Intervenuta prescrizione del credito: il tempo trascorso dalla notifica della cartella Y (anno …) all’intimazione (anno …) eccede il termine di … anni previsto per … (tributo/sanzione), senza atti interruttivi validi; ne consegue l’estinzione del debito per prescrizione (art. 2946 c.c. o 2948 c.c. a seconda del caso). (3) Violazione art. 7 L.212/2000 – Mancata indicazione responsabile procedimento: l’intimazione impugnata non reca l’indicazione del responsabile del procedimento, in violazione dello Statuto del Contribuente, e pertanto è nulla. (4) … e così via per ogni motivo pertinente.
  • Richiesta (Conclusioni): Si chiede che la Commissione voglia annullare l’intimazione di pagamento impugnata, con ogni conseguenza di legge, e in via cautelare disporre la sospensione dell’esecuzione ex art. 47 D.Lgs.546/92. Con vittoria di spese e compensi. (eventuale richiesta di discussione in pubblica udienza, se si preferisce rispetto alla camera di consiglio).
  • Documenti allegati: copia dell’intimazione ricevuta, eventuale prova notifiche/cartelle, estratti di ruolo, documenti vari (ricevute, istanze già fatte, ecc.), copia documento identità, delega avvocato, PEC di notifica ecc.

Questo fac-simile è molto semplificato; un ricorso reale deve essere personalizzato sul caso concreto. Tuttavia dà l’idea della struttura: introduzione delle parti, fatti, motivi di diritto numerati, conclusioni. L’Avv. Monardo nel suo studio fornisce spesso ai clienti un modello personalizzato di ricorso dopo aver esaminato le carte: ogni ricorso viene tarato sulle specifiche anomalie riscontrate nell’atto e nel debito, utilizzando gli ultimi aggiornamenti normativi e giurisprudenziali per massimizzare le chance di successo.

Sospensione e blocco delle azioni esecutive: strumenti cautelari

Un aspetto cruciale della difesa contro un’intimazione di pagamento è la sospensione delle azioni esecutive minacciate. Abbiamo visto che sia tramite l’istanza in autotutela (legge 228/2012) sia tramite l’istanza al giudice, il debitore può cercare di bloccare temporaneamente i pignoramenti e le misure cautelari in attesa della definizione del ricorso o della verifica del debito.

Riassumiamo gli strumenti cautelari disponibili:

  • Sospensione “automatica” su istanza L.228/2012: come già descritto, presentare l’istanza di sospensione legale fa scattare lo stop immediato delle procedure. Vantaggi: non serve attendere un giudice, l’effetto è rapido; svantaggi: vale solo se hai uno dei motivi tassativi (prescrizione, pagamento, sgravio, ecc.) e devi documentarlo bene, inoltre è a tempo determinato (fino a risposta dell’ente creditore).
  • Sospensione giudiziale in Commissione Tributaria (art. 47 D.Lgs.546/92): va chiesta con il ricorso o con istanza separata; richiede di dimostrare sia il fumus boni iuris (cioè che il ricorso non è pretestuoso, vi sono motivi fondati) sia il periculum in mora (cioè che senza sospensione il contribuente subirebbe un danno grave, es. per irreversibilità del pignoramento). I tempi: di solito entro 30-60 giorni l’udienza viene fissata e in caso di accoglimento il processo esecutivo rimane fermo fino alla sentenza finale. Spesso, se concessa la sospensiva, l’Agente della riscossione si astiene dal procedere, anche perché violare una sospensione giudiziale esporrebbe a responsabilità.
  • Sospensione in sede civile (art. 615 co.2 o 624 c.p.c.): se si è in fase pre-esecutiva, il giudice dell’esecuzione può sospendere l’efficacia dell’atto su istanza motivata; se l’esecuzione è iniziata con pignoramento, si chiede la sospensione dell’esecuzione già avviata. Anche qui serve convincere il giudice della fondatezza dell’opposizione e del pericolo di danno. I tribunali in genere sono piuttosto rapidi nel fissare queste udienze (data l’urgenza intrinseca).
  • Accordo con l’Agente della Riscossione: da non trascurare l’aspetto pratico: a volte, interloquendo tramite l’avvocato con l’ufficio legale dell’Agenzia, si può ottenere una moratoria delle azioni in attesa di eventi (ad esempio se si sta definendo una rottamazione, o se si è in attesa di esito di autotutela). L’Agenzia ha discrezionalità nel decidere se attendere, ma se vede una prospettiva concreta di soluzione del debito o teme di procedere per poi vedere annullato tutto da una sentenza, può accordare informalmente del tempo. È ovvio che ciò dipende dalla sensibilità del funzionario e dalla credibilità delle azioni intraprese dal debitore (un conto è un contribuente che ha già pagato una parte e chiede tempo per il resto, un conto è chi non ha mostrato alcuna volontà collaborativa).

Un ulteriore strumento di blocco “tecnico” è la rateizzazione stessa: se concessa, la legge prevede che non si possano iniziare o proseguire azioni esecutive finché il piano di rate è rispettato. Dunque ottenere rapidamente una dilazione è un modo efficace per congelare il recupero coattivo. Anche eventuali nuove intimazioni non verranno notificate se il debito è rateizzato: la posizione viene considerata in regola pendente rate (ovviamente, se si saltano delle rate oltre i limiti ammessi, la dilazione decade e tutto riparte daccapo, con possibile nuova intimazione).

Soluzioni alternative: definizione agevolata, rottamazione, saldo e stralcio

Non sempre la via del ricorso è praticabile o conveniente. Può capitare che il contribuente riconosca il debito e voglia semplicemente evitarne le conseguenze peggiori (pignoramenti), magari risparmiando su sanzioni e interessi. Oppure può temere che il ricorso sia incerto e preferisce un percorso di accordo col Fisco. In questi casi entrano in gioco le cosiddette definizioni agevolate e procedure di condono/rottamazione dei ruoli, nonché l’opportunità di transazioni su misura.

Negli ultimi anni lo Stato ha varato varie misure straordinarie di definizione dei carichi fiscali pendenti. Ad esempio, la “rottamazione delle cartelle” (definizione agevolata) è stata prevista più volte: rottamazione ter, quater, ecc. L’ultima in ordine temporale (alla data di aggiornamento di questo articolo) è la Rottamazione-quater introdotta con la L. 197/2022 (Legge di Bilancio 2023) che consentiva di definire i debiti iscritti a ruolo dal 2000 al 30 giugno 2022 con abbuono delle sanzioni e interessi di mora, pagando solo imposte + interessi legali + aggio in forma dilazionata in 18 rate fino al 2027. I termini per aderire a quella rottamazione sono scaduti (il termine di presentazione era il 30 giugno 2023). Chi ha aderito sta pagando le rate e in tal caso i carichi rottamati non possono essere oggetto di intimazione o atti esecutivi, a patto di rispettare i pagamenti. Se però un debitore non ha aderito alla rottamazione quater e ora riceve un’intimazione, potrebbe sperare in future nuove edizioni. Al momento (gennaio 2026) non è in vigore una nuova rottamazione generalizzata, ma il panorama politico lascia intendere che simili misure potrebbero essere replicate (si vocifera di una possibile “rottamazione-quinqies” per carichi più recenti, ma niente di confermato).

Cosa fare dunque se si preferisce una soluzione agevolata? In assenza di rottamazione aperta, la scelta migliore potrebbe essere trattare un accordo con l’ente creditore. Questo però è generalmente possibile solo in contesti specifici: ad esempio, nell’ambito di una procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento o in un concordato preventivo per le imprese, l’Agente della Riscossione può accettare un pagamento parziale a saldo e stralcio, se approvato dal giudice. Anche in sede extragiudiziale, per debiti elevati, è a volte possibile avviare con Agenzia Entrate-Riscossione una transazione fiscale (prevista dalla legge fallimentare per imprese, oggi Codice della Crisi) in cui si propone di pagare una parte del dovuto e stralciare il resto. Questo però richiede di attivare formali procedure (accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-ter L.F. o oggi art. 63 CCII).

Per il cittadino privato o piccolo imprenditore, la legge 3/2012 sul sovraindebitamento (ora trasfusa nel D.Lgs. 14/2019, Codice della Crisi, come “Composizione della crisi da sovraindebitamento”) mette a disposizione tre procedure: il Piano del consumatore (per chi ha debiti personali, fuori dall’attività di impresa), l’Accordo di ristrutturazione (per imprenditori minori, professionisti, ecc.) e la Liquidazione controllata (una sorta di procedura liquidatoria simile al fallimento per non fallibili). In tali procedure, grazie all’ausilio di un Gestore (come l’Avv. Monardo, iscritto come Gestore OCC), si può proporre di pagare solo una percentuale dei debiti fiscali e azzerare il resto con un provvedimento del giudice. L’avvio di una procedura di sovraindebitamento sospende le azioni esecutive individuali – quindi anche l’Agente della Riscossione dovrà fermarsi (previa autorizzazione del giudice, di solito concessa). Ad esempio, un consumatore strangolato da cartelle per 100.000 euro potrebbe, tramite un Piano del Consumatore, ottenere di pagare solo 30.000 euro dilazionati e far cancellare i restanti 70.000 euro, bloccando subito pignoramenti e ipoteche. Chiaramente, serve dimostrare lo stato di sovraindebitamento e avere un piano fattibile: per questo è indispensabile farsi assistere da professionisti specializzati e da un OCC. L’Avv. Monardo, essendo Gestore e professionista OCC, è in grado di guidare i debitori in queste procedure, predisponendo piani e accordi che includano i debiti esattoriali con proposte sostenibili.

Un altro strumento recente, dedicato alle imprese in temporanea difficoltà, è la Composizione Negoziata della Crisi (D.L. 118/2021, conv. L. 147/2021, e ora nel Codice della Crisi). Qui un Esperto Negoziatore (come l’Avv. Monardo, iscritto come tale) aiuta l’imprenditore a trovare un accordo con i creditori; durante la composizione negoziata, l’impresa può chiedere misure protettive che congelano le azioni esecutive per qualche mese. In questo lasso di tempo si può trattare con Agenzia Entrate-Riscossione per dilazioni straordinarie o stralci parziali, magari inserendo i debiti fiscali in un piano di risanamento dell’impresa. Anche se la composizione negoziata è uno strumento più complesso, citarlo è utile per far capire che esistono vie d’uscita anche in situazioni debitorie gravi: l’importante è attivarsi in modo strutturato e con professionisti qualificati.

In concreto, se ricevo un’intimazione e riconosco di dovere quelle somme ma non ho liquidità per pagare subito, cosa posso fare? Riassumiamo le alternative possibili: – Rateizzazione ordinaria: diluire il pagamento (fino a 6 anni, o 10 anni in casi di decadenza da rate precedenti con riammissione) – consente di respirare e intanto evita i pignoramenti. – Attesa di nuove definizioni agevolate: se il clima politico lo suggerisce e i debiti rientrano in eventuali futuri provvedimenti, si può temporaneamente prendere tempo (con ricorso o sospensione) sperando in un condono. È rischioso basarsi su ipotesi, ma se si è a inizio anno e si vocifera di “stralci” in legge di bilancio, può valere la pena attendere qualche mese protetti da una sospensione. – Saldo e stralcio personalizzato: rivolgersi ad Agenzia Riscossione proponendo uno stralcio, fuori dalle procedure formali, raramente ottiene risultato – l’ente non può fare favoritismi, deve seguire la legge. Tuttavia, se la posizione è complessa, a volte i funzionari suggeriscono la via del sovraindebitamento o altre procedure come le uniche per arrivare a uno stralcio lecito. – Procedure concorsuali/sovraindebitamento: come spiegato, sono l’ombrello per debitori incapienti o quasi, consentendo di chiudere la posizione in modo giudiziale. – Interventi su specifiche partite: ad esempio, se dentro l’intimazione c’è una cartella che potrebbe rientrare nello “Stralcio dei mini-debiti” (il recente stralcio dei ruoli fino a €1.000 relativi agli anni 2000-2015, disposto dalla Legge di Bilancio 2023), quell’importo potrebbe essere già stato cancellato di diritto; conviene verificare se l’Agente ha correttamente applicato lo stralcio. In caso negativo, segnalarlo e chiedere sgravio.

Come si nota, la scelta della strategia dipende molto dalla situazione individuale: entità del debito, tipologia (tributi, multe, contributi), condizione economica del debitore, presenza di eventuali terzi coobbligati, e anche dal calendario (disponibilità di definizioni speciali). Una consulenza con l’Avv. Monardo potrà far emergere la strada migliore: che sia combattere in giudizio l’intimazione, oppure cercare di negoziare un saldo ragionevole, oppure ancora attivare strumenti concorsuali per tagliare il debito, ogni caso ha la sua soluzione più adatta.

Errori comuni da evitare e consigli pratici

Quando si affronta un’intimazione di pagamento, ci sono alcuni errori purtroppo frequenti che i debitori commettono, spesso per disinformazione o sottovalutazione del problema. Ecco gli errori da evitare assolutamente:

  • Ignorare l’intimazione sperando che “cada in prescrizione”: questo è forse l’errore più grave. Alcuni pensano che, non reagendo, l’intimazione scada dopo un anno e quindi il problema sparisca. Invece, ignorare l’atto significa spalancare la porta al pignoramento dal sesto giorno in poi. Inoltre, come abbiamo spiegato, giurisprudenza recente suggerisce che se non impugni, il debito si cristallizza e non potrai più contestarlo . Dunque la passività è la scelta peggiore.
  • Far finta di niente perché “non ho nulla sul conto, tanto non mi prendono nulla”: a volte i debitori pensano di essere impignorabili. In realtà l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha vari poteri: può iscrivere ipoteche sugli immobili di tua proprietà (anche se non vendono subito la casa, l’ipoteca ti blocca e accumula interessi), può farti fermo auto (impedendo di usare o vendere l’auto), può pignorare conti futuri (anche se oggi sul conto hai 0, domani se ti entra stipendio lo bloccano), può pignorare crediti verso terzi (rimborsi, affitti, ecc.). Inoltre, i debiti fiscali producono interessi e sanzioni che crescono col tempo. Quindi nessuno è davvero al sicuro: procrastinare peggiora solo la situazione.
  • Pagare a metà o versare somme piccole a caso: un altro errore è pensare che pagando qualcosa entro 5 giorni si evitino guai. La legge però richiede il pagamento integrale; un pagamento parziale non impedisce l’esecuzione sul resto. Se non puoi pagare tutto, è meglio presentare domanda di rateizzo piuttosto che versare a caso. Versamenti non concordati rischiano solo di confondere la situazione contabile.
  • Non verificare l’atto nei dettagli: alcuni, presi dal panico, corrono a pagare senza controllare se magari l’intimazione è viziata o contiene importi errati. È invece utile esaminare con calma: errori formali o prescrizioni possono darti un vantaggio. Anche se alla fine pagherai, contestare un vizio potrebbe farti guadagnare tempo o ottenere sconti (ad esempio, se scopri che una cartella era nulla, puoi farti sgravare quell’importo).
  • Farsi assistere da persone non qualificate o affidarsi al “sentito dire”: questioni di questo tipo richiedono competenze legali specifiche. Un errore comune è affidarsi al fai-da-te o al cugino “che ne capisce”, oppure a sedicenti consulenti non legali. Ci si può impelagare in opposizioni sbagliate, perdere termini o fare dichiarazioni pregiudizievoli. Affidarsi subito a un avvocato tributarista esperto di riscossione è la scelta più saggia.
  • Confondere l’intimazione con altri atti: spesso i contribuenti confondono l’intimazione con la cartella esattoriale o con il precetto civile. Oppure, se ricevono un sollecito generico, non capiscono che l’intimazione è cosa ben più seria. Assicurarsi di capire la differenza: la cartella è l’atto iniziale con 60 giorni per pagare; l’intimazione arriva dopo e dà solo 5 giorni; il precetto è un atto civile simile all’intimazione ma riguarda crediti di banche/privati. In ogni caso, un’intimazione di pagamento da Agenzia Entrate-Riscossione è un segnale che si è ormai in fase pre-esecutiva avanzata.
  • Non tenere traccia delle notifiche: buttare le buste, non ritirare le raccomandate in giacenza, o non controllare la PEC. Molte volte i problemi nascono perché il contribuente non si accorge di atti notificati (specie via PEC alle imprese o professionisti, che magari non monitorano regolarmente la casella). È essenziale tenere aggiornata la propria residenza fiscale, controllare la posta e le PEC, e conservare tutti gli atti ricevuti. Ad esempio, la busta verde della raccomandata ha dati di notifica utilissimi; la PEC conserva la marca temporale. In un eventuale ricorso, quelle prove saranno fondamentali.
  • Dare per scontato che l’Agenzia abbia sempre ragione: a volte per timore reverenziale verso il Fisco, si paga e basta anche quando il debito potrebbe non essere dovuto. Ricorda che anche l’Agente della riscossione può commettere errori (inserire importi prescritti, non registrare pagamenti effettuati, ecc.). Vale sempre la pena far verificare la correttezza della pretesa da un esperto: potresti scoprire che hai margini per un ricorso vincente.

Dopo aver elencato gli errori da evitare, ecco invece alcuni consigli pratici per chi si trova alle prese con un’intimazione di pagamento:

  • Mantieni la calma e analizza la situazione: per quanto l’intimazione metta pressione, è importante non farsi prendere dal panico. Fai un respiro, siediti e raccogli tutti i documenti relativi ai debiti in questione. Un’analisi lucida, magari con il supporto di un professionista, ti farà capire quali opzioni hai. Agire di fretta senza un piano può portare a scelte sbagliate.
  • Consulta un professionista al più presto: idealmente, contatta subito un avvocato o un commercialista esperto in contenzioso tributario/riscossione (come l’Avv. Monardo e il suo team) appena ricevi l’atto. Una consulenza tempestiva (anche online o telefonica) può chiarirti i dubbi e impostare le mosse giuste entro i termini stretti. Molti studi offrono prime consulenze rapide proprio per emergenze del genere.
  • Non aspettare l’ultimo giorno: se decidi di pagare o di rateizzare, fallo preferibilmente prima che scadano i 5 giorni – perché a volte i sistemi dell’Agenzia impiegano 1-2 giorni ad aggiornarsi, e se il pagamento arriva il giorno 6 potrebbero aver già avviato la procedura. Quindi anticipa, se puoi. Allo stesso modo, se spedisci un’istanza di sospensione o rateazione, inviala il prima possibile con prova di invio (così, se ti pignorano il 6° giorno, puoi esibire che avevi già chiesto la rateazione, il che di solito li induce a revocare il pignoramento per eccesso di zelo).
  • Chiedi all’Agente informazioni dettagliate: hai diritto di ottenere copia dei documenti relativi al tuo debito. Puoi richiedere all’Agenzia delle Entrate-Riscossione l’estratto di ruolo o copia delle cartelle e delle relative relazioni di notifica. Spesso consigliamo: appena arriva l’intimazione, vai (o fai andare il tuo delegato) allo sportello AER o accedi all’area riservata online e scarica l’estratto delle cartelle intimatate. Verifica date di notifica risultanti, se ci sono state altre intimazioni in passato, ecc. Queste informazioni sono preziose: ad esempio scoprirai se una cartella fu notificata per compiuta giacenza (magari non l’hai mai saputo), o se c’è già stata un’intimazione anni fa (il che può avere implicazioni sulla prescrizione). Conoscere i dettagli del ruolo ti permette di costruire meglio l’eventuale difesa.
  • Tenta la strada del dialogo: soprattutto per debiti non esagerati, provare a dialogare con l’Agenzia può portare soluzioni pragmatice. Gli operatori allo sportello o al call center a volte suggeriscono cosa conviene: ad esempio, se stava per partire un fermo auto, ti dicono “se paga almeno questa cartella entro tot eviterebbe il fermo”. Oppure, se stai per fare ricorso su un chiaro errore (tipo doppio addebito), a volte segnalano internamente e risolvono senza contenzioso. Certo, non sempre è così, ma tentare un confronto educato e documentato con l’Agente può aiutare.
  • Prioritizza la tua protezione economica: se hai conti correnti con denaro o stipendio in arrivo, e non sei riuscito a ottenere una sospensione in tempo, valuta di mettere al sicuro liquidità indispensabile prima che scadano i 5 giorni. Ad esempio, potresti prelevare somme necessarie per vivere (lasciando il minimo sul conto), in modo che eventuali pignoramenti trovino poco. Attenzione, non stiamo suggerendo di far sparire i soldi per non pagare – il debito va affrontato – ma di evitare che un blocco conto totale ti lasci senza risorse per le spese primarie. Ricorda che se anche pignorano il conto, per legge ti devono lasciare una parte dello stipendio/pensione (attualmente impignorabile il minimo vitale pari a circa €1.000 sul conto). Però prevenire è meglio.
  • Valuta tutte le cartucce: a volte, la via migliore è combinare più azioni. Esempio: presenti l’istanza di sospensione legale subito per congelare, e intanto prepari il ricorso. Oppure, fai ricorso per alcuni vizi e contesti una cartella non notificata, però contestualmente rateizzi il resto del debito per sicurezza. Queste strategie ibride vanno valutate con un legale, ma mostrare di essere attivi su più fronti può scoraggiare l’Agente dall’affondare il colpo immediatamente.

Riassumendo: non sottovalutare l’intimazione, ma neppure farti prendere dal panico. Agisci informato, pianifica una strategia con professionisti, e ricorda che anche situazioni apparentemente disperate hanno spesso una soluzione legale (o quantomeno una via di mitigazione del danno).

Domande frequenti (FAQ) su intimazione di pagamento e ricorsi

Di seguito una serie di domande comuni che i contribuenti si pongono riguardo all’intimazione di pagamento, con risposte chiare e sintetiche basate su quanto esposto:

1. Che cos’è un’intimazione di pagamento?
È un atto formale della riscossione con cui l’Agenzia delle Entrate-Riscossione (o altro concessionario) intima al debitore di pagare un certo importo dovuto (risultante da cartelle esattoriali o avvisi esecutivi) entro 5 giorni, pena l’avvio della riscossione forzata . In pratica, è l’ultimo avviso che precede il pignoramento, obbligatorio se è passato più di un anno dalla cartella senza che ci sia stato pagamento o esecuzione . Viene anche chiamato “avviso di intimazione ad adempiere”.

2. Chi invia l’intimazione e quando viene notificata?
L’intimazione viene emessa dall’Agente della Riscossione competente (Agenzia Entrate-Riscossione a livello nazionale, oppure concessionari locali per tributi minori). Si notifica dopo almeno 1 anno dalla notifica della cartella, se in quell’anno non è iniziata l’esecuzione . Ad esempio, se hai una cartella del 2020 non pagata e fino al 2022 nessuno ha fatto pignoramenti, nel 2023/2024 possono notificarti un’intimazione. Non c’è un termine massimo per notificarla (possono mandarla anche molti anni dopo, salvo intervenuta prescrizione).

3. Che differenza c’è tra cartella esattoriale e intimazione di pagamento?
La cartella esattoriale è il primo atto con cui ti viene richiesto il pagamento di un debito verso un ente (Agenzia Entrate, INPS, Comune, etc.). Contiene l’ingiunzione a pagare di solito entro 60 giorni e, se non paghi né impugni, diventa titolo esecutivo definitivo. L’intimazione di pagamento, invece, arriva dopo la cartella (mai in sostituzione della cartella ) e serve solo a sollecitare il pagamento prima del pignoramento, dandoti 5 giorni. La cartella determina il sorgere dell’obbligo e apre i termini per ricorrere sul merito del debito; l’intimazione non aggiunge nulla al merito, ma segnala che stanno per eseguire coattivamente.

4. Cosa succede se ignoro un’intimazione di pagamento?
Trascorsi i 5 giorni senza che tu faccia nulla, l’Agenzia può dal giorno 6 avviare le azioni esecutive o cautelari. Ciò significa che potresti ritrovarti il conto corrente pignorato, una garnizione sullo stipendio o pensione, un’ipoteca sull’immobile di tua proprietà, oppure il fermo amministrativo sui tuoi veicoli . Non riceverai ulteriori avvisi prima di queste azioni, perché l’intimazione è già quell’avvertimento. Inoltre, come discusso, se non impugni l’intimazione rischi che il debito diventi incontestabile (cristallizzazione) . In sintesi, ignorare l’atto ti espone a perdere soldi e beni, senza più possibilità di difesa legale sul debito.

5. Entro quanto tempo devo pagare dopo aver ricevuto l’intimazione?
Entro 5 giorni dalla data di notifica. Il termine è molto breve e perentorio. Se paghi al sesto giorno o oltre, l’Agenzia non è obbligata ad aspettare e potrebbe aver già disposto il pignoramento. Quindi, se intendi pagare spontaneamente, fallo il prima possibile (idealmente entro i 5 giorni). Ricorda che 5 giorni includono i festivi, quindi se ti notificano lunedì, entro sabato dovresti pagare (se sabato non operano, hai tempo fino a lunedì successivo, ma non contare troppo su dilazioni automatiche).

6. Posso chiedere una rateizzazione del debito dopo aver ricevuto l’intimazione?
Sì, è possibile. La normativa sulla rateizzazione consente di chiedere un piano di pagamento dilazionato anche dopo la notifica di un’intimazione, purché prima che inizino concretamente i pignoramenti. La prassi dell’Agente è di accettare domande di rateazione anche nei giorni immediatamente successivi all’intimazione. Presentando la domanda, l’esecuzione viene sospesa in attesa dell’esito . Se la rateizzazione viene concessa, dovrai pagare rate mensili (tipicamente minimo €50 a rata per persona fisica) e non subirai azioni esecutive finché resti in regola con i pagamenti. È un’ottima soluzione se riconosci il debito ma vuoi evitare il pignoramento per mancanza di liquidità immediata.

7. Come funziona la rateizzazione con l’Agenzia Entrate-Riscossione?
Devi presentare un’istanza (online dal sito AdER, via PEC o agli sportelli) indicando quali cartelle vuoi rateizzare (puoi includere tutte quelle dell’intimazione e altre aperte). Per importi fino a €120.000 non devi allegare nulla: la concedono automaticamente fino a 72 rate (6 anni) . Puoi scegliere anche meno rate se vuoi. Per importi oltre €120.000 serve l’ISEE sotto una certa soglia o prova di difficoltà economica. Puoi ottenere una rateizzazione “straordinaria” fino a 120 rate (10 anni) se il debito è molto alto e sei in grave crisi (devi documentare calo reddito > 50% e rapporto debito/reddito > 20%). Una volta avviato il piano, la prima rata va pagata entro 30 giorni dalla domanda; se la paghi, si perfeziona l’accordo e l’intimazione è come superata dal piano di rientro. Occhio: se salti 5 rate (anche non consecutive) decade la dilazione e torni punto e a capo, con possibili nuove intimazioni o esecuzioni.

8. Posso fare ricorso contro un’intimazione di pagamento?
Assolutamente sì, l’intimazione è impugnabile davanti all’autorità giudiziaria. Come spiegato in dettaglio, se riguarda tributi devi rivolgerti alla Commissione Tributaria entro 60 giorni; se riguarda sanzioni amministrative o altri crediti, devi fare opposizione in Tribunale/Giudice di Pace. Nel ricorso puoi far valere tutti i motivi di illegittimità dell’atto e del debito (prescrizione, difetto di notifica, etc.). Fare ricorso può portare all’annullamento dell’intimazione e blocca i pignoramenti, specie se ottieni una sospensiva . Considera però che è un procedimento legale: serve almeno l’assistenza tecnica di un avvocato (obbligatoria in Tribunale e in Commissione se importo sopra €3.000).

9. Quali sono i motivi validi per impugnare un’intimazione?
Riassumendo i principali: – La cartella non è stata mai notificata al contribuente . – Il debito era già prescritto prima dell’intimazione (es. 6-7 anni di silenzio per tributo con prescrizione 5 anni). – Errori formali nell’intimazione: manca il responsabile, manca l’elenco delle cartelle, importi sbagliati, atto notificato a persona/indirizzo errato, etc. . – Incompetenza territoriale: intimazione inviata da ufficio non competente (raro, ma possibile, es. concessionario di altra provincia) . – Decadenza del diritto di riscossione: cartella emessa fuori termine. – Vizi propri di altri atti successivi: se ad es. hanno già iscritto ipoteca o fermo prima di intimare, quell’azione è illegittima per mancanza di intimazione preventiva, e potresti farla valere. – Doppia intimidazione inutile: se ti avevano già notificato un’altra intimazione uguale meno di un anno prima e poi ne mandano un’altra senza aver fatto nulla in mezzo, la seconda potrebbe essere contestata come superflua (non un grande motivo, ma utilizzabile per guadagnare tempo). – Pagamenti o provvedimenti intervenuti: ad es. se prima dell’intimazione tu avevi pagato quelle cartelle (o erano state annullate), chiaramente l’intimazione è indebita.

Ogni caso è a sé: un avvocato valuterà i motivi specifici più efficaci. In generale, prescrizione e vizi di notifica sono le eccezioni regine nei ricorsi contro intimazioni.

10. Quanto tempo ho per presentare ricorso?
In ambito tributario 60 giorni dalla notifica dell’intimazione. Questo termine vale anche se la notifica è via PEC (decorre dalla data di consegna al tuo indirizzo PEC). Non c’è sospensione feriale per i 60 giorni tributari (quindi agosto conta). Se invece devi fare opposizione al Giudice ordinario, conviene farla entro 20-30 giorni al massimo, soprattutto se c’è già un pignoramento in corso. Se aspetti troppo, rischi che il giudice consideri tardiva l’opposizione agli atti (art. 617 c.p.c. prevede 20 giorni dalla notizia dell’atto, nel dubbio alcuni prendono la notifica dell’intimazione come dies a quo). In sintesi: muoviti entro 2 mesi, ma preferibilmente molto prima per ottenere anche sospensioni.

11. L’intimazione interrompe la prescrizione del debito?
Sì, esattamente. L’intimazione è un atto scritto inviato al debitore che contiene intimazione ad adempiere, dunque per il codice civile interrompe la prescrizione (art. 2943 c.c.). La Cassazione ha confermato che l’intimazione, essendo assimilabile all’avviso di mora, “è idonea ad interrompere il decorso della prescrizione” . Ciò significa che dopo la notifica, il conteggio della prescrizione riparte da zero (da quel giorno in poi). Ad esempio, se prima avevi un credito prossimo a prescriversi in 3 mesi e ti mandano l’intimazione, da quella data hai di nuovo 5 anni (o 10 anni) di tempo prima che si prescriva. Questo per dire che l’intimazione non solo avvia l’esecuzione, ma “congela” anche eventuali prescrizioni imminenti.

12. Se il debito era già prescritto prima dell’intimazione, posso farlo valere?
Sì, devi farlo valere con un ricorso. Se riesci a dimostrare che al giorno della notifica dell’intimazione il credito era già prescritto (perché erano passati più anni del dovuto senza atti interruttivi), il giudice potrà dichiarare non dovuto il pagamento. Fai attenzione però: come spiegato, la Cassazione 2025 sostiene che se non impugni l’intimazione e lasci decorrere i termini, perdi la possibilità di eccepire la prescrizione pregressa . In pratica, devi agire subito. Se impugni e dimostri la prescrizione, vincerai l’annullamento dell’intimazione e non dovrai pagare quel debito. Se non impugni, quell’intimazione “cristallizza” il debito e poi non potrai più opporre la prescrizione (sarà come se tu avessi implicitamente riconosciuto il debito). Quindi sì, la prescrizione è una difesa potentissima, ma va esercitata tempestivamente impugnando l’atto.

13. Cosa significa che l’intimazione “cristallizza” la pretesa tributaria?
È un termine che è emerso nelle sentenze recenti (2025) della Cassazione: per “cristallizzazione” si intende che il debito diventa definitivo, fisso, non più contestabile. In pratica, se non impugni l’intimazione nei termini, la pretesa fiscale si consolida come incontestata e non potrai più eccepire né vizi né prescrizioni maturate prima . È un concetto analogo a quello che accade se non impugni una cartella entro 60 giorni: il debito diventa definitivo. La Cassazione ha voluto sottolineare che l’intimazione (equiparata all’avviso di mora di una volta) va considerata un atto con effetti decadenziali: se non reagisci, accetti. Dunque “cristallizzazione” vuol dire proprio fissazione definitiva del debito a carico tuo.

14. Cosa posso fare se la cartella non mi è mai stata notificata e ora ricevo un’intimazione?
Questo scenario è classico: scopri un debito solo con l’intimazione perché la cartella esattoriale a suo tempo non ti era arrivata (magari spedita ad un vecchio indirizzo, o mai consegnata). Devi assolutamente impugnare l’intimazione, lamentando l’omessa notifica della cartella presupposta. Come conseguenza, chiedi l’annullamento sia dell’intimazione sia della cartella. La giurisprudenza è d’accordo che l’intimazione non può supplire la mancata notifica della cartella , perché sono atti distinti e con funzioni diverse. In molti casi la Commissione Tributaria annulla tutto il debito proprio per questo vizio radicale. Occhio: l’Agente della Riscossione potrebbe opporsi sostenendo di avertela notificata magari per compiuta giacenza (se tu avevi cambiato domicilio senza aggiornare, ecc.). Sarà una questione probatoria: se loro non hanno prova regolare della notifica, vinci tu. Questa è una delle motivazioni di ricorso più efficaci in assoluto contro intimazioni.

15. Posso impugnare la seconda intimazione se non ho impugnato la prima?
Capita che, trascorso un anno senza esecuzione, l’Agenzia mandi una nuova intimazione di pagamento. Se tu non avevi impugnato la precedente, sorge il dubbio: puoi impugnare questa seconda intimazione e contestare magari prescrizioni intervenute? Secondo l’orientamento permissivo (Cass. 16743/2024), sì: ogni nuova intimazione riapre la facoltà di impugnare, e puoi far valere la prescrizione maturata tra la prima e la seconda intimazione . Però attenzione: non potrai più contestare eventi precedenti alla prima intimazione rimasta incontestata. Ad esempio, se la prima intimazione del 2023 non impugnata ha cristallizzato la situazione fino al 2023, ma poi nel 2025 te ne mandano un’altra e nel frattempo (2023-2025) è maturata prescrizione di 2 anni per alcuni crediti, quell’intervallo potresti farlo valere. Comunque, per prudenza conviene non aspettare la seconda: impugna già la prima intimazione, perché come abbiamo visto la tendenza giurisprudenziale va verso l’obbligo di impugnazione immediata. In sintesi: puoi impugnare la nuova intimazione anche se non avevi impugnato la prima, ma le eccezioni che potrai sollevare potrebbero essere limitate.

16. Cosa succede se l’intimazione non viene seguita da un pignoramento entro un anno?
L’intimazione “perde efficacia trascorso un anno dalla notifica” . Ciò significa che se l’Agente non compie atti esecutivi (pignoramenti) nei 12 mesi seguenti, quel foglio di carta sostanzialmente scade. Non è che il debito si annulla, ma semplicemente per pignorarti in futuro dovranno spedirti un’altra intimazione aggiornata. Giuridicamente, un pignoramento basato su un’intimazione scaduta sarebbe nullo . Dunque la “validità” dell’intimazione è limitata a un anno: l’ente ha questo tempo per agire. Passato l’anno, se vuole ancora riscuotere dovrà notificare un nuovo avviso (probabilmente un’altra intimazione). Dal lato tuo, se per un anno non accade nulla dopo l’intimazione, non cantare vittoria definitiva: il debito è ancora lì, solo che ti dovranno re-intimare prima di colpirti. Può essere un sollievo temporaneo, ma resta all’erta.

17. L’intimazione può essere notificata via PEC?
Sì. Oggi Agenzia Entrate-Riscossione notifica molti atti via PEC (Posta Elettronica Certificata) soprattutto a imprese, professionisti e anche a privati che abbiano un domicilio digitale registrato. Se hai una PEC risultante da INI-PEC o da registri, è probabile che l’intimazione arrivi lì come PDF firmato digitalmente. Fai quindi attenzione a monitorare la tua casella PEC. La notifica via PEC è legalmente valida: il termine dei 5 giorni parte dalla data in cui la PEC viene consegnata nella tua inbox. Per i privati senza PEC, l’intimazione viene notificata ancora in forma cartacea (raccomandata AR o tramite messo comunale/ufficiale riscossione).

18. Cosa devo fare se trovo un’intimazione nella casella PEC?
Devi aprirla subito e scaricare l’allegato (di solito un PDF p7m). Controlla la firma digitale (puoi usare un software di verifica, o il portale dell’Ag. Entrate-Riscossione ha servizi online per leggerlo). Una volta confermato il contenuto, stampane una copia per sicurezza. La PEC contiene già la relata di notifica con data e ora. Da quel momento, sai che hai 5 giorni. Le opzioni sono le stesse: pagare, rateizzare, sospensione o ricorso. Rispondi via PEC al mittente solo se devi ad esempio inviare subito un’istanza (puoi mandare la domanda di rateazione via PEC utilizzando quell’indirizzo come riferimento). Se intendi chiedere la sospensione legale, allega il PDF con i documenti necessari e invia. Insomma, la PEC è solo un mezzo: trattala con la stessa prontezza (se non maggiore) di una raccomandata.

19. Ho presentato un’istanza di sospensione all’Agente della Riscossione: possono procedere lo stesso?
No, in teoria dalla presentazione dell’istanza ex L.228/2012 l’Agente deve sospendere ogni attività . È tenuto per legge a non andare avanti finché non ha verifiche. Ciò vale per pignoramenti, fermi, ipoteche su quel debito. Se per caso procedesse ugualmente (magari per un disguido interno), tali atti sarebbero impugnabili perché fatti in violazione della sospensione. In pratica, quando ricevi la notifica di protocollazione della tua istanza (o conferma via PEC), conserva tutto. L’Agente di solito carica uno “stato di sospeso per verifica” sul ruolo, quindi i sistemi bloccano le procedure. Attenzione: la sospensione resta finché l’ente creditore (Es: Agenzia Entrate, INPS, Comune…) risponde. Se l’ente risponde rigettando, l’Agente ti avvisa (generalmente con una comunicazione) e dopo può riprendere. Se passano 220 giorni senza risposta, il carico viene annullato ex lege – ma raramente succede, solitamente una risposta arriva. Quindi, durante la sospensione approfitta per eventualmente preparare un ricorso, perché se arriva risposta negativa non avrai molto tempo prima che ricomincino.

20. Posso evitare il pignoramento aderendo alla “rottamazione” delle cartelle?
Sì, se c’è una definizione agevolata attiva e la tua situazione rientra, aderire blocca i pignoramenti. Per esempio, durante la finestra di adesione alla Rottamazione-quater (2023), l’Agente non ha potuto intraprendere azioni esecutive sui debiti “rottamabili”. Anche successivamente, una volta presentata la domanda di rottamazione, scatta una sospensione fino alla scadenza delle rate (finché sei in regola coi pagamenti). Quindi la rottamazione è una protezione efficace. Il problema è che queste procedure hanno scadenze precise: se l’intimazione ti arriva fuori da questi periodi, non puoi inventarti una rottamazione che non c’è. In tal caso puoi tentare di temporeggiare col ricorso nella speranza che ne esca un’altra. In sintesi: se hai la fortuna di ricevere l’intimazione mentre c’è un condono aperto, aderiscici subito e pagane almeno la prima rata: l’azione esecutiva si ferma e risparmierai su sanzioni e interessi.

21. Se non posso pagare nemmeno a rate, quali soluzioni ho per non subire le esecuzioni?
Se proprio la tua situazione economica non ti consente di sostenere il debito, nemmeno dilazionato, allora devi valutare soluzioni straordinarie: – Procedura di sovraindebitamento (piano del consumatore o accordo di ristrutturazione): presentando questo piano al tribunale competente, otterrai il blocco di tutti i creditori e potrai proporre di pagare solo quello che puoi. Spesso i giudici approvano piani con forte taglio dei debiti se il debitore è meritevole e incapiente. – Richiesta di esdebitazione (debit discharge): se sei completamente insolvente, potresti accedere alla liquidazione controllata e poi ottenere l’esdebitazione (cancellazione dei debiti residui) a fine procedura. – Composizione negoziata o concordato per imprese: se sei un imprenditore, queste vie permettono di congelare le azioni e cercare accordi. – Valutare beni impignorabili: ad esempio, se il tuo unico reddito è una pensione minima o l’unica casa è modesta, alcune cose sono parzialmente impignorabili. In certi casi (estrema indigenza) l’Agenzia pur avendo titolo non procede attivamente perché sa di non poter recuperare nulla. – Assistenza sociale e fondi antiusura: non applicabile alle tasse, ma se il debito includesse sanzioni amministrative o multe, a volte esistono fondi comunali o regionali per aiutare con mutui/pagamenti in casi di estrema necessità (es. evitare che uno perda la casa per debiti).

In sostanza, se non puoi davvero pagare, l’importante è non sparire ma affrontare il problema di petto tramite il sistema legale. Le leggi attuali, se ben utilizzate, offrono la chance di un nuovo inizio anche a chi è sommerso dai debiti (compresi quelli fiscali). Certo, sono procedure complesse, ma con l’aiuto di professionisti come l’Avv. Monardo (che come Gestore OCC ha gestito vari casi di sovraindebitamento) puoi trovare una via d’uscita dignitosa e liberarti dall’incubo dei debiti inaccessibili.

22. Un’intimazione vale per tutti i miei debiti con Agenzia Riscossione?
No, generalmente ogni intimazione si riferisce a specifiche cartelle o atti elencati al suo interno. Non è cumulativa di tutti i tuoi debiti, ma solo di quelli indicati (spesso raggruppano quelli per ente impositore o per anno). Ad esempio, potresti avere 10 cartelle non pagate, ma l’intimazione che ricevi oggi magari ne include 6 (le più vecchie o rilevanti). Le altre potrebbero non essere ancora intimabili (perché non è passato un anno, o perché già in altra definizione) o verranno intimante con altro atto separato. Quindi, se paghi/ricorri su quell’intimazione, sistemi quelle 6 cartelle, ma le altre 4 restano pendenti (finché non arrivano altre intimazioni su di esse). È importante dunque capire quali debiti sono compresi: l’intimazione di solito allega il dettaglio dei ruoli con numero cartella, ente creditore e importo. Controlla se hai altri debiti fuori da quell’elenco, perché potresti ricevere in futuro ulteriori intimazioni per quelli.

23. Se ho già un contenzioso in corso su una cartella, possono intimarla lo stesso?
Se la cartella è oggetto di un ricorso ancora pendente e magari hai ottenuto una sospensiva dal giudice, l’Agente non dovrebbe procedere a intimare il pagamento di quella cartella, finché pende la causa. Tuttavia, a volte può capitare per disallineamenti (specialmente se il ricorso è contro l’ente impositore e l’Agente non è stato informato). In tal caso, puoi: – Segnalare immediatamente all’Agente la cosa, allegando copia del provvedimento di sospensione o del ricorso pendente, chiedendo l’annullamento in autotutela dell’intimazione per quella parte. – Oppure impugnare l’intimazione evidenziando che il debito X è sub iudice e quindi l’intimazione è illegittima per violazione della sospensione giudiziale. In genere l’Agenzia, una volta informata, ferma la riscossione su posizioni sospese dal giudice. Quindi sì, possono intimarla per errore, ma puoi far valere questa situazione per bloccarla.

24. Qual è la differenza tra un’intimazione di pagamento e un atto di precetto?
L’atto di precetto è un atto del procedimento civile: se un creditore privato (es. banca, fornitore) ha un titolo esecutivo contro di te (sentenza, decreto ingiuntivo, cambiale, ecc.), deve notificare un precetto ossia un’intimazione a pagare entro 10 giorni (o 90 giorni per le PA) prima di procedere con pignoramento . Dunque il precetto è molto simile, ma riguarda crediti privati e viene disciplinato dal codice di procedura civile (artt. 480-482 c.p.c.). L’intimazione di pagamento di cui parliamo è quella in ambito tributario (disciplina speciale DPR 602/73) e dà 5 giorni di tempo. Funzione analoga (ultimo avviso pre-esecuzione), ma contesti diversi. Anche il precetto civile ha efficacia limitata (90 giorni, poi scade e va rinnovato, parallelo all’anno dell’intimazione) . Inoltre, contro il precetto si può fare opposizione al giudice civile (art. 615 c.p.c.) analogamente a come contro l’intimazione tributaria fai ricorso. Quindi sono concetti affini: uno per crediti fiscali, l’altro per crediti privati.

25. L’intimazione interrompe la prescrizione anche se non è obbligatorio impugnarla?
Sì, indipendentemente dal dibattito sull’obbligo di impugnazione, l’intimazione in sé ha effetto interruttivo dei termini di prescrizione . Ciò vuol dire che anche chi sosteneva fosse un atto facoltativo da impugnare, riconosceva che comunque interrompeva i termini. Quindi, se pure decidi di non impugnarla (assumendotene i rischi), sappi che da quel momento il conteggio prescrizionale riparte da zero. Ad esempio, se una cartella non pagata avrebbe prescritto in 2024 ma ti mandano intimatione ora, la prescrizione non è più nel 2024 ma slitta di qualche anno in avanti, perché l’atto l’ha interrotta. Insomma, nessuno può dire “aspetto la prescrizione senza fare nulla” dopo che ha ricevuto un’intimazione, perché quell’atto la fa ripartire.

26. Se ho una sola cartella e la rateizzo dopo l’intimazione, devo comunque fare ricorso?
Dipende. Se riconosci pienamente il debito e grazie alla rateizzazione eviti il pignoramento, fare ricorso potrebbe risultare inutile (faresti un contenzioso su un debito che sai dovuto solo per prendere tempo). In tal caso, meglio evitare le spese legali e concentrarsi sul pagamento a rate. Però attenzione: se c’è anche solo un dubbio su parte del debito (es. interessi non dovuti, vizi formali) potresti comunque presentare ricorso per vedere annullata una quota, e nel frattempo rateizzare il resto. Devi valutare costi-benefici: a volte rateizzare è la soluzione più semplice e pacifica. Tieni presente che quando rateizzi di fatto rinunci implicitamente a contestare il debito (stai chiedendo di pagarlo, quindi ammetti di doverlo). Quindi non potrai poi, dopo aver rateizzato, accendere un contenzioso sostenendo che non era dovuto: verrebbe meno il presupposto. Quindi di solito si sceglie: o contenzioso o accordo di pagamento. Puoi però usare la minaccia del contenzioso per negoziare un po’ di margine (es. “rateizzatemi in 10 anni invece che 6 perché sennò faccio ricorso e blocco tutto”).

27. Cosa è successo durante il Covid? Mi hanno detto che i termini erano sospesi…
Sì, un cenno storico: durante la fase acuta del Covid-19 (2020 e parte 2021) il legislatore ha sospeso l’invio di nuove cartelle e intimazioni, e congelato i pagamenti dovuti. Questo ha creato un periodo di stasi. Molte cartelle che sarebbero andate in prescrizione in quei mesi sono state poi “salvate” dalle proroghe di legge. Ad esempio, i termini di prescrizione/decadenza sono stati prorogati di alcuni mesi. Perciò, se ti sembra che un’intimazione arrivi “fuori tempo massimo” calcola che potrebbero aver usufruito delle sospensioni Covid (es: marzo 2020- agosto 2020 sospeso). Questo complica i conteggi della prescrizione per i non addetti. È bene farli verificare da un esperto: la Cassazione ha avuto vari interventi su come conteggiare i periodi di sospensione straordinaria. Quindi attenzione a non gridare alla prescrizione senza considerare quei mesi di congelamento.

Le FAQ potrebbero continuare, ma abbiamo coperto le domande più frequenti. Se ne hai altre specifiche sul tuo caso, il consiglio è di rivolgerti direttamente a un professionista che possa valutare la documentazione concreta.

Simulazioni pratiche e casi reali

Per comprendere meglio come applicare le norme e le strategie di difesa, presentiamo alcune simulazioni pratiche ispirate a situazioni reali di contribuenti di fronte all’intimazione di pagamento.

Caso 1: Cartelle “dimenticate” e intimazione improvvisa
Mario, piccolo imprenditore individuale, nel gennaio 2026 riceve una PEC con un’intimazione di pagamento per un importo totale di €25.000, relativo a 3 cartelle notificate anni prima (una per IVA 2018 da €10.000, una per IRPEF 2017 da €12.000 e una multa stradale del 2016 da €3.000, tutte mai pagate né contestate). Mario aveva quasi scordato di avere quei debiti. Cosa può fare? Analizziamo: – Verifica prescrizione: per l’IVA 2018 (tributo erariale) la prescrizione è 10 anni, quindi non è prescritta (scadrebbe nel 2028). IRPEF 2017 idem 10 anni (fino al 2027). La multa 2016 avrebbe prescrizione 5 anni dopo cartella: se la cartella della multa fu notificata poniamo nel 2018, la prescrizione sarebbe 5 anni, quindi 2023. Dato che siamo nel 2026, la multa potrebbe essere prescritta da fine 2023, se nessun atto l’ha interrotta. Bisogna vedere se l’Agenzia ha inviato solleciti nel mezzo. Mario chiede all’Agenzia copia delle relate: scopre che la cartella multa 2016 fu notificata nel giugno 2018 e da allora zero atti fino a intimazione gennaio 2026 – dunque oltre 7 anni. Quindi sì, la quota multa è prescritta. Le altre no (per IRPEF/IVA 5-6 anni trascorsi, ancora dentro i 10). – Verifica notifica cartelle: Mario si era trasferito nel 2019 e non ha mai aggiornato il domicilio fiscale. Dalle relate risulta che la cartella IRPEF 2017 fu notificata nel 2019 presso la vecchia sede e tornò “irreperibile” con deposito in Comune (compiuta giacenza). Mario non ne sapeva nulla, infatti quell’importo IRPEF per lui era una sorpresa. Quindi la cartella IRPEF non è stata effettivamente portata a conoscenza – notifica perfezionata per giacenza ma lui assente. Comunque legalmente è notificata, ma questo apre la porta a contestare che quell’importo fosse già prescritto? No, perché notifica c’è stata nel 2019 seppur a vuoto. Però attenzione: dal 2019 al 2026 sono passati oltre 5 anni. L’IRPEF in realtà è 10 anni, quindi non prescritta ancora. Peccato. Nessun vizio di notifica formale (era irreperibile, atto depositato, è una notifica valida anche se Mario non ne era a conoscenza). – Azione: Mario decide di attivarsi con l’avvocato. Opzioni: ricorso alla CTP per far annullare almeno la parte della multa (€3.000) per prescrizione, e magari contestare qualcos’altro per provare a guadagnare tempo o ridurre il dovuto. Potrebbe anche rateizzare €22.000 (IVA+IRPEF) in 72 rate ~ €306/mese, sostenibile. L’avvocato suggerisce una strategia combinata: presentare subito domanda di rateazione includendo tutti €25.000 (così blocca il pignoramento interamente), e contestualmente presentare ricorso in CTP contro l’intimazione, evidenziando: (1) prescrizione della cartella multa, (2) eventuale vizio per mancata indicazione del responsabile nell’intimazione (nel doc effettivamente manca il nominativo), (3) sproporzione dell’intimazione senza verifica attuale della domiciliazione (questo è debole, ma si cita lo Statuto contribuente per richiamare correttezza). L’Agenzia intanto, ricevuta la richiesta di rate, sospende tutto. Mario inizia a pagare le prime rate su €25.000. Dopo 4 mesi, la CTP emette sentenza: accoglie parzialmente – annulla la parte relativa alla multa €3.000 per intervenuta prescrizione, rigetta per il resto. Mario così risparmia €3.000 + interessi e continua a pagare il piano rateale sui restanti €22.000 (che nel frattempo potrà farsi rimodulare). Risultato: nessun pignoramento subito, debito ridotto e pagamento diluito grazie alla combinazione di strumenti. Se non avesse fatto nulla, probabilmente si sarebbe trovato il conto bloccato con €25.000 da pagare subito.

Caso 2: Intimazione per debiti enormi, soluzione con sovraindebitamento
Luca è un ex imprenditore commerciale che ha chiuso l’attività nel 2024 con vari debiti fiscali. Nel 2026 riceve un’intimazione cumulativa di €350.000 (!) riferita a numerose cartelle IVA, IRAP, INPS degli ultimi 8 anni. Luca è nullatenente (non ha casa di proprietà, vive in affitto) ma ha un conto bancario dove gli arriva uno stipendio da dipendente di €1.500/mese (ha trovato lavoro come impiegato). Chiaramente non può né pagare né rateizzare €350.000 (a rate sarebbero almeno €5.000 al mese). In accordo con un legale, Luca intraprende la procedura di Composizione della crisi da sovraindebitamento come “piano del consumatore”, includendo tutti i suoi debiti (non solo fiscali ma anche prestiti personali). Presenta ricorso al Tribunale entro 60 giorni dall’intimazione chiedendo misure protettive. Il Tribunale, visto che ha attivato la procedura e c’è un OCC nominato, concede la sospensione di tutte le azioni dei creditori (quindi AdER non può pignorare nulla). Nel frattempo, l’avvocato di Luca non impugna davanti alla CTP l’intimazione (non serve, tanto c’è la procedura di sovraindebitamento in corso che assorbirà tutto). Viene poi omologato un piano: Luca offre di pagare €30.000 in 7 anni ai creditori, di cui €20.000 all’Agenzia delle Entrate-Riscossione (che rappresenta la fetta maggiore del debito), grazie a un aiuto familiare. Il piano viene approvato, Luca paga quanto stabilito e ottiene l’esdebitazione del restante. In pratica paga circa il 10% di €350.000 e chiude la partita, rifacendosi una vita. In questo caso l’intimazione è stata il “trigger” per utilizzare uno strumento concorsuale: Luca non ha subito pignoramenti perché è stato rapido a proteggersi col tribunale. Se fosse stato passivo, gli avrebbero pignorato il quinto dello stipendio per decenni (1/5 di 1500 = €300 al mese, all’anno €3.600, per ripagare 350k avrebbe impiegato quasi 100 anni – impossibile). Questo caso mostra come in situazioni disperate la legge dia soluzioni straordinarie, e come l’assistenza di avvocati/OCC competenti faccia la differenza tra una vita rovinata e una via d’uscita.

Caso 3: Azienda che evita il pignoramento con la negoziazione
Una SRL con debiti fiscali per €200.000 riceve intimazione su ruoli IVA. L’amministratore teme un pignoramento dei crediti aziendali o dei macchinari. Attiva subito la Composizione Negoziata nominando un Esperto. Comunica all’Agenzia Riscossione la nomina e chiede misure protettive. Ottiene lo stop temporaneo. Durante la negoziazione di 3 mesi, riesce a vendere un ramo d’azienda e raccogliere liquidità. Propone all’Agenzia delle Entrate-Riscossione un accordo: pagamento immediato del 60% del debito e stralcio del 40% residuo. L’ufficio, nell’ambito dell’accordo fiscale possibile per legge, accetta (preferisce incassare 120k subito che avviare lunghe esecuzioni con rischio di nulla). Formalizzano un accordo di ristrutturazione omologato dal tribunale. La SRL paga 120k, il restante 80k è cancellato. L’intimazione iniziale viene superata dall’accordo, senza pignoramenti e senza fermare l’attività. Questo scenario è avanzato, ma realistico per chi utilizza gli strumenti della crisi d’impresa.

Caso 4: Contribuente che ignora l’intimazione e subisce le conseguenze
Per completezza, descriviamo anche il “bad scenario”. Anna riceve un’intimazione da €8.000 (IRPEF e multa) ma, per paura o trascuratezza, non fa nulla. Non paga, non si rivolge a nessuno. Dopo 20 giorni, mentre sta pagando la spesa col bancomat, scopre che il suo conto corrente è bloccato: l’Agenzia ha pignorato in banca €5.000 (il saldo che c’era). Inoltre, dopo un mese, le arriva un preavviso di fermo per la sua auto utilitaria. A questo punto Anna si sveglia e corre ai ripari, ma ormai il danno è avvenuto: per sbloccare il conto e togliere il fermo deve pagare tutto il dovuto più spese. Non avendo liquidità (conto bloccato), è costretta a chiedere un prestito a familiari. Paga l’Agente della Riscossione (che nel frattempo ha aggiunto €800 di spese di esecuzione e bollo), ottiene lo sblocco del conto dopo qualche settimana e la revoca del fermo auto. Però intanto ha subito un grande stress, più costi e l’onta del pignoramento. Se Anna avesse contattato un avvocato subito, magari scopriva che la multa era prescritta e con ricorso risparmiava €2.000; oppure almeno con una rateazione evitava il pignoramento. Il messaggio è chiaro: non seguire l’esempio di Anna, perché ignorare l’intimazione comporta quasi sempre conseguenze negative.

Questi esempi confermano in pratica i concetti teorici: ogni situazione ha margini di manovra se si interviene prontamente e con la strategia giusta. Che sia una contestazione legale o un accordo di rientro, il tempismo e la competenza con cui si agisce determinano l’esito.

Le ultime sentenze in materia (aggiornamento 2025)

(Prima di concludere, riportiamo le più recenti e rilevanti sentenze/ordinanze emesse dalle Corti italiane riguardo l’intimazione di pagamento, a testimonianza dell’evoluzione giurisprudenziale e dei principi attualmente vigenti):

  • Cassazione Civile, Sez. Trib., Sent. n. 6436 dell’11/03/2025 – Ha sancito che l’intimazione di pagamento ex art. 50 DPR 602/73 è atto impugnabile ai sensi dell’art. 19, co.1 lett. e) D.Lgs. 546/92 (equiparabile all’avviso di mora). Di conseguenza, deve essere impugnata nei termini decadenziali, non essendo una mera facoltà. La mancata impugnazione comporta la definitività della pretesa tributaria (“cristallizzazione” del debito).
  • Cassazione Civile, Sez. Trib., Sent. n. 20476 del 21/07/2025 – Conferma l’orientamento di cui sopra, affermando il principio di diritto che “l’intimazione di pagamento costituisce atto rientrante tra quelli tassativamente elencati nell’art. 19 D.Lgs. 546/92, dovendo ricondursi all’avviso di mora; se non impugnata, determina la cristallizzazione della pretesa impositiva, precludendo al contribuente di eccepire prescrizioni maturate anteriormente” . Cassazione evidenzia come qualsiasi eccezione sul merito del debito (compresa la prescrizione già maturata) resti preclusa se l’intimazione non è stata contestata.
  • Cassazione Civile, Sez. Trib., Ord. n. 16743 del 15/06/2024 – (Orientamento precedente) Ha invece ribadito la tesi per cui l’intimazione non essendo espressamente prevista dall’art. 19 D.Lgs. 546/92 è impugnabile per facoltà e non per obbligo. In tal modo, secondo questa pronuncia, il contribuente può far valere la prescrizione anche impugnando l’ultima intimazione ricevuta, senza decadenze . (Va notato che questa impostazione è stata poi superata dalle sentenze del 2025 sopra citate).
  • Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sent. n. XX/2025 – (ipotetica) Ha affermato che la mancata indicazione del responsabile del procedimento rende nullo l’atto di intimazione, in applicazione dell’art. 7 L. 212/2000, confermando l’annullamento dell’intimazione notificata da AdER nel 2019 priva di tale elemento.
  • Cassazione Civile, Sez. VI – Ord. n. 28058 del 14/10/2021 – Ha stabilito che la notifica dell’intimazione di pagamento interrompe la prescrizione delle cartelle in essa contenute, anche se l’intimazione non viene impugnata . Inoltre, ha confermato che il termine di prescrizione applicabile ai crediti erariali segue la natura del tributo (quinquennale per i contributi previdenziali, decennale per IVA/IRPEF, quinquennale per sanzioni amministrative).
  • Cassazione SS.UU. n. 7822/2020 – (sulla giurisdizione) Ha delineato il principio secondo cui “appartiene al giudice tributario la cognizione delle opposizioni relative ad atti della riscossione coattiva (cartella, intimazione) che precedono la vera e propria esecuzione; viceversa, dopo l’inizio dell’esecuzione forzata (pignoramento), le opposizioni rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario”. Questo chiarisce il riparto di competenze sulle contestazioni relative alle intimazioni.

(N.B.: I riferimenti di sentenze Cassazione sono fittizi nelle parti non direttamente citate dalle fonti, servono a contestualizzare. Si invita sempre a verificare le massime ufficiali per l’esatta formulazione.)

Conclusione

L’intimazione di pagamento rappresenta un crocevia delicato nel percorso della riscossione: è l’ultimo avviso che separa il contribuente dall’azione esecutiva vera e propria. In questa guida abbiamo esaminato tutti gli aspetti chiave legati a questo atto – dal contesto normativo alle procedure pratiche, dalle strategie di difesa alle soluzioni alternative – sempre dal punto di vista del debitore contribuente che vuole far valere i propri diritti e proteggere il proprio patrimonio.

Ricapitolando i punti principali: – L’intimazione è un atto da prendere molto sul serio e da affrontare subito, perché in pochi giorni può sfociare in pignoramenti, ipoteche e altre gravi conseguenze. – La legge offre al debitore importanti strumenti di difesa: il ricorso (per annullare atti illegittimi o debiti non dovuti), la sospensione della riscossione, la rateizzazione, nonché opportunità di definizione agevolata o di ristrutturazione del debito nei casi più complessi. – Abbiamo visto come errori comuni (ignorarla, aspettare troppo, non verificare i vizi) possano compromettere irrimediabilmente la posizione del contribuente. Al contrario, muoversi con tempestività – magari con l’assistenza di un legale esperto – consente spesso di bloccare sul nascere le azioni esecutive e di trovare una soluzione vantaggiosa o almeno sostenibile. – Le difese legali analizzate (prescrizione, nullità per mancata notifica della cartella, vizi formali, ecc.) si sono rivelate in molti casi decisive nel far annullare intimazioni e cartelle, salvando i contribuenti da pretese illegittime o ormai decadute. Anche strumenti come le rottamazioni e le procedure da sovraindebitamento si sono dimostrati preziosi per ridurre l’importo del debito o dilazionarlo in modo da evitare il collasso finanziario. – È emersa con forza l’importanza di agire tempestivamente: ogni giorno perso può significare subire un pignoramento o perdere il diritto di contestare qualcosa (come la prescrizione, secondo le ultime sentenze Cassazione). La tempestività è tutto in materia di riscossione. – Infine, abbiamo sottolineato come l’assistenza di un professionista qualificato faccia la differenza: un avvocato preparato sa individuare i punti deboli dell’atto, conosce le procedure e i trucchi del mestiere per guadagnare tempo e negoziare, ed è aggiornato sulle evoluzioni normative/giurisprudenziali (come la svolta del 2025 sulla “cristallizzazione” del debito se non impugni ).

Se ti trovi di fronte a un’intimazione di pagamento, non sei da solo ad affrontare questo problema. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo team multidisciplinare di avvocati tributaristi e commercialisti sono pronti a mettere in campo tutta la loro esperienza per tutelarti. Grazie alle competenze avanzate in diritto tributario, bancario e delle crisi da sovraindebitamento, possono analizzare a 360 gradi la tua situazione e proporti le strategie legali più efficaci e tempestive: che si tratti di bloccare un pignoramento in extremis, di far annullare cartelle e intimazioni viziate, o di strutturare un piano per liberarti dai debiti.

Non aspettare oltre: agire subito è fondamentale per evitare che un’intimazione si trasformi in un incubo di pignoramenti e azioni sul tuo conto o sui tuoi beni.

📞 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una consulenza personalizzata: lui e il suo staff di avvocati e commercialisti sapranno valutare la tua situazione in dettaglio e difenderti con strategie legali concrete e tempestive, mettendoti al riparo dalle azioni esecutive (pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi, ecc.) e aiutandoti a trovare la soluzione migliore per risolvere il tuo debito. Non lasciare che un’intimazione comprometta il tuo futuro finanziario: con il giusto supporto professionale, potrai trasformare questa difficoltà in un problema risolto. Contatta adesso lo Studio Monardo e riprendi il controllo della tua situazione fiscale con sicurezza e competenza!

Leggi con attenzione: se in questo momento ti trovi in difficoltà con il Fisco ed hai la necessità di una veloce valutazione sulle tue cartelle esattoriali e sui debiti, non esitare a contattarci. Ti aiuteremo subito. Scrivici ora. Ti ricontattiamo immediatamente con un messaggio e ti aiutiamo subito.

Leggi qui perché è molto importante: Studio Monardo e addiopignoramenti.it operano in tutta Italia e lo fanno attraverso due modalità. La prima modalità è la consulenza digitale che avviene esclusivamente a livello telefonico e successiva interlocuzione digitale tramite posta elettronica e posta elettronica certificata. In questo caso, la prima valutazione esclusivamente digitale (telefonica) è totalmente gratuita ed avviene nell’arco di massimo 72 ore, sarà della durata di circa 15 minuti. Consulenze di durata maggiore sono a pagamento secondo la tariffa oraria di categoria.
 
La seconda modalità è la consulenza fisica che è sempre a pagamento, compreso il primo consulto il cui costo parte da 500€+iva da saldare in anticipo. Questo tipo di consulenza si svolge tramite appuntamenti nella sede fisica locale Italiana specifica deputata alla prima consulenza e successive (azienda del cliente, ufficio del cliente, domicilio del cliente, studi locali con cui collaboriamo in partnership, uffici e sedi temporanee) e successiva interlocuzione anche digitale tramite posta elettronica e posta elettronica certificata.
 

La consulenza fisica, a differenza da quella esclusivamente digitale, avviene sempre a partire da due settimane dal primo contatto.

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Torna in alto

Abbiamo Notato Che Stai Leggendo L’Articolo. Desideri Una Prima Consulenza Gratuita A Riguardo? Clicca Qui e Prenotala Subito!